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COMMENTO
21/02/2010
  •   |   Alberto Asor Rosa
    Capo corrotto, nazione infetta

    Un fiume di fango corre per l'Italia. Le sue acque sono alimentate soprattutto dal corpaccio immenso e immensamente ramificato dal centrodestra; ma il suo corso è talmente possente e impetuoso che, come suole, ha rotto gli argini e invaso i territori circostanti, quelli del centrosinistra, dai quali, a loro volta, provengono al fiume principale rivoli, ruscelli, scarichi obbrobriosi e maleodoranti (Bologna, Firenze, Abruzzo, Roma, Napoli....). Altro che Tangentopoli! Quello era - o sembrava - un fenomeno circostanziato e dunque particolare di corruzione di una frazione del ceto politico, fronteggiato da un forte schieramento delle forze politiche e della società civile. Oggi il fenomeno tende a generalizzarsi, abbatte i confini fra società politica e società civile, non incontra ostacoli altrettanto significativi di allora, si configura dunque come un carattere speciale, peculiare, della società nazionale italiana in questa fase storica.
    La corruzione, a dir la verità, è sempre stata un connotato molto peculiare del modo d'essere nazionale italiano. Un paese dalle strutture politiche e civili estremamente fragili e dall'arrendevole senso etico-politico non poteva non coltivare la corruzione come un indispensabile e incostituibile strumento di sopravvivenza. La dominante cattolica ha fatto il resto: nulla è impossibile o illecito in un paese in cui qualsiasi colpa, qualsiasi peccato, purché confessati a chi di dovere, diventano redimibili (lo spiega benissimo non un qualsiasi miscredente arrabbiato ma Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, nei quali, beninteso, contrappone la sua ricetta, fatta, oltre che di fede in Dio, di rigore e di osservanza dei principi, più protestante, a dir la verità, che cattolica, ma tant'è). In certi momenti speciali la corruzione esplode (perché la corruzione esplode, esplode sempre; bisogna vedere quel che succede poi). Ricordate Pirandello, le pagine impressionanti de I vecchi e i giovani, che a distanza più o meno d'un secolo sembrano scritte esattamente per il nostro oggi? «Dai cieli d'Italia in questi giorni piove fango, ecco, e a palle di fango si gioca; e il fango s'appiastra da per tutto, su le facce pallide e violente sia degli assaliti sia degli assalitori... Diluvia il fango; e pare che tutte le cloache della città si siano scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma debba affogare in questa torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia» (Pirandello dimostra fra l'altro che, per disegno e deprecazione della corruzione d'impronta democratica, in certe condizioni storiche si poteva anche diventare fascisti). Poi, scaricata provvisoriamente l'incontenibile soppurazione, l'infezione lenta e inesorabile riprende.
    Perché Lui è popolare
    Di nuovo oggi c'è che, forse per la prima volta nella nostra storia, si sono verificate una mirabile saldatura e una prodigiosa coerenza tra le forme, lo spirito e l'etica del potere e le forme, lo spirito e l'etica della società circostante. Anzi, alla domanda che spesso ci è stata burbanzosamente rivolta, com'è possibile che quest'Uomo riscuota tanto consenso, considerando la gravità e il numero delle colpe di cui viene accusato, forse una risposta sul piano storico comincia a delinearsi. Quest'Uomo è così popolare non nonostante le sue colpe ma in virtù di quelle. Una parte non piccola del popolo lo ama perché Lui lo interpreta, ne lusinga tutte le tentazioni di corruttibilità e di un radicato, anzi congenito indifferentismo morale, gli spiega che le leggi esistono per essere aggirate, contraddette, ignorate, nega oltraggiosamente il potere della giustizia, attacca i magistrati, fa capire che se ne potrebbe senza difficoltà fare a meno, mostra con l'esempio lampante della propria vita e del proprio cursus honorum che bisogna sempre e senza eccezioni farsi gli affari propri, evidenzia coram populo e senza alcuna vergogna che esistono una coerenza rigorosa e un'inarrestabile osmosi fra vizi privati e pubbliche nefandezze. Insomma, a capo corrotto nazione infetta, e, ovviamente, viceversa. Tutte queste cose, poi, in un paese come l'Italia, dove esistono tre fra le più potenti organizzazioni criminali al mondo (camorra, 'ndrangheta, mafia) - le quali a loro volta, com'è ovvio, traggono alimento anch'esse sia da quel diffuso bisogno di sopravvivenza sia dalla risposta corrotta intorno dominante - piacciono almeno a una parte abbastanza consistente dei cittadini da garantirgli una sicura maggioranza in Parlamento: quella maggioranza che a sua volta assicura che l'impunità continui e anzi si rafforzi, in un perfetto circolo vizioso che effettivamente ha pochi eguali al mondo, e che proprio perciò qualcuno altrove potrebbe essere tentato d'imitare.
