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COMMENTO
05/02/2010
  •   |   Marco Revelli
    Povertà in tuta blu

    «Rancore». Loris Campetti, sulla prima pagina del manifesto del 29 gennaio, ha evocato la parola chiave per capire molte cose dell'Italia di oggi. Anzi, sotto il significativo titolo «La politica non sale sui tetti», ha usato un'espressione ancor più impronunciabile: «rancore operaio». Lo so che la cosa non piacerà quasi a nessuno, né alla destra né alla sinistra, a cominciare da tanti operaisti in stand by. Ma ci apre la porta alla comprensione di molti aspetti della nostra contemporaneità opaca, altrimenti indecifrabili. Dell'imbarbarimento civile del nord, tanto per cominciare, del nordest con i suoi sindaci xenofobi, ma anche del nordovest, l'antico triangolo industriale, ieri tradizionale area d'insediamento sociale della sinistra «lavorista» oggi territorio di conquista della Lega. Del degrado camorristico-mafioso di gran parte del sud, e del disfacimento morale assolutamente bipartisan di quasi tutta la sua classe dirigente. Della stessa evaporazione rapida della sinistra nazionale, fino al punto dell'afasia e dell'atrofia politica attuale. E dell'apparentemente inspiegabile assenza di conflitti sociali, collettivi, pur in una situazione in cui la crisi morde sul vivo.
    Il rancore è un sentimento «sociale». È una passione «da poveri». Da chi è messo all'angolo. Alimenta, appunto, le «guerre tra poveri»: i conflitti orizzontali sul fondo della piramide sociale. E gli operai italiani sono, oggi, poveri. Anzi - cosa forse ancor peggiore - sono degli «impoveriti». Basta dare un'occhiata alle statistiche, che non piacciono al governo, ma ne spiegano con la loro crudezza la fortuna elettorale, per comprenderlo. La più recente rilevazione disponibile - il Rapporto della Commissione d'indagine sull'esclusione sociale - ci dice che l'incidenza della povertà relativa tra le famiglie operaie aveva raggiunto, nel 2008 (quando dunque la crisi era appena all'inizio) il livello record del 14,5%, che al sud sale addirittura al 20,7%. Il che significa che qui una famiglia su cinque, il cui capofamiglia sia operaio, è costretta a vivere con una spesa mensile media inferiore di almeno la metà rispetto a quella nazionale.
    Se poi dalla «povertà relativa» si passa all'indicatore di «povertà assoluta» - il quale misura il numero di coloro che non possono permettersi neppure una quantità minima di beni e servizi giudicati indispensabili per una vita dignitosa: cibo, vestiario, medicine, trasporti -, le cose vanno persino peggio. Dall'analisi «per gruppi» condotta dall'Istat sul milione e duecentomila famiglie italiane censite come «assolutamente povere», al fine di individuarne la composizione, risulta che quasi la metà di esse è costituita da lavoratori - in prevalenza dipendenti, ma non solo - o comunque da famiglie in cui la «persona di riferimento» svolge un lavoro. Si tratta, per un buon numero (170.000 famiglie, pari al 15,1% del totale) di «coppie monoreddito operaie con figli minori residenti nel Mezzogiorno» e per un'altra elevata percentuale (più dell'11%, oltre 124.000 famiglie) di «single e monogenitori operai del centronord»! Ma vi compaiono anche 110.000 famiglie composte da «coppie monoreddito di lavoratori in proprio con figli minori» (il 9,8%) e quasi altrettante (93.000, l'8,3% del totale) con capofamiglia impiegato o persino piccolo imprenditore, con un elevato numero di figli minori a carico e residenza al sud. A cui va aggiunta la massa, certamente più consistente, delle povertà occulte: di chi non è censibile «ufficialmente» come povero, in base all'entità formale del reddito o del consumo, ma di fatto lo è perché appesantito dalle rate del mutuo o del credito al consumo, da una separazione, un divorzio, una terapia relativamente costosa. O semplicemente da uno stile di vita diventato economicamente incompatibile col proprio bilancio ma socialmente irrinunciabile, pena la perdita delle relazioni primarie.
