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COMMENTO
16/02/2010
  •   |   redazione
    Il nostro futuro. Al via il dibattito nel "manifesto"

    Al manifesto non si discute soltanto di come uscire dal tunnel in cui ci hanno spinto Berlusconi e il suo superministro Tremonti con la cancellazione del diritto soggettivo ai contributi pubblici alle testate giornalistiche senza fini di lucro. Una volta superato questo ostacolo – e stiamo facendo di tutto per riuscirci, anche con il vostro aiuto – dovremo essere pronti e all'altezza della battaglia politica e sociale per riportare l'Italia nel consesso dei paesi democratici e per contribuire a definire le idee su cui ricostruire la sinistra.

    Abbiamo iniziato un'assemblea politica del collettivo per decidere la rotta, gli strumenti e i linguaggi idonei alla traversata. Compito di questo confronto interno, avviato dal comitato di gestione che insieme a Valentino Parlato ha retto il giornale negli ultimi sette mesi, è anche l'elezione di una nuova direzione, che segue il rinnovo già avvenuto del consiglio d'amministrazione e la nomina del direttore generale e del direttore editoriale. Abbiamo deciso di rendere pubblica la nostra discussione, aperta a critiche, commenti e suggerimenti di chi ci legge e ci sostiene. A partire dai nostri collaboratori. Martedì 16 febbraio sono intervenuti, per ordine, Angelo Mastrandrea, Norma Rangeri e Loris Campetti del comitato di gestione. Venerdì ci sarà - salvo rinvii - una nuova tornata di interventi.

     

    QUI DI SEGUITO GLI INTERVENTI DEL COMITATO DI GESTIONE, REGISTRATI IN ASSEMBLEA 

     

     

    ANGELO MASTRANDREA

     

     

    Ci aspetta una stagione non facile. Il fattore crisi, interpretato come crisi dell’editoria, economica e della sinistra, sarà non solo un argomento di lavoro giornalistico ma anche di battaglia per la nostra sopravvivenza. Il probabile taglio dei fondi per l’editoria ci spinge a una riflessione più radicale del previsto sul lavoro che quotidianamente svolgiamo e sul nostro futuro, e allo stesso tempo ci costringe a dedicare gran parte delle energie del futuro prossimo all’organizzazione di una campagna per la sopravvivenza del giornale. Pur consci dell’avvio dello stato di crisi e delle gravissime difficoltà economiche che ci aspettano, dobbiamo pensare a un rilancio del quotidiano, attraverso una riforma grafica e dei contenuti editoriali, e più in generale della galassia “manifesto”, con il giornale e il sito completamente ridisegnati.

     

    Un bilancio del comitato di gestione.

    Il comitato di gestione si è insediato a giugno: da meno di un mese il giornale aveva ridotto le pagine da 20 a 16 e nello stesso periodo in edicola era uscito l’Altro di Sansonetti (che però avrà vita breve e non pare aver intaccato sensibilmente le nostre vendite). A luglio il prezzo del giornale è salito a 1,30 euro e a 3 euro con Le monde diplomatique da settembre. Contemporaneamente, a peggiorare la distribuzione del giornale hanno contribuito la riduzione dello scaglione di tiratura di 10.000 copie (che in realtà ha superato le 15.000 per un periodo per riequilibrare gli aumenti dei mesi precedenti) e il taglio sostanziale della diffusione in quasi tutta la Sardegna e la Sicilia (per non parlare di alcune zone della Calabria). A giugno il giornale ha tenuto e ha perfino leggermente aumentato le vendite, come pure in estate, considerato il fisiologico calo delle copie (meglio agosto che luglio), ma come prevedevamo il calo più sostanziale è avvenuto in coincidenza con la partenza del Fatto, alla fine di settembre. Tutto ciò nonostante i tentativi di rendere più compatto il giornale, di fare delle inchieste agganciandole a campagne politiche e a scartare dall’agenda quotidiana quando non c’era una notizia che si imponesse di per sé (qualche esempio: le navi dei veleni, il caso Eutelia sul quale abbiamo scritto prima e meglio di tutti, il caso Cucchi e la campagna sulle carceri, gli articoli in solitario contro la riforma del ddl Gelmini sull’università, le questioni sesso-potere e potere-media). E nonostante il rapporto quotidiano con Reds per indirizzare la distribuzione al meglio possibile (anche se abbiamo notato che qualche piccolo risultato si riesce a ottenere).

