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Maurizio Matteuzzi
Una rivoluzione con molti rischi
In uno dei suoi ultimi numeri il settimanale Usa Newsweek pronostica - in realtà auspica - che nel 2010 in Venezuela ci sarà un colpo di stato contro il presidente Hugo Chávez. Il secondo, dopo quello presto abortito dell'aprile 2002. Ma questa volta presumibilmente definitivo, magari sull'onda del «golpe perfetto» sperimentato (dall'amministrazione Obama) in giugno nel piccolo e marginale Honduras, che ha avuto la sua logica conclusione venerdì scorso a Tegucigalpa nell'insediamento alla presidenza del conservatore Porfirio Lobo e nella concomitante partenza per l'esilio del presidente deposto Manuel Zelaya. Un paese-cavia ideale che però ha o può avere aperto una strada.
Nei giorni scorsi, nel mezzo delle turbolenze che stanno scuotendo il Venezuela - svalutazione del bolívar, tagli dell'energia elettrica e dell'acqua, ri-chiusura dell'emittente golpista Rctv e annesse proteste studentesche (con due studenti morti), brutti indici economici del 2009 e previsioni non proprio rosee per il 2010 -, Chávez ha escluso i rischi di golpe. Il governo bolivariano conta sulla «forza morale» dell'esercito venezuelano e «l'opposizione dovrebbe importare una forza armata» per poter scatenare un colpo di stato («Qui non troveranno dei militari come quelli dell'Honduras»). E venerdì scorso, intervenendo via telefono in un programma del canale statale Venezolana de Televisión, ha ammonito che quanti «stanno pensando alle voci di golpe, non stiano a perdere tempo» perché «le forze armate sono impegnate nella rivoluzione e qui non c'è altra strada che la strada rivoluzionaria». E all'opposizione, che in quei giorni era di nuovo tentata dal ricorso alla piazza come nel 2002, ha ricordato che se «sceglie il cammino della destabilizzazione, potrebbe verificarsi il contrario di quello che cerca: ossia che noi decidiamo di accelerare i cambiamenti». «Volete che io renda ancor più profonda la rivoluzione - ha concluso -? Continuate su questa strada».
E' poco probabile che l'opposizione - per quanto debole e divisa - commetta gli stessi errori del passato e che, nelle importantissime elezioni parlamentari del 26 settembre, torni a giocare la carta suicida del ritiro nell'inutile tentativo di dimostrate la illegittimità di un potere politico che gode ancora di ampi appoggi popolari. E appare poco probabile anche che le forze armate, sempre curate e coinvolte al massimo in questi anni dall'ex colonnello dei parà Hugo Chávez siano propense a tentare l'avventura honduregna.
Ma questo non esclude che il Venezuela chavista, dopo 11 anni di potere, sia a una svolta rischiosa. Il 2009 non è stato un buon anno e il 2010 si annuncia - forse - decisivo.
La crisi economica mondiale dell'anno scorso, anche se è vero come ha detto il presidente che in Venezuela «non ha aumentato la disoccupazione e la povertà», si è fatta sentire. Il crollo dei prezzi del greggio è stato un colpo durissimo per un'economica che si basa ancora e sempre - nonostante le promesse e gli impegni di «cambiare modello - sull'esportazione di petrolio (90% delle entrate di valuta, 50% delle entrate statali). I programmi sociali - le «Misiones» - che sono il cuore della rivoluzione chavista e della popolarità di Chávez (che resiste nonostante sia inevitabilmente caduta), non sono stati toccati. La ripresa del prezzo del barile a livelli accettabili (superiore ai 70 dollari dall'inizio dell'anno) consente di tirare un sospriro di sollievo e la conferma (da una fonte insospettabile: the US Geoligical Survey) che le riserve petrolifere della Fascia dell'Orinoco ammontano a 513 miliardi di barili, più del doppio di quelle stimate finora e più del doppio di quelle dell'Arabia saudita, aprono prospettive confortanti (ma anche preoccupanti: più petrolio c'è in un certo posto, più quel posto fa gola...). Si tratta però di prospettive di periodo medio-lungo. Nell'immediato le cose l'ottica è diversa.