    Sono, tutte, figure sociali che fino a pochi anni fa si consideravano «garantite». Che venivano viste socialmente - e si vedevano, soggettivamente - al di sopra e al di fuori del rischio-povertà. Per le quali l'orizzonte sociale era stato, a lungo, quello della crescita, di reddito e di status. E che ora si scoprono, quasi d'improvviso, su un piano inclinato. Misurano sulla propria possibilità di accesso a beni e servizi essenziali, una «caduta» che stentano ad ammettere. E che si sforzano di mascherare. Ma che viene per molti versi da lontano. E che ha a che fare - anche se è difficile, per chi la subisce, decifrarla così - con la pesante, silenziosa ma nella sostanza destabilizzante, sconfitta politica e sociale che il lavoro ha subito nell'ultimo scorcio del secolo scorso. Non solo in Italia, certo. Ma in Italia in forma particolarmente severa.
    Basta dare un'occhiata alla dinamica salariale, per avere immediatamente la misura dello spostamento di potere sociale verificatosi nel periodo. L'Ocse ci colloca oggi al 23° posto nella classifica annuale delle retribuzioni nei suoi trenta paesi aderenti, davanti soltanto a Repubblica Ceca, Ungheria, Messico, Nuova Zelanda, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Turchia. I salari lordi italiani sono in media sotto del 16% rispetto all'area Ocse e del 32% rispetto all'area Euro. Quelli netti, a causa dell'elevato peso degli oneri fiscali, ancor peggio: secondo l'Eurispes «il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale che è inferiore del 44% rispetto al dipendente inglese, del 32% a quello irlandese, il 28% in meno di un tedesco». Sempre secondo questa fonte percepirebbe addirittura, in busta paga, il 19% in meno di un greco, e il 14% di uno spagnolo. Certo è che se si tiene conto che la testa della classifica, per salario netto, è occupata dalla Corea con 39.931 dollari annui, seguita dal Regno Unito con 38.147 e dalla Svizzera con 36.000, il lavoratore italiano con i suoi 21.374 dollari (circa 15.300 euro) appare davvero un paria.
    Non era così fino agli anni Novanta, quando la remunerazione del lavoro in Italia stava 5 o 6 punti sopra la media europea. Dietro ai numeri, dunque, e al loro declino verso il basso, si nasconde un contemporaneo spostamento laterale, dal centro alla periferia, dal protagonismo al silenzio, degli uomini che dietro a quei numeri stanno. Di quel mondo del lavoro di cui si era celebrata la «centralità» nella fase matura del Novecento, e di cui è andato in scena l'oscuramento nel passaggio di secolo. Sono loro che hanno perso. Uno studio della Banca dei regolamenti internazionali (Bri) calcola in numerosi punti percentuali di Pil la quota di ricchezza sociale passata dal monte salari ai profitti delle imprese tra l'inizio degli anni '80 e il 2005 nei paesi sviluppati. Per l'Italia si tratta di ben 8 punti: una cifra enorme, pari all'incirca a 120 miliardi di euro, 7.000 euro per ognuno dei 17 milioni di lavoratori dipendenti. La misura di un processo silenzioso ma brutale di emarginazione.
    Stupisce che ora chi fino a meno di una generazione fa era considerato e si considerava al centro dell'universo sociale e ora non viene neppure più «visto» (a meno che non esponga il proprio corpo e la propria vita su un tetto o una gru), né «nominato» da quella stessa sinistra che sulla retorica operaia aveva costruito la propria fortuna politica, nutra rancore? Che provi anche un suo particolare gusto nell'abbandono degli antichi compagni? Un'ostentazione di wildness. Un perverso uso del politicamente scorretto, quando il mito dell'«assalto a cielo» cade nel fango, e rimane ormai solo il trash del rito celtico padano, e l'urlo gutturale della ronda leghista, a marcare un brandello di soggettività? O il rassegnato abbandono al patronnage di un padrino di camorra, in una cintura flegrea? O, infine, il sogno perverso dell'uscita verticale attraverso il cubo di un night e un ripostiglio del Grande fratello?


