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Marco Rovelli
Stranieri in sciopero
Negli ultimi tempi, nei molti incontri sparsi per l’Italia per parlare di immigrazione, clandestinità e lavoro, mi si chiede spesso – preso atto del cupo contesto – di indicare qualche esempio positivo, qualche speranza, qualche
traccia da seguire. Tra le pratiche sociali che possano prefigurare qualcosa
di diverso, mi accade di citare la lotta delle cooperative della logistica in Lombardia. Di Brembio e di Cerro si è generalmente parlato solo per le cariche della polizia ai presidi dei lavoratori delle coop in sciopero. Non si è però prestata molta attenzione alla valenza politica di questi fatti, da cui invece si può trarre qualche utile insegnamento. In questa vicenda infatti – il cui sviluppo più recente sono state le cariche a Cerro di Lambro il 12 febbraio – compaiono
gli elementi tipici dello sfruttamento del lavoro migrante nel suo nesso con la precarietà del lavoro, la precarietà esistenziale, la frammentazione dei processi produttivi.
A smistare le merci nei magazzini sono le cooperative, le quali (a dispetto del nome nel quale è stratificata tanta parte della storia e degli ideali del movimento operaio) sono oggi uno dei veicoli migliori dello sfruttamento dei lavoratori. Anche nel settore della logistica, diversamente dal resto dell’Europa, si è verificato il classico processo di esternalizzazione della produzione, assegnando la gestione dei magazzini attraverso appalti dati al massimo ribasso, pratica che di fatto scarica il rischio d’impresa sui lavoratori. Così,
ad esempio, la Bennet – la società di distribuzione che gestisce gli stabilimenti
di Origgio e Turate, da dove la lotta si è propagata, magazzini che forniscono gli alimentari alla grande distribuzione in Lombardia – ha delegato alle cooperative la gestione dei magazzini abbattendo drasticamente i dipendenti diretti. La forza lavoro delle cooperative è quasi esclusivamente immigrata, visto che si tratta di un lavoro molto faticoso, con ritmi e tempi di lavoro intensissimi, e in molti casi a dirigere le cooperative ci sono prestanomi che ogni anno cambiano. Il contagio della lotta si è propagato da Origgio, dove 180 lavoratori delle cooperative hanno costretto la Bennet e la cooperativa di cui erano «soci» a accettare le condizioni contrattuali previste dalle legge 142 del 2002, alla quale aveva derogato lo stesso contratto nazionale firmato dai sindacati.
Una lotta difficile, in condizioni di lavoro dure (25, ma anche 40 chili alzati
145 volte all’ora), dove se hai problemi ti si lascia a casa il giorno dopo. Una lotta partita a Origgio da due lavoratori originari dello Sri Lanka, che dopo essersi rivolti negli anni a un paio di sindacati confederali hanno trovato la via dell’autorganizzazione, appoggiandosi allo Slai Cobas.Al primo sciopero erano in quindici, poi hanno aderito tutti, fino a strappare la sindacalizzazione e l’adeguamento salariale e contributivo. Essendo stata vincente, quella lotta è stata imitata in altri siti: Turate prima, poi Brembio e Cerro di Lambro. Ogni volta con esiti positivi. Ogni volta si trattava di rivendicare dignità in fabbrica, sconfiggendo il senso comune diffuso di rassegnazione a essere trattati come servi, e scoprendo che la lotta paga. Una lotta solidale, alla quale - come mi raccontava Abdullah, delegato marocchino
di Turate, che al suo paese studiava letteratura inglese – hanno preso parte srilankesi, pakistani, filippini, marocchini, tunisini, nigeriani, senegalesi, albanesi. E molti italiani solidali, grazie all’appoggio del sindacato di base. Le diffidenze sono state piano piano superate, si è creata una comunicazione culturale man mano che si diveniva coscienti della comunanza degli interessi.
«Sta nascendo un’identità nuova, c’è una collaborazione fra tutti» dice Abdullah. E anche da parte degli italiani (che nelle coop fanno quasi esclusivamente lavori d’ufficio) le cose sono iniziate a cambiare: «All’inizio
c’era un po' di arroganza da parte loro. Dopo che abbiamo iniziato con la lotta sindacale è cominciata un po' di parità, ci rispettano. Quando cominci ad alzare la testa, a rifiutare lo sfruttamento, allora loro ti guardano in modo diverso, perché anche loro sono operai deboli». Alla base di tutto, dunque, la rivendicazione di una dignità negata. Esistenziale e dei diritti.
Ecco, la rivolta di Rosarno è stata evocata da più parti in occasione dei riots di via Padova a Milano, per quelle però che non sono che analogie superficiali. Trovo invece molto più pertinente l’analogia tra Rosarno e la lotta di queste cooperative, dove un gruppo coeso e vasto di immigrati è insorto per rivendicare condizioni di lavoro giuste e, ancor prima, il proprio stato di dignità umana.Lunedì prossimo è il primo marzo, sciopero dei migranti. L’opportunità straordinaria che questa giornata offre è quella di creare una rete forte, una rete meticcia dove esperienze e pratiche di lotta e di costruzione di alternative possano venire scambiate, e divenire contagio in tutto il paese.
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Credo che l'errore sia stato considerare il razzismo come un fenomeno legato all' estrema destra di tipo