    Viceversa, abbiamo puntato a compensare il calo delle copie e quindi degli introiti con numeri speciali e inserti. Dopo il numero del 28 aprile a 10 euro della precedente direzione (i migliori reportage della storia del giornale), abbiamo ereditato un numero a 5 euro sull’Europa e programmato quelli sull’autunno caldo e sui 40 anni della radiazione del manifesto. Altre iniziative speciali sono finite su Alias (numero monografico sulla crisi del ’29, 8 pagine speciali sui 40 anni di Internet che ci hanno portato pubblicità, 8 pagine speciali sul vertice di Copenaghen, anche qui con discreta raccolta pubblicitaria), più gli inserti tematici (Scritto e mangiato, Automobile, etc) che ci hanno consentito di contenere il calo della pubblicità dovuto alla crisi. Ad agosto è uscita la Sinistra enigmistica che ha venduto 26.000 copie (più 5.000 euro di pubblicità), mentre sono andati discretamente i libri su Gaza (6.000 copie) e Vauro (7.000). Buono il successo anche del calendario dei santi del comunismo, mentre i risultati del numero a 50 euro sono stati inferiori alle attese (8.700 copie vendute). Un'esperienza, quest'ultima, che consideriamo dagli effetti dannosi sui nostri lettori e da non ripetere. Altra iniziativa di successo le t-shirt gattocomuniste (in tre versioni) e quella per il no B-day e i gadget relativi (portachiavi, spillette, etc). A differenza delle edicole, continua invece a funzionare bene la diffusione militante. A Roma abbiamo coperto tutte le manifestazioni, con picchi di vendite a quella per la libertà di informazione, alla Cgil e al No B-day. Abbiamo portato il giornale alle manifestazioni contro le navi dei veleni e contro il Ponte in Calabria, manifestazioni rispetto alle quali abbiamo svolto un ruolo politico importante. Continuiamo a diffondere il giornale quotidianamente alla Sapienza di Roma.

     

    Si potrebbe fare.

    Per evitare di arrivare con l'acqua alla gola alla fine dell'anno, e per non reiterare esperienze non ripetibili come il numero a 50 euro che non è andato bene e ha indebolito il nostro rapporto con i lettori, pensiamo che vadano annualmente programmate, insieme alla direzione editoriale e a quella generale, una serie di iniziative editoriali e non. Innanzitutto va impostata una campagna per la sopravvivenza del giornale – a partire da una sottoscrizione permanente realizzata attraverso un sito ristrutturato e rigenerato - da far ruotare attorno alla battaglia per il ripristino dei fondi per l'editoria e che potrebbe culminare in un “indipendence day” il 28 aprile. Per quel giorno si potrebbe pensare a una edizione speciale del giornale e si sta lavorando a un numero straordinario con le migliori prime pagine degli “anni zero”. Lo sviluppo dei circoli del manifesto dovrebbe ricostruire una trama di iniziative, assemblee, appuntamenti nei territori. Con la manifestolibri si potrebbe proseguire il filone dei libri-inchiesta da allegare al giornale, mentre un'esperienza da ripetere è quella della Sinistra enigmistica estiva. E' necessario inoltre incrementare la diffusione militante.

     

    Manifesto in mostra.