I COMMENTI:
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  • le soluzioni, strategiche e non soltanto contingenti, erano state indicate in abbondanza negli anni '70: riduzione generalizzata dell'orario di lavoro, lavorare meno lavorare tutti, 150 ore, integrazione fra lavoro manuale e intelletuale, etc; poi qualcuno ha teorizzato la separazione sociale fra garantiti e non-garantiti, e i risultati si son visti; senza una strategia che miri a superare il capitalismo non si va da nessuna parte 06-02-2010 12:55 - sandro
  • I padroni fanno i propri interessi e la controparte (la classe lavortrice) cosa fa? si preoccupa delle partite di calcio domenicali o di Sanremo, si svegliano solo quando sono chiusi gli stabilimenti dove lavorano. Poi, addirittura quelli del sud che sono al nord votano lega nord. Oh si vegliano o non si lamentino. 06-02-2010 12:33 - carlo marchi
  • l'operaio dovrebbe tutelare la propria professionalità e difendere i propri diretti,il datore di lavoro dovrebbe salvaguardare la sua azienda e competere nel mercato, il governo non dovrebbe fare l'imprenditore di sè stesso ma educare le classi sociali per una crescita equa e solidale 06-02-2010 12:19 - biro
  • La classe operaia italiana,ha raggiunto la fascia di povertà.
    Grazie alle politiche economiche che si sono succedute in questi ultimi anni,siamo finalmente sotto a quella fascia che si ritiene dignitosa per vivere.
    Ora il discorso è questo:
    Vale la pena continuare a dire si signore,votare,stare dalla parte della "legge e l'ordine"per poter aspirare a vivere una vita come questa?
    Ora gli operai,anche quelli della catena imperialista,non hanno che le loro catene da difendere.
    Non siamo più nell'78,quando le assembee operaie,si preoccupavano di difendere lo stato dall'attacco dei comunisti.
    Neanche siamo in un paese dove i contrasti di classe si sono appianati e la lotta è contenuta su un piano ideale.
    No, ora le idee,le hanno solo i ricchi borghesi,mentre il popolo affamato,non pensa ad altro che alla sopravvivenza.
    Sopravvivere o morire dandosi fuoco come hanno gia fatto alcuni.
    Ma sopravvivere è impossibile.
    Almeno in modo dignitoso.
    Un operaio per vivere in questa società dovrebbe ricominciare a vivere in barracche di cartone e mangiare solo pane.
    Ma vale la pena?
    Vale la pena,soffrire per un lavoro miserabbile e un salario insufficiente.
    Si vive,stando a guardare i figli e i nipoti dei padroni con le ferrari gialle a scorrazzare per le nostre città alla ricerca di sesso e droga?
    Un figlio di questi,riesce a pipparsi anche 6000 euro per sera.
    Noi con quelle 6000 euro ci dobbiamo vivere 7 mesi con tutta la famiglia e magari pagare anche il canone della tv.
    Ma vale la pena?
    Vale la pena stare a guardare gente che per due calci al pallone prendono milioni e noi con le scarpe rotte calpestiamo la neve?
    Se vale la pena,andate con D'Alema e votatelo ancora.
    Se vale la pena,non state a sentire questo vecchio rivoluzionario e andate a scimmiottare i vostri padroni.
    Ma se quello che vi dico,vi tocca nella dignità,cominciate a urlare anche voi.
    Cercatevi,unitevi,che avete una forza spaventosa e non lo sapete.
    Le vostre braccia sono quelle che costruiscono tutto.