    Il ceto politico corrotto
    E intorno? Intorno, a cerchi concentrici s'allarga la serie variegata delle risposte. La corruzione, come sistema di potere e forma di vita, stinge solo poco a poco, molto lentamente. Nei cerchi più vicini, sebbene formalmente non suoi, l'esempio e l'insegnamento dell'Uomo hanno attecchito e continuano a essere ben presenti. Voglio precisare una cosa: è della politica che parlo, non delle stravaganti esibizioni da parte di qualche transessuale brasiliano (fango, certo, sempre fango, ma della specie più miserabile e bassa). Da questo punto di vista è corrotta in nuce ogni politica che agisca sulla base d'interessi personali o di gruppo: è corruzione, nel suo senso più alto e significativo, l'autoreferenzialità spinta della politica, il suo preoccuparsi pressoché esclusivamente della preservazione e perpetuazione del ceto politico (di destra o di sinistra, non importa), che la rappresenta e gestisce. Questo è il varco, apparentemente innocuo, da cui penetra ogni ulteriore nefandezza, bisognerebbe tenerne più conto.
    Da questo punto di vista (continuo il ragionamento), si salva davvero poco oggi in Italia. Dopo la recente, peraltro prevedibilissima, virata dell'astuto Tonino, il quadro si è ulteriormente semplificato. La galassia della sinistra radicale si sforza più o meno di sopravvivere indenne sul filo dell'onda fangosa che tutto travolge: anche lei, in fondo, pensa soprattutto a non sparire. Si riorganizza unitariamente, magari con ambiziosi programmi di rinnovamento, solo là dove viene spinta a calcinculo fuori dalla rappresentanza che conta: altrove s'adatta o collude.
    Ma c'è chi resiste
    E allora? In questa sommaria ricostruzione storica sarebbe sbagliato - e ingiusto - non rammentare che alcune istituzioni costruite nei decenni precedenti resistono. Resiste la magistratura. Resistono le forze dell'ordine: polizia, carabinieri, guardia di finanza. Basta pensarci un momento: se non ci fossero né l'una né le altre, saremmo in piena dittatura sudamericana. Resiste una parte del sindacato. Resistono, come ho avuto modo di dire più volte, meritandomene in cambio sberleffi e dileggio, la scuola. E resistono milioni di italiani, che stanno fuori di ogni sistema della corruzione e ragionano e operano sulla base di principi e valori e non d'interessi e affermazioni personali, ma non sono politicamente rappresentati, oppure, se lo sono o credono di esserlo, avvertono con disagio crescente di esserlo in forma imperfetta e sempre più compromissoria.
    In Italia le grandi crisi, anche quelle indotte da un eccesso intollerabile di corruzione, sono sempre state affrontate e risolte dall'esterno. Anche la prima Tangentopoli è stata affrontata e risolta dall'esterno, anche se era un esterno che veniva dall'interno, la magistratura italiana: la politica già allora non ci sarebbe mai riuscita da sé. Oggi al contrario è la magistratura che da sola non può farcela, perché il sistema della corruzione è troppo coeso e potente, va dall'alto in basso e dal basso in alto, senza smagliatura alcuna (le dimissioni in questo paese non esistono più neanche di fronte all'evidenza più disgustosa: infatti, se una sola fosse data o una sola accettata, tutto il castello di carte verrebbe giù d'un colpo solo). Siccome è lecito dubitare che le armate anglo-americane siano in procinto di scendere nella penisola per aiutare i resistenti indigeni a restituire al paese libertà, verità, onestà e giustizia, l'ipotesi più probabile è che i cerchi meno compromessi con il sistema della corruzione si mettano d'accordo fra loro per salvare il salvabile, affidandone il compito a uno di questi uomini slavati e impenetrabili, privi di ogni carattere ma passabilmente astuti, abituati da una vita a danzare sul filo, e che precisamente il sistema della corruzione ha consentito salissero così in alto nonostante la loro mediocrità così palese.
    Si cercherà cioè di affrontare il male maggiore con il male minore, in attesa che il giro ricominci. Desolante. Ma anche molto, molto italiano.