    Una menzione a parte merita l'idea di una mostra per i 40 anni del manifesto, da realizzarsi in concomitanza con il 28 aprile 2011 e che potrebbe essere l'occasione per una grande campagna di rilancio e sottoscrizione che potrebbe andare avanti fino all'autunno. L'evento dovrebbe svolgersi in prima sede a Roma in un luogo espositivo di gran rilevanza per costruire un primo forte impatto comunicativo in modo da poter poi esportarla in altri luoghi, in Italia e all'estero. La mostra è immaginata e progettata per essere itinerante, ed è costituita da una macchina allestitiva smontabile, componibile, capace di ampliarsi o restringersi a seconda delle necessità. Oltre a luoghi o sedi di mostre o eventi potrà, su richiesta, essere montata in luoghi di aggregazione, di lavoro, istituzionali. Essa è immaginata come un racconto che attraverso l'intreccio di più filoni narrativi ricomponga l'eccezionalità e l'unicità dell'esperienza del giornale. Il visitatore dovrà entrare in un grande caleidoscopio di immagini, suoni, oggetti che, composti, tenteranno di raccontare la storia del giornale attraverso tre filoni narrativi: la carta stampata (grafica, campagne pubblicitarie, prodotti collaterali, etc), il collettivo (le persone e le storie), gli eventi (40 anni di storia attraverso il giornale). In quella occasione il giornale dovrà produrre iniziative parallele e prodotti editoriali (catalogo, poster, dvd, etc). La mostra potrebbe anche essere l'occasione per digitalizzare l'intero archivio cartaceo del manifesto.

     

    Il sito.

    E' stato completamente ridisegnato, dovrebbe essere un nostro punto di forza e di sviluppo. Complementare al giornale (dovrebbe avere delle notizie proprie e non riportare come fa oggi gli articoli già presenti sul giornale, e i suoi contenuti andranno quotidianamente messi in relazione con quelli del giornale), è fondamentale per la comunità dei lettori, che così può interagire con la redazione e avere un proprio spazio di comunicazione, sia a livello singolo che per quanto riguarda i circoli del manifesto. Insomma, quello che gli inglesi chiamano “citizen journalism”, nella speranza che questo faccia da traino al giornale. Attraverso il sito si potrà così dare continuità a campagna e iniziative politico-editoriali. Importante anche la possibilità che il sito del manifesto faccia da punto di riferimento per la “sinistra diffusa” in rete. Esistono tanti siti amici dai quali attingere articoli interessanti e con i quali stringere accordi (da Fuoriluogo a Sbilanciamoci a Terre libere, etc). Un altro aspetto riguarda la fruibilità del patrimonio musicale del manifesto, che diventa acquistabile e scaricabile dal web.

     

    Il giornale.

    E' evidente che, vuoi per la crisi dell'editoria che ci accompagna ormai da qualche anno, vuoi per la crisi economica che mette in difficoltà anche i nostri lettori, vuoi per la crisi della sinistra della quale siamo vittime come tutti gli altri, vuoi ancora per le nostre mancanze e insufficienze, il nostro prodotto quotidiano vive una profonda crisi. Perfino su quelli che una volta consideravamo temi “da manifesto” oggi esiste una forte concorrenza, sia degli altri quotidiani (da Repubblica all'Unità, si pensi alle proteste operaie sui tetti o ad altre questioni sociali, dalla scuola all'ambiente) che della televisione (le inchieste di Report e soprattutto di Annozero e di Presadiretta) e dei siti web. Dunque dovremmo chiederci come fare per differenziarci dal punto di vista dei linguaggi e della narrazione (con storie, ritratti di personaggi, grandi interviste, corsivi etc, utilizzando insomma tutti gli strumenti del giornalismo). Il racconto (che pure è fondamentale, così com'è essenziale che sia ben scritto) non basta. Al manifesto si chiede che faccia da propellente di un'iniziativa politica, com'è accaduto ad esempio per il caso delle navi dei veleni, dove siamo diventati i promotori di una manifestazione che ha portato 30.000 persone in un paesino della Calabria (e dove abbiamo diffuso gratuitamente 1.600 copie del giornale).

    Un'altra parola chiave è approfondimento delle notizie: vale per tutti i quotidiani in relazione al web e agli altri media, vale vieppiù per un giornale come il manifesto che può vantare tanti specialismi e competenze (interne ed esterne). Su questo credo abbia ragione Norma Rangeri: la storia dei giornalisti del manifesto è una storia di militanza, di internità alle questioni trattate e alle battaglie politiche e sociali. E' questo che ci ha sempre caratterizzato e che ci ha consentito di avere una marcia in più, su alcuni temi, rispetto agli altri giornali.