    Voi potete distruggere tutto,perche siete in grado di ricostruire tutto! 06-02-2010 10:40 - maurizio mariani
  • Rispondo a gianchi, di cui condivido la sua chiara descrizione sulla drastica situazione di tutte le classi di lavoratori oggi in Italia, per ricordargli che un vero partito comunista esiste ancora in Italia ed é il PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI, il solo partito politico sempre a fianco dei lavoratori che hanno perso o stanno per perdere il loro posto di lavoro. Il solo partito politico che parla e pratica un linguaggio inequivocabile, perché dice no ai licenziamenti, no alla chiusura di fabbriche e stabilimenti, e dice SI' ALLE NAZIONALIZZAIONI, SI'
    ALLA CADUTA DEL CAPITALISMO E SI' ALL'AVVENTO DI UN NUOVO SOCIALISMO CHE PORTI FINALMENTE AD UNA EQUA E GIUSTA RIPARTIZIONE DELLA RICCHEZZA ! 06-02-2010 08:27 - ermalinci
  • sara' anche disperazione teorica,
    e potremmo dire che neanche l'urss ha funzionato, e torneremmo a fare sempre i soliti discorsi;
    ritengo che non sia giusto vedere l'operaio o il proletario solo come un soggetto dipendente vuoi del padrone, vuoi dello stato, vuoi del partito; e' come lasciarlo subordinato per definizione;
    ovvio che un dipendente finche' c'e' una spinta populsiva economica pensera' di poter andare a traino piu' difficile nel momento di crisi; certo che si potrebbero chiedere gli utili fatti dai padroni, e sarebbe giusto, ma questo non comporta assolutamente il mantenimento della produzione per la quale ci vuole invece una capacita' gestionale 06-02-2010 07:22 - marco
  • L’articolo di Marco Revelli ha stimolato queste mie riflessioni storiche. E' vero: è di Bruno Trentin la responsabilità di aver firmato nel 1993 il primo accordo di concertazione con i padroni delle fabbriche, ma è stato Sergio Cofferati a perfezionarlo ed a renderlo ancora più micidiale nel 1994. Quindi la responsabilità storica di quel tradimento spetta interamente a Cofferati e non a Trentin, che poi si è pentito e ne ha rigettato la responsabilità. Quando si paragona la situazione di quello che rimane della classe operaia italiana con quella del resto d’Europa bisogna tenere conto di alcune cose. Negli altri paesi della CEE non c'è mai stato un Partito Comunista potente come quello italiano, ed un sindacato ( la CGIL ) che si definiva DI CLASSE ( operaia ). I miglioramenti dello stato sociale che oggi si vogliono continuare affossare sono il frutto delle lotte operaie degli anni '50. '60 e '70, volute e promosse dalla CGIL e dal Partito Comunista Italiano innanzitutto per combattere lo sfruttamento della classe operaia, e poi per difendere tutti i settori del lavoro dipendente, compresi i tanto aborriti statali. Sono state chiamate CONQUISTE SOCIALI di valore storico, e per anni ci sono state INVIDIATE dalle organizzazioni sindacali di tutto il mondo. Poi lentamente le conquiste si sono trasformate in DIRITTI ACQUISITI irrinunciabili, e sembrava che nessuno nemmeno lontanamente avrebbe osato toccarli. Però con il passare del tempo, dopo il crollo dell'Unione Sovietica e l'autoscioglimento del PCI, ed il conseguente indebolimento di tutte le forze di sinistra, i diritti acquisiti hanno cominciato ad essere considerati PREVILEGI INACCETTABILI che dovevano essere eliminati. Cerchiamo di fare un pò di mente locale, evitando di ascoltare le sirene dei soliti media prezzolati. Certo che nel corso degli anni la situazione economica e sociale è radicalmente mutata. Mi rendo conto che l'età media della popolazione è molto aumentata, con la crescita dell'aspettativa di vita dell'italiano medio. Capisco pure che il tenore di vita della popolazione è assai migliorato rispetto a quello degli anni' 50 e '60, anche se vi sono ancora notevoli sacche di indigenza con molta gente che vive sulla soglia della povertà. So benissimo infine che la consistenza della classe operaia italiana si sta riducendo progressivamente, e con essa anche la forza delle organizzazioni