Il 2009, ha detto Chávez, «si è chiuso con un sorriso», perché «nonostante la crisi capitalistica mondiale» i risultati per il Venezuela sono stati positivi: «Anche se gli introiti sono diminuiti, sono state mantenuti gli investimenti e i piani sociali» e il salario minimo anche prima dell'aumento del 16 gennaio scorso per fare fronte alla svalutazione di almeno il 50% del bolívar della settimana precedente, «è il più alto dell'America latina» (ora, facendo la media con il doppio cambio del dollaro a 2.60-4.30, vale intorno ai 342 dollari).
Ma, per la prima volta, l'aumento (25%) è inferiore all'inflazione (27-30%), anch'essa la più alta dell'America latina. Nonostante la chiusura con il sorriso, nel 2009 l'economia venezuelana è entrata in recessione, per la prima volta dall'anno golpista del 2002, ed è caduta in rosso per il 2.9%. E per il 2010, mentre il resto dell'America latina sembra essersi lasciata alle spalle la crisi e prevede una crescita del 4%, secondo l'Fmi il Venezuela continuerà in recessione (-0.4%).
Poi c'è il quadro politico esterno. Il golpe in Honduras è stato un segnale. La riemersione della destra per via democratica con Sebastián Piñera in Cile («l'anti-Chávez», ha detto speranzoso Mario Vargas Llosa), un altro segnale. Gli Usa di Obama hanno completato l'accerchiamento del Venezuela chavista con le 7 basi militari nella Colombia del servizievole Uribe. Soprattutto sembrano essere riusciti, per il momento, a fermare non solo la forza d'urto espansiva del chavismo ma anche l'onda progressista dell'America latina. Il 2010 sarà forse decisivo: per il Venezuela che vota in settembre e per il grande Brasile che vota in ottobre.
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Con te non vogliamo voncere.Contro di te e quelli come te la vittoria diventa decisiva. 16-02-2010 02:23 - mauro ghignoni
Se tu ragionassi politicamente e storicamente(ma di tutte le lettere che leggo sul manifesto non ne vedo tante che richiamino la capacita' di analisi della sinistra,piuttosto un conformismo mediatico da disperazione),ti interrogheresti ,anziche'solo sentire i venezualani della classe media che non possono piu'godersela a sfruttare tutto quello che gli arrivava a tiro come in passato,perche'in un continente con il divario ricchi poveri piu'alto del mondo
,con un debito verso IMF e MB ,cioe'verso gli USA,che aumenta in continuazione specialmente in quei paesi che
hanno votato a destra come il Cile,con relativo tasso di sottosviluppo sociale che e'sempre piu'spinto tanto da far parlare di africanizzazione dell'america latina ed infine con una americanizzazione e disintegrazione culturale che segna la fine dei tessuti sociali tradizionali(cioe'quelli che permettevano alle masse di poveri di difendersi a livello di comunita) ed un uso mediatico violento e priopagandista come in Italia,perche'in questo paese Chavez ha ancora consenso che gli ha permesso di vincere democraticamente una serie di consultazioni elettorali e di aver sbaragliato un golpe.Questo in America Latina non era mai successo.
Perche'?
Chiedilo ai tuoi amici venezuelani o ai giornalisti di Repubblica.E fatti un giro alle primarie del PD per finire. 16-02-2010 02:19 - mauro ghignoni
Chavez ha avuto a disposizione 10 anni per risolvere questi problemi e lui durante tutto quato tempo che ha fatto? Solamante proclami contro l'imperialismo nordamericano, taluni davvero comici peraltro.
Intanto i suddetti problemi si sono accentuati con una palese ridicolizzazione della rivoluzione bolivariana.
PS
Se qualcunio di voi, sostiene di ammirare Chavez anche dopo aver visitato il Venezuala, o e' un pazzo o e' un ipocrita. 02-02-2010 18:38 - Anonimo venezuelano
me, fonti di informazione affidabili ! Suggerisco di leggere: www.inthesetimes.org oppure www.motherjones.com oppure www.macleans.ca(com).. Trovo che il giornale messicano www.jornada.unam.mx
sia anche interessante per le sue analisi sulla situazione nell'America Latina in generale. Saluti Frank Zettici 02-02-2010 17:28 - Frank Zettici
ovviamente no al golpe eventuale
le cose a volte sono semplici, inoltre ha governato 11 anni non sono pochi un cambio e' normale 02-02-2010 15:19 - marco
la solita revolucion lo farà fuori a breve . 02-02-2010 13:50 - Amen