    E ancora: è fondamentale aprire degli spazi per tutte quelle storie che nessun altro racconta.  Il  discreto successo della pagina territori (che potrebbe essere riprodotta sul giornale nazionale) è probabilmente legato a questo: attraverso delle microstorie racconta il paese più profondo e lo mette   in connessione con il mondo. Nel suo piccolo è una pagina unica nel panorama editoriale italiano.  Dovremmo provare a moltiplicare contenitori slegati dalla quotidianità (pur se sempre di  strettissima attualità, sia essa sociale che culturale). Allo stesso modo potremmo testare spazi diversi per la cultura (ad esempio la domenica) e per le visioni-sport. Insomma, è necessario riscandire il giornale, perfino in maniera diversa a seconda dei giorni (con pagine tematiche, etc).

    Dovremmo inoltre provare a programmare di più e vivere meno alla giornata, cosa che ci consentirebbe di avere articoli più pensati e approfonditi. E ad anticipare le questioni che sappiamo diventeranno calde: abbiamo gli strumenti per farlo ma spesso non lo facciamo. In questo modo potremmo provare a fare un giornale meno “generalista” e forse più attraente, pur con tutti gli strumenti del quotidiano. Più corsaro e polemico, che non registri e analizzi solo i fatti del giorno e a volte quelli dei giorni precedenti.

    Per fare tutto ciò è necessario ridisegnare il giornale. Accorciandolo un pochino (diciamo sul modello de La Stampa) si può recuperare carta per aggiungere qualche pagina a costo zero. Bisogna inoltre pensare a una diversa dimensione degli articoli (oggi sono tutti mediamente troppo lunghi, spesso con poca differenza tra un reportage e un redazionale). E' fondamentale che i “gioielli” di giornata (inchieste, analisi particolarmente acute, grandi firme) vengano valorizzati adeguatamente e si riconoscano immediatamente. In sintesi: pochi pezzi lunghi, altri più brevi e con generi diversificati. Bisogna poi pensare a un diverso rapporto con le foto: ce ne vogliono meno, vanno  considerate alla stregua di un articolo: di qualità, pubblicate quando servono e non come inutile orpello, e a colori.    

     

    I temi.

    Infine, le questioni su cui centrare il giornale nel futuro più immediato. La principale mi pare ancora la crisi: come hanno scritto Joseph Halevi e Mario Pianta, ora tocca all'Europa, che sta smottando a partire dalle sue periferie e con lo spettro di una deflazione che provocherà disoccupazione. In un efficace intervento in riunione di redazione, Halevi ci ha prospettato un “medioevo capitalista” europeo nel prossimo futuro. Con il trionfo dell'arte di arrangiarsi, di vecchie e nuove mafie, e il rischio di balcanizzazioni diffuse (analisi di Pianta). Tutto ciò dovrebbe essere oggetto di analisi e di racconto (sarebbe opportuno che la sezione esteri si attrezzasse a un viaggio nella crisi europea).

    Avere una prospettiva europea e globale in un contesto di estrema provincializzazione del nostro paese potrebbe aiutare ciò che rimane della sinistra e dei movimenti (abbiamo già dimenticato la lezione di Porto Alegre?).

    In questo quadro la crisi italiana riveste una sua peculiarità, con la corruzione diffusa che fa emergere i tratti di una nuova Tangentopoli (ma con meno indignazione popolare) e con il rischio di derive autoritarie dalla crisi del berlusconismo (vedi quanto accaduto con la Protezione civile e i continui tentativi di scavalcare ogni procedura democratica in nome dell'emergenza). Ricostruire un pensiero critico in assenza di una sinistra di opposizione è il nostro obiettivo minimo. Come diceva Rossana Rossanda nell'ultimo incontro qui in redazione, bisognerebbe cominciare a lavorare su alcuni concetti, a partire da quello della “rappresentanza”. Ovviamente ci saranno poi le elezioni regionali, dove si misurerà la tenuta delle opposizioni e il consenso al berlusconismo, e su questo dovremmo attrezzarci a preparare qualche numero speciale domenicale del giornale. Un altro argomento di battaglia politica attorno al quale provare a riconnettere una rete di soggetti politici e sociali è quello delle privatizzazioni. Un tema europeo e non solo italiano (vedi la direttiva Bolkestein) ma che in Italia riveste ancora una volta un significato particolare. Basti pensare alla Protezione civile Spa, ma anche alla Difesa Spa, ovvero all'esternalizzazione di attività statali, o per meglio dire al passaggio graduale di settori cruciali dello Stato da un sistema di diritto pubblico a uno di diritto privato, come ci ha spiegato Ugo Mattei sulle pagine culturali. Dallo Stato ai beni comuni (a partire dall'acqua, dove il fronte contrario è molto ampio), la campagna contro le privatizzazioni dovrebbe essere centrale nel nostro giornale. Così come quella contro il ritorno del nucleare e lo scempio dei territori. Su questo pensare a una pagina ambientale come appuntamento fisso non sarebbe sbagliato. 