I COMMENTI:
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  • In Memoria del 25 Aprile

    “Caro diario, il 25 aprile non è più la festa della Liberazione. È ancora una festa, questo sì, una fra tante. Senza più quel significato particolare che anch’io ho contribuito a darle. E la parola antifascista non è più valore fondante della nostra Costituzione, libertà raggiunta dopo tanto sacrificio, libertà conquistata dopo tanto sangue. Il 25 aprile è festa di riconciliazione, stretta di mano tra avversari dello stesso spessore morale, anche se di diverso colore, che se le sono date di santa ragione per un malaugurato errore della storia. Il 25 aprile non è più giorno di memoria da tramandare a chi viene dopo, segno del riscatto di chi c’era, che per essere contro, la morte ha incontrato, e il confino e i campi di sterminio e la galera. Per volontà del Parlamento, proprio ieri, la parola antifascista scompare dai libri di storia e dai vocabolari. E dalla mente. Cancellata in un istante. Tutta quella sofferenza scomparsa nel tempo di un respiro, offesa e dimenticata, per sempre.
    Ma allora cosa sono queste cicatrici che porto sulla pelle? E questo numero tatuato nero sul polso come un braccialetto? Qualcosa che ancora mi sveglia di notte, in un bagno di sudore, e mi butta giù dal letto. Una festa tra altre cento feste mentre allora ci ammazzavano come neanche le bestie. Per volontà del Parlamento, quella parola che era il segno del nostro riscatto, ora è sparita per atto della Camera e del Senato, e con la firma del Presidente. Così tanto dolore non è servito a niente.
    Piombati nei vagoni, uomini, donne e bambini, i più deboli morivano per strada e gli altri più avanti, dalle case e dagli affetti lontani, mucchi d’ossa coperti di pelle, più fantasmi che esseri umani. Bestiame e nient’altro, e infine carne da macello.
    Catturato in combattimento e torturato, e infine deportato. In una camera, in una casa dove adesso c’è il Comune, in un paese in provincia. Da una donna, col ferro da stiro pieno di braci. Guarda su questa gamba, c’è un’impronta bianca, e qui ce n’è un’altra. E poi sul petto e sulla schiena. La pelle sfrigolava e si attaccava alla piastra rovente e si staccava, dal corpo. E quella donna è scampata fino all’altro ieri, vecchia signora servita e riverita, e mai discriminata. Per essere io stato antifascista, sparita la parola, io sono stato niente. Meno di una camicia spiegazzata su cui passare il ferro pieno di braci, e bollente. E sfrigolava sulla pelle, e sorrideva. E mi teneva il cuore in mano, la vita e la speranza. In quella stanza macchiata di rosso, io, uno fra tanti, io, un partigiano. E anarchista. Uno fra tanti di una lunga lista sopra a un foglio bianco vergato a mano.
    Ora sono vecchio anch’io, forse più del dovuto, e stanco. E fuori dalla porta mi aspetta la grande mietitrice. Ma quella meretrice me la ricordo ancora, mentre leggeva la lista con i nomi e sorrideva labbra di rubino della Repubblica Sociale. Denti bianchi e occhi belli. C’era tutto il paese al suo funerale. E tanti fiori. Mio fratello l’hanno trovato dentro un fosso con le canne di granturco recise di traverso piantate negli occhi e mezzo sbudellato. Ammazzato come un cane e finito con un colpo in testa col nome di bandito, buttato in un canale. No, nessuna riconciliazione coi fascisti e la dittatura. Nessuna riconciliazione col padrone perché, da quando esiste il mondo, noi siamo antagonisti. La libertà l’abbiamo conquistata, col sangue e col dolore di chi con le armi combatteva. E col sangue e col dolore della gente che ci aiutava in mille modi e così ci sosteneva, perché sapeva che la libertà è il regalo più prezioso da fare ai nostri figli.
    Rastrellati in massa, uomini e donne e bambini, tremanti come conigli, e tutti contadini della terra. Più di duemila ammazzati a Marzabotto alla fine del ’44. C’è qualcosa che si muove nel cortile, e miagola disperato. Di tanta vita si è salvato un gatto. Questa è stata per noi la guerra. Che non è una festa di gala, e la libertà ce la siamo guadagnata, perché una cosa come questa e così grande nessuno la regala. Il solo ricordo che mi resta, tutta la mia memoria, scomparsa in un sospiro dalla storia. Cancellata in un momento per volontà del Parlamento. Di una democrazia sempre più uguale a quella dittatura. Ma non vi fa paura? No, non è per questo che siamo morti, non per questa sfilza di ingiustizie, di menzogne e di torti.
