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COMMENTO
03/02/2010
  •   |   Massimo Carlotto
    Quattro mori e un leone

    Gli operai di Portovesme hanno messo in conto anche le manganellate ma a tornare indietro non ci pensano proprio. La storia dell'Alcoa di Portovesme è l'ennesimo esempio dell'uso spregiudicato di un territorio usa e getta come la Sardegna. Multinazionali e cordate di ogni risma si gettano sull'isola e sulle sue ricchezze, pronti ad andarsene senza nemmeno salutare quando l'osso è ben spolpato. La situazione è disastrosa e i lavoratori dell'Alcoa hanno capito che non è in ballo solo il posto di lavoro ma il loro futuro perché se perdono trovare un'altra occupazione sarà davvero dura. La lotta dei minatori e la loro cocente sconfitta è ancora una ferita aperta e dolorosa ed è un monito a non arretrare di un solo millimetro. Il Sulcis è stato fatto a pezzi a forza di promesse mancate, ce lo ricordiamo tutti Berlusconi che nella sua personale campagna elettorale per sostenere il silente candidato Cappellacci gridava agli operai: «ora telefono a Putin e salvo la fabbrica». Menzogne. Sempre menzogne. Tanto i sardi alla malaparata si fanno la valigia ed emigrano.
    La Sardegna è presa d'assalto d'estate dai turisti e le mafie investono e riciclano ma i paesi dell'interno si svuotano. I militari e le aziende del settore occupano e avvelenano con i loro esperimenti territori che, da tempo, dovevano essere restituiti ai loro legittimi proprietari. Nell'assenza più totale di un ceto imprenditoriale e finanziario capace e illuminato prosperano gli «stranieri» che saccheggiano una delle isole più belle del mondo con le complicità di sempre. Nell'assenza imbarazzante di una sinistra in grado di organizzare opposizione e di immaginare un futuro possibile, i sardi continuano a essere maltrattati, a essere considerati «periferia dell'impero».
    Oggi i lavoratori dell'Alcoa rappresentano quella parte del popolo che non ha mai abbassato la testa e non si è piegata alle logiche dello stillicidio delle promesse. Più a est, affacciati a un altro mare, altri operai della stessa azienda difendono il posto di lavoro. Ma il Veneto non è la Sardegna e il territorio trasuda ricchezza mentre gli industriali prendono a calci la vita di tutti coloro che non hanno un ruolo nel rilancio del grande Nordest. Con grande disinvoltura e senza un briciolo di senso etico i padroni delocalizzano, agitano la crisi per ristrutturare senza troppe rotture di scatole, chiudono fabbriche in attivo per aver sputtanato vagonate di soldi. Tanto c'è il nuovo Ptrc (Piano regionale di coordinamento) con le sue infrastrutture faraoniche, e poi c'è da cementificare, costruire piccole Los Angeles ai bordi della laguna, bucare montagne, autodromi e miriadi di centri commerciali da costruire. I soldi girano, eccome se girano. Non solo quelli ritornati a casa con lo scudo fiscale ma quelli che arrivano da non si sa bene dove. Ora c'è il territorio da privatizzare e mercificare. Non sono bastati 25 anni di capannoni che ora espongono il cartello affittasi in italiano e in cinese. La campagna elettorale è già partita alla grande su centrali nucleari, termovalorizzatori, discariche. Il sacco del Nordest. La politica del fare di Galan ha creato un intreccio affaristico pubblico-privato al di fuori di ogni controllo e possiamo stare tranquilli che la Lega, che con tutta probabilità si papperà la regione in un sol boccone, si adeguerà al sistema. Nel frattempo distribuiscono le bandiere col Leone di San Marco ai lavoratori dell'Alcoa per scimmiottare l'orgoglio dei lavoratori sardi nello sventolare i quattro mori. Blaterano di identità, di popolo ma alla fine stanno sempre con i poteri forti. Se l'Alcoa trasferirà la produzione in Arabia Saudita dove stanno già costruendo gli stabilimenti non perderanno certo il sonno. I lavoratori e le loro famiglie tengono duro. Con fermezza. Dignità. Rabbia. E spero che sia contagiosa. Maledettamente contagiosa.


I COMMENTI:
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  • Un po' confuso l'articolo, ma forse scritto con rabbia. Andrebbe integrato.
    Gianchi, condivido appieno, soprattutto l'ultima parte. D'Alema e Veltroni hanno rovinato l'Italia quanto Berlusconi. 04-02-2010 12:39 - Vito A.
  • Complimenti a Carlotto per il suo ultim libro , l'ho appena letto. Nell'articolo è vero si toccano troppi punti cruciali della nostra attuale miseria. Io ne approfondirei uno in particolare : le periferie dell' impero ex industriale non solo in Sardegna ma in tutte le parti d' Italia, secondo me Stiamo importando modelli ideali da un sistema capitalistico ideale avanzato (del Nord Europa) , da post fase industriale. Ma in Italia abbiamo perso un pezzo , o due ( nel Sud Italia abbiamo perso una intera fase economica) : una alternativa economica sicura allo smantellamento dell'industria pubblica e un aumento dei salari,(Italia con salari piu' bassi d' Europa)( e non parliamo della qualità dei servizi ) che purtroppo faranno aumentare sempre piu' le periferie sopra citate. Le periferie sono state sempre usate dalle associazioni malavitose per reciclo di manodopera a basso costo, dalle banche per aumetare un tempo di restiruzione di denaro in prestito solo a vantaggio di lunghi interessi, dai governi per giustificare le loro promesse di ripresa economica , con programmi di proroga, e chi ne ha piu' ne metta. Per queso non sono da trascurare i messaggi della lotta degli operai Alcoa. 04-02-2010 11:35 - pepperepe'
  • Oggi tutti si schierano con i licenziati.