     

     

     

    NORMA RANGERI

     

    Avremo modo di analizzare nel dibattito i singoli comparti del giornale, ma prima o insieme dovremmo discutere dell’orientamento politico generale. 

     

    Quale politica.

    La fase politica, rispetto a due anni fa, quando fu pensato e costruito il giornale come in parte è ancora adesso, è cambiata e sta cambiando. A sinistra come a destra. Quel giornale era scandito, aveva copertine, la due e la tre svincolate. Un andamento lento, con il rischio che la quantità potesse fare premio sulla qualità. Quel giornale ha freanto la caduta per un paio di mesi, non ha aumentato le copie, e dopo sei mesi, le copie hanno ricominciato a calare. Il giornale è inadeguato alla fase. 

    Non ci sono più due sinistre. Non solo perché il partito democratico ha cancellato la parola sinistra dall’insegna della ditta. Non solo perché la sinistra alternativa è stata espulsa dal parlamento naufragando nello stagno della sua residua nomenclatura. Siamo da tempo testimoni di un quadro dove si aggirano masse (sempre meno) senza rivoluzione e idee di rivoluzione senza masse. 

    Al fondo del disorientamento c’è una ragione culturale prima ancora che politica. Una crisi culturale che paralizza, che impedisce alla sinistra-sinistra di rappresentare la metà del paese che non si riconosce nel blocco del centrodestra. Chi pensando che la riconquista del consenso viaggi sulle ali della riforma istituzionale e elettorale (e non vuole vedere la torsione autoritaria della democrazia), chi immaginando che basti megafonare la protesta sociale. Chi suicidandosi con la rincorsa al centro dello schieramento (l’autosufficienza), chi condannandosi alla marginalità della testimonianza. E tutti considerando (noi compresi) la carta dell’antiberlusconismo una scorciatoia populista da evitare.

    Finché non è esploso il fenomeno dell’Idv (e del Fatto) che, al contrario, dimostra come ci fosse, e ci sia,  nel paese una spinta molto forte per una battaglia di opposizione. Così forte la domanda di opposizione da decretare il successo di un nuovo quotidiano, che vive del sostegno dei lettori, nella crisi globale, mondiale, epocale, della carta stampata. Gli alibi sono caduti. Tutti e per tutti. 

    Fuori di noi, a sinistra come a destra, c’è un cantiere aperto. Vedo nella frantumazione delle identità e dei modelli organizzativi, cioè nella crisi, le opportunità per una soggettività politico-editoriale a tutto campo. Con un sito che aggrega e un giornale che indica la rotta. Sempre tenendo presente (noi qui possiamo esercitare un forte punto di vista politico-culturale) che da quando in Italia al protagonismo delle masse si è sostituito un protagonismo di massa (è la sostanza mediatico-politica del berlusconismo, la sua forza), tutta la politica ne è stata trasformata (a destra e a sinistra). 

    Un cantiere aperto nel Pd, nell’Italia dei valori, nella sinistra di movimento. Vendola e Bonino non sono due incidenti di percorso, ma due opportunità, due maturità politiche. Possiamo consentire o dissentire dalle loro posizioni su singoli temi, ma non possiamo non valorizzare, sostenere il fatto che queste due persone ridanno fiducia e dignità alla Politica con la P maiuscola. L’autorevolezza, l’onestà, la competenza, la passione politica sono beni comuni come l’acqua in un paese che sprofonda nell’indifferenza, avvilito, violentato da una corruzione politica  e affaristica che si specchia nella fine di una certa idea di politica. 