    No, cancellatelo pure il 25 aprile, ma quelli come me non l’hanno dimenticato. È per quel giorno che abbiamo lottato e combattuto, e la guerra partigiana l’abbiamo fatta per aver giustizia in terra, che in quell’altra non ci abbiamo mai creduto. E non crediamo nella Divina Provvidenza. Ora e sempre Resistenza”. 21-04-2011 09:28 - Antonio Formicanera
  • Ma se il primo corruttore è lui.... si vuol fare ancora una legge ad personam? 23-02-2010 13:10 - piero
  • L'elogio della magistratura e delle forze dell'ordine da parte di Asor fa il paio con quello elargito da Saviano al nostro superrazzista ministro degli interni. La cosiddetta intellighentia di sinistra sta messa veramente male! 23-02-2010 12:44 - donchisciotte
  • articolo interessante e in grandissima parte condivisibile. L'unica cosa che non capisco è il perchè quel fiume di fango "ha rotto gli argini e invaso i territori circostanti, quelli del centrosinistra"... come se la mancanza di morale, etica nella sinistra avesse le sue origini nella destra... come se ci fosse una parte fata da buoni, vittime, ed un'altra fata di cativi, carnefici... perchè?!?! di melma ce n'è tanta, tantissima. ma da entrambe le parti! e giorno dopo giorno si vede come chi ha tanto decantato la questione morale abbia anche tanti scheletri nell'armadio! 23-02-2010 12:37 - Fabio
  • Forse sarebbe il caso che il Professor Asor Rosa (e con lui alcuni altri commentatori del forum) si informasse un po' meglio sui concetti di colpa perdono e misericordia nell'ambito della confessione cattolica. Sarebbe il caso di studiare e di apaprofondire, se poi non se ne ha voglia o non interessa, non c'è problema basti che si parli d'altro. In ogni caso non c'è dubbio che l'idea di giustizia che deve avere un cattolico non ha nulla a che fare con il livore e la violenza verbale del professore e di altri, che pur partecipando alle manifestazioni pacifiste, strizzano l'occhio all'uso della violenza fisica.
    "Prima di guaradre la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello guarda la trave che copre il tuo occhio." 23-02-2010 11:13 - curzio
  • Caro Asor Rosa, aggiungerei che l'università italiana, prigioniera dei baroni, non ha mai abbandonato una vocazione fascistoide - per quel che riguarda i metodi d'insegnamnto e gli approcci alla ricerca - e mafiosa - per quel che riguarda le relazioni tra corpo docente e studenti o ricercatori e la dedizione ai disservizi.
    Quanto alle forze anglo-americane che potrebbero liberarci, è ridicolo: se siamo in queste condizioni è anche per merito di quei colonizzatori, che hanno agevolato il mantenimento del potere da parte delle mafie, delle banche, delle massonerie... 23-02-2010 10:49 - Alex_Genet
  • Ognuno, ormai da anni, va avanti con le sue analisi più o meno lucide. Mille frammentazioni. Si notano anche nelle risposte dei lettori. Ma gli intellettuali non faranno mai la storia perché la verità non risiede nella parola, Occorre un azionismo di sinistra. Solo così usciremo da quest'impasse storica. 23-02-2010 10:48 - Salvatore
  • La novità pricipale attualmente rappresentata da B è rappresentabile dall'immagine di un paese ormai assediato dall'interno. Tutto è finalizzato all'abbattimento delle barriere democratiche e il nemico della democrazia è non assale il fortino ma ne ha il possesso e da lì distrugge il sistema della cultura, delle regole e della convivenza civile. 23-02-2010 08:54 - Piero
  • Come non essere d’accordo con le illuminanti parole di Asor Rosa? C’è una sorta di simbiosi di valori morali e culturali tra la classe dirigente di questo paese (in senso lato) e quella parte maggioritaria del popolo italiano che da essa ama farsi rappresentare. Anzi, a rigore, che in essa si “rispecchia”. Purtroppo non ne usciremo a breve, né credo, in maniera del tutto indolore. Intanto siamo condannati a “resistere” nelle forme e nei modi in cui questo, ancora, ci è consentito. Resistere anche nella testarda volontà di proporre il tema del cambiamento sociale come questione fondamentale del tempo che viene. L’illusione da cui nasce la forza di questa destra di governo è che tutto possa restare come prima. E’ la sua forza oggi, sarà la sua debolezza domani. 23-02-2010 08:23 - william
  • Ma si, Asor Rosa, è tutta colpa di quei deficienti razzisti degli Italiani: che analisi originale! Per fortuna ci sono i veri "intellettuali" come lei e Orgollolo che scrivono sul Manifesto! Cordialmente. 23-02-2010 08:05 - Piero
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