sindacali. Con la modifica della stato sociale gli accordi trilaterali fra governo, lavoratori ed imprese devono adeguarsi alle nuove realtà. D'accordo. Rimane il fatto però che il mio nemico principale si chiama CAPITALISMO, e che a costo di passare per conservatore cercherò di oppormi con tutte le mie forze all'eliminazione delle conquiste sociali strappate al capitale con tanti sacrifici umani e tanti morti. Quello che mi dà maggiormente fastidio però è il fatto che non solo i fascisti di AN, i forzaitalioti ed i leghisti, ma anche consistenti parti della cosiddetta sinistra di governo ( DS, PD, ed anche qualche esponente del PRC ) da qualche tempo hanno cominciato a considerare le lotte operaie degli anni '50. '60 e '70 come inutili e nocive. Secondo questi cosiddetti " compagni " avevano avuto sempre ragione i grossi capitalisti come Agnelli, Pirelli e Pesenti, e le conquiste sociali ottenute grazie all'appoggio de PCI ed alle lotte operaie della CGIL sono state una jattura ed un disastro per l'economia italiana. Meglio se non ci fossero mai state. Meno male che i sopravvissuti protagonisti di quelle stagioni di lotta stanno tutti crepando, così fra poco arriverà il solito Giampaolo Pansa a fare il suo bel revisionismo storico ed a riscrivere in senso reazionario gli eventi di quegli anni. Beh, a questo punto io non ci sto. Non me la sento di sputare sulla tomba di mio padre e mia madre, attivisti sindacali e fedeli alla CGIL ed al PCI fino alla morte. Quanto alle proposte per il futuro, sono con Giorgio Cremaschi al cento per cento. Guglielmo Epifani e la sua banda possono andare a cagare. 06-02-2010 05:28 - gianni
  • marco, lo hanno fatto già in argentina. non ha funzionato. l'ipotesi della simbiosi operaio imprenditore dimostra poi solo il livello di disperazione teorica corrente. 05-02-2010 20:15 - alex
  • non abbiamo perso solo noi operai, ma anche voi, voi giornalisti, voi sindacalisti, voi accademici, voi ceto medio in tutte le sue figure. ceto medio incarognito e inferocito. se non fosse così, se avessimo perso solo noi, noi operai, non ci sarebbe stato alcun problema, diventavamo cognitivi postfordisti, facevamo il corso di formazione e salutavamo la classe operaia. facevamo il grande salto di qualità ed elargivamo un'offerta per la sinistra di ceto (o meglio: la sinistra che è ceto). ma siccome il valore si fa con il lavoro immediato di massa, allora, come dire, siete morti ma ancora non ve ne siete accorti. sapete com'è, scoppia la bolla, bombarda la produzione e poi fa cucù nella circolazione (compra e vendi, ovvero egalitè & libertè). chiaro che in un giornale dove i martiri dell'oppressione del capitale "postpatriarcale" sono considerati peronaggi come le d'addario, le bonino, e i morgan, ci sono difficoltà obiettive a comprendere tutto ciò. dico difficoltà, non malafede, no, non malafede, no, malafede no, nonnonnò. sarebbe come dire che voi guardate gli operai perchè la nostalgia della lotta di classe serve a scaricare particolarmente proprio su noi operai e disoccupati la crisi, visto che la crisi è crisi del lavoro e parlare di lotta di classe in effetti non ha senso, se non per voi, per gli interessi immediati vostri e vostri soltanto, ma sareste in malafede e voi non lo siete, non potete esserlo, voi siete di sinistra. 05-02-2010 20:08 - alex
  • non ho una soluzione specifica,ma una parziale soluzione potrebbe essere secondo me , non tanto rimpiangere partiti e situazioni che si collocavano in una italia diversa con una situazione internazionale diversa (i romeni stavano chiusi in romania, la cina era terzo mondo) ma nel cominciare a pensare a come gestire le fabbriche e gli apparati produttivi, cosi occupandole e facendole funzionare e non solo rivendicare qualcosa rispetto ai padroni,
    posso capire che sia difficile ma credo che sia la soluzione, bisogna pensare da imprenditori se no saremo sempre subalterni 05-02-2010 19:47 - marco
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