    Le distanze tra le forze di opposizione si stanno riducendo. 

    La fase, mentre indica tutta la degenerazione culturale (ripeto, culturale prima ancora che politica), del nostro mondo (riflesso, in parte speculare, della degenerazione politico-culturale del blocco democristiano nella forma del berlusconismo), tuttavia mostra, per i movimenti di ristrutturazione in corso, con una certa evidenza, la possibilità, per noi del manifesto, di esprimere una soggettività politica. 

    Tutti i giornali esprimono (da Repubblica a Il Fatto) una forte soggettività. Sono il luogo dove avviene la battaglia delle idee. Sempre in più stretta commissione con i social-network.

    Sono soggetti politici per volontà politico-editoriali, per interessi, e, fattore recente, per l’accresciuto ruolo politico che ai giornali deriva dal fatto che si  sono ritrovati sostitutivi dei partiti di sinistra, dunque attori protagonisti della battaglia politica, soggetti mobilitanti (la manifestazione sulla libertà di informazione di piazza del popolo, e tutte le raccolte di firme organizzate dal sito di Repubblica) per la battaglia contro Berlusconi, in difesa della Costituzione e dell'assetto democrativo dei poteri. 

    Negli ultimi sei mesi anche noi abbiamo partecipato a momenti significativi di un’opposizione popolare e di sinistra, occasioni nate e cresciute senza i partiti, per niente scontate. Momenti di mobilitazione che hanno sedimentato consapevolezza,: sulla libertà di informazione, in difesa della costituzione (movimento viola), in rappresentanza delle emergenze sociali e operaie (le manifestazioni sindacali), quelle degli immigrati.

    Abbiamo messo il naso fuori. Ma sempre, sempre  con grande fatica. Senza alcuna spinta, sempre a rimorchio. Con il deprimente atteggiamento di quelli che stanno affacciati alla finestra per dare i voti. Quello non è abbastanza  pacifista, quello è un berlusconiano di sinistra, quelli sono forcaioli, quelli sono vecchi arnesi sindacali. Ritagliandoci un ruolo del tutto superfluo. 

     

    Quale giornale. 

    Nascondiamo sotto il tappeto di un notiziario dell’ultimo momento (il giornale ha un deficit straordinario di programmazione, difficile avere il DOMANI quotidiano) la mancanza di intenzionalità politica.

    Il fatto che la diminuzione delle pagine non abbia portato a una diminuzione delle vendite dovrebbe dirci che fare più pagine non significa salvare il prodotto.  

    Vogliamo continuare a essere il più piccolo e povero dei giornali generalisti o il primo dei giornali di tendenza?  

    Di tendenza significa scartare, non nel senso dell’apertura stravagante, della trovata. Scartare nel senso di costruire con gli elementi e del quotidiano alcuni muri portanti dell’intervento politico-culturale: il commento, il corsivo, l’inchiesta, l’analisi, la scheda, il ritratto, l’intervista. A parte il commento, tutto il resto non c’è, e quando c’è (come nel caso dell’inchiesta sulle navi dei veleni, è l’eccezione alla regola). Un giornale “militante” cioè intenrno ai processi,  sobrio, pungente, impegnato, polemico, aperto. Niente a che vedere con il giornale “militotno”, cioè lamentoso, conformista, vetero, autoreferenziale. 

    Quando noi siamo nati, eravamo interni ai mondi di cui scrivevamo, eravamo giornalisti-militanti e militanti giornalisti. Vivevamo nelle assemblee dei movimenti di cui poi scrivevamo sul giornale. Certo, quelli erano movimenti, quella era già politica, ma oggi, quando si creano situazioni di movimento e di impegno, non abbiamo spirito militante, ne restiamo fuori, mentre dobbiamo recuperare internità, per rendere più forte, pertinente, interessante il contenuto giornalistico.

    Occorre andare incontro al bisogno di capire e al bisogno del fare. Ora, questa campagna elettorale, di assoluto rilievo politico nazionale, dobbiamo non guardarla, ma farla, intervenire (forum, convegni, numeri speciali: scegliamo una cosa e lavoriamoci, non in due ma in dieci). 