    Tutti hanno parole di solidarietà cion il popolo dei disoccupati.
    Ma questo,è il risultato di scelte politiche che hanno fatto i nostri politici,in questi anni di svendite.
    D'Alema,per primo,ha messo il cartello sulle fabbriche,gia nel millennio passato.
    Ora sulla sua barca,fa finta di non sapere nulla.
    Ma dove erano questi signori,quando il paese passava dalle mani pubbliche a quelle private.
    Tutti per la privatizzazione.
    Oggi,i signorini fanno finta di nulla e si associano allo sdegno degli operai.
    Diciamolo,abbiamo delegato a una massa di farabutti le nostre idee e oggi paghiamo.
    Ma si può cambiare.
    Si può trasformare una sconfitta,in vittoria.
    Basta che tutto il popolo della sinistra spazzi via la vecchia classe dirigente e si metta alla direzione del partito della sinistra.
    Bisogna assaltare la sede e costringere alle dimissioni a tutti i collusi con le politiche passate.
    D'Alema,Veltroni,Prodi,Rutelli,e tutti i loro reggicoda.
    La sinistra,per ritornare credibile, deve dare pieni poteri alle federazioni e alla base,che a differenza dei vertici,ha sempre mantenuto una identità di sinistra.
    Insomma,invece di andare a fare i portatori di voti a questa gente,bisogna fare una vera e propria pulizia interna.
    Come i Soviet e la corruzione russa.
    Come i cinesi nelle loro rivoluzioni culturali.
    Anche quà dobbiamo mettere i cappelli da asino a gente come D'Alema.
    Dobbiamo riinsegnagli cosa vuole dire essere di sinistra.
    Gli operai devono tornare a essere il nostro referente positivo.
    Il lavoro e il suo frutto,come dice la nostra costituzione di sinistra,devono essere rivalutati.
    Solo così possiamo aspirare a tornare a essere quello che i nostri padri volevano. 04-02-2010 10:43 - maurizio mariani
  • Gianchi l'incontro sul Britannia fu a giugno '92,per pianificare tangentopoli e la lista delle aziende IRI (banche - autostrade - telecom -agroalimentare) da comprare in saldo,anche grazie all'attacco alla valuta italiana da parte di Soros.Draghi fu il maggiordomo che compilo' e dettaglio' la lista della spesa e fu ricompensato dalla Goldman Sach con un posto da top manager.
    Carlotto sempre interessante. 04-02-2010 09:28 - Alligatore
  • Io mi ricordo che, tanto tempo fa, ai tempi della Prima Repubblica quando esistevano ancora quelle organizzazioni strane chiamate partiti politici, quando le cose andavano male si diceva che il popolo se ne sarebbe ricordato al momento delle elezioni. Ma che cosa si può fare contro il Partito dell'Amore ? 04-02-2010 06:44 - gianni
  • Eh no Carlotto, non l'hai raccontata tutta la storia: un'alternativa c'è stata in Sardegna negli ultimi quattro anni, quelli del governo Soru. Un'alternativa maledettamente seria, sia nel governo del territorio sia nelle scelte economiche e politiche. E i nostri eroi, che ora fanno tanto casino, che cosa hanno fatto? A Portovesme Cappellacci, l’attuale presidente della Regione, ha preso il doppio dei voti di Soru! Il fatto è che quando, neppure un anno fa, potevano scegliere di rimboccarsi le maniche e costruire il proprio futuro invece di mendicare un posto a testa china, costoro e tanti altri come loro hanno deciso di bersi le più incredibili promesse di Berlusconi e dei suoi soci d’affari. Beh, non provo alcuna solidarietà verso chi ha deciso di vivere col cartellino del prezzo legato al collo: se la son cercata! 04-02-2010 02:44 - davide
  • Un'altro esempio di privatizzazione perversa. Mi piacerebbe tanto essere al governo e dire a questi signori: nazionalizzazione! 04-02-2010 01:12 - Le Mat
  • Gianchi...c'è da piangere ma è vero ke paese ci siamo fatti ... un paese senza etica e senza ...mutande 03-02-2010 23:46 - stefano scano
  • Bel pezzo questo di Carlotto, e grazie Gianchi dell'integrazione sulla storia della svendita del patrimonio industriale nazionale... sembra la storia della svendita dell'Argentina a beneficio delle multinazionali 03-02-2010 21:30 - paolo
  • Non è che il filo dell'articolo sia proprio chiarissimo. Due righe sulla storia della controversia in questione non sarebbero state male, non è una roba che trovi su wikipedia. Poi a metà mi sono perso, non capivo più se si parlava dell'alcoa, della sardegna, del veneto o di roba più generale.
    E non ho neanche capito a che conclusioni si arriva. Tipo, par di capire che i sardi siano meno malleabili dei veneti. E che il nordest sia diventato una specie di terra di nessuno tra pirati spregiudicati e popolo bue che sogna le centrali nucleari, con la lotta dell'alcoa come unica speranza di contagio benefico. E' questo il punto? 03-02-2010 20:48 - andrea61
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