     

    Quale redazione. 

    Dobbiamo fare tutti un passo avanti. Se in una situazione così grave, le persone che lavorano al manifesto non vogliono assumersi le responsabilità di rimettere insieme esperienze e competenze, non ce la possiamo fare. Lo stiamo vedendo. 

    Sarebbe utile che i capiservizio delle sezioni di lavoro contribuissero alla discussione portando un bilancio (nel bene e nel male) del lavoro svolto dal loro gruppo. 

    L’ufficio dei capiredattore va rafforzato. Ci sono compagni sottoutilizzati che potrebbero invece mettersi nel cuore della progettazione quotidiana.  

    La politica, valore aggiunto del manifesto, è un settore da potenziare e sempre più integrare con il resto degli interni. I compagni e le compagne che ci lavorano producono pagine scrupolose, articoli, interviste che registrano la giornata. Spesso senza l’aiuto di nessuno, lavorano senza una direzione che ne indirizzi la polemica e l'intervento.  

    Anche la sezione di cronaca e società, che pure su molte questioni dirompenti (carceri, immigrazione, ambiente) ha fatto vivere le prime pagine del giornale e prodotto inchiestem va rafforzata e integrata con il gruppo che lavora alla politica itnerna e alla crisi economica. 

    Le pagine culturali non sono mai oggetto di discussione, non intervengono mai sulla fisionomia del giornale, il settimanale (che resta il prodotto di maggiore vendita in edicola) vive nel suo isolamento. 

    L’economico-sindacale è il bollettino della Croce Rossa. Registra, commenta, analizza, sempre con un passo grigio e burocratico. Registra, interviene ma non racconta le storie personali, la vita di chi vive di cassa integrazione. Una faccia, un nome e cognome, un episodio particolare che esca fuori. Per farsi sentire gli operai vanno sul tetto, per farci leggere anche noi dobbiamo trovare un linguaggio nuovo per raccontare una crisi inedita. Abbiamo un’inchiesta sul congresso della Cgil e noi non siamo capaci di valorizzarla, di farne occasione di confronto e scontro all'esterno.  

    Un po’ come succede agli esteri. Con la differenza che essendo un luogo di viaggiatori del mondo, magari si fanno leggere di più. Ma il politicismo delle pagine è proverbiale, e certe camicie ideologiche anche (come sulla politica interna di Obama). Va bene parlare dagli angoli di un mondo peraltro sempre più piccolo, ma possibile che sulle società europee non ci sia passione per un giornalismo culturale e sociale che sull’ambiente, sulle strutture industriali, sulle forme del governo e del consenso racconti che succede? 

    Ricominciamo a funzionare come cervello collettivo. 

    Bisogna riorganizzare tutto il nastro (anche alla luce del nuovo sito), ripensare graficamente il giornale, il formato, il colore. 

     

    LORIS CAMPETTI

    La crisi devastante della sinistra ha pesanti ricadute anche al nostro interno e coinvolge i nostri stessi lettori. L'andamento delle vendite ne è testimonianza, una riprova sta nella fatica che facciamo a coinvolgere firme, collaboratori, intellettuali, che conferma anche il carattere culturale della crisi italiana. Al tempo stesso, il rapporto privilegiato che storicamente il manifesto ha sempre avuto con la sua «base sociale» è diventato un modello che altre testate hanno fatto proprio. Pensiamo al Fatto – ci piaccia o no, e a me non piace per linguaggio e contenuti, il giornale delle procure è l'unica novità editoriale degli ultimi anni - ma anche aRepubblica: giornali-partito che rispondono a domande forti, pongono essi stessi domande e lanciano iniziative, nel vuoto della politica (d'opposizione), finiscono per svolgere un ruolo di supplenza. Una volta era solo il manifesto a organizzare manifestazioni, anche di massa come nel caso del 25 aprile 1994. Oggi le cose sono cambiate. E noi, per non essere al carro trainato da altri, siamo al magine.

    Per questa ragione, pur non volendo fare un giornale-partito ma semmai uno spartito politico per la ricostruzione di una sinistra, dobbiamo muoverci su due direttrici che si incrociano.

    1. fare un giornale fortemente soggettivo, di idee, militante. Se ci limitiamo a fare la cronaca del disfacimento dei vari pezzi della sinistra e dell'opposizione, non combiniamo nulla, non compattiamo i lettori, veniamo vissuti come quelli che portano sfiga e sono bravi solo a criticare. O contribuiamo alla ricerca di una soluzione o siamo anche noi, come il resto della sinistra, parte del problema. Dobbiamo cambiare modo di lavorare e rapportarci alla politica, avere meno presunzione, più autostima e coraggio, accettando l'idea che per essere un soggetto autonomo e mobilitante dobbiamo credere nelle scelte che facciamo, compattarci al nostro interno.
    2. Dobbiamo intrecciare tutte le maglie della nostra rete, dare ruolo, opportunità, luoghi materiali e virtuali in cui agire la politica a partire dai territori. Alcuni circoli di amici del manifesto già esistono, molte realtà si sono dette disponibili a organizzarsi e promuovere iniziative, a strutturarsi stabilmente utilizzando il logo del giornale. Attraverso un sito fortemente rinnovato a cui sta lavorando Astrit con alcuni compagni e compagne e che vi presenteremo all'interno di questo ciclo assembleare, intendiamo avviare un processo di fidelizzazione e di ricostruzione della «comunità del manifesto» - parola ambigua che dovremo sostituire rapidamente. Nel sito è pronta (per essere discussa, naturalmente) un'area dedicata ai circoli e da essi autogestita: ogni circolo avrà un responsabile e una sua area in cui organizzare iniziative, discutere temi di attualità con l'utilizzo di video e immagini, pubblicare articoli di informazione e analisi su situazioni locali. A questo scopo metteremo a disposizione strumenti come: calendario di iniziative, un blog per la pubblicazione di contenuti del dibattito politico, una homepage, un riferimento e-mail. L'idea è di arrivare alla costruzione di un giornale dei circoli e, insieme, di attivare un meccanismo di sottoscrizione permanente che consenta di ridurre al minimo le richieste straordinarie di aiuto economico. Insomma, una forma costante di ricapitalizzazione su cui contare, una sede per sviluppare attivamente le campagne abbonamenti e, là dove possibile, rimettere in moto in alcune città la diffusione militante del giornale. In cambio offriamo la possibilità di «usare» il logo del giornale per fare politica nei territori: in tanti – persino tra chi ci legge saltuariamente o non ci legge più - ci dicono che l'unico modo per portare allo stesso tavolo persone, soggetti politici e sociali diversi (spesso frantumati, rissosi, settari) di sinistra, è spendere il brand del manifesto.

    E' ovvio che alla rete on-line va affiancato un lavoro di iniziative concrete che deve vedere disponibile e coinvolto l'intero collettivo del giornale, molto più di quanto sia avvenuto nel recente passato. I lettori del cartaceo sono diversi dai lettori on-line: i primi sono fluttuanti, spesso casuali ma rappresentano un'opportunità, cioè un bacino potenziale di crescita per il giornale in edicola. I lettori «da edicola» sono più interni, non necessariamente più fedeli ma più legati alla nostra storia e ai nostri progetti (quando ne abbiamo).

    Non c'è raffronto tra il valore attribuito dall'esterno al manifesto e l'andamento negativo delle vendite. Il valore è legato alla nostra storia, al ruolo che in tanti momenti difficili o anche straordinariamente positivi il giornale è riuscito a svolgere. Le basse vendite dipendono da tanti fattori esterni, legati allo svilimento della democrazia e della politica, alla crisi delle sinistre sociali e politiche, a sopraggiunti problemi distributivi che ci hanno costretto a lasciare le edicole di una parte del Mezzogiorno e delle isole, dalla più generale crisi della carta stampata. Ma dipendono anche da noi, dal nostro basso profilo, dalla stanchezza del collettivo. La rendita di posizione non durerà all'infinito, dunque dobbiamo riempire il fossato, crederci. Ripartire e non da soli, ma insieme alla nostra «base sociale». Le condizioni oggettive per rifondare il manifesto ci sono.

     

     

     


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TERRA TERRA
  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
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    di giuliasiviero - 17.08.2013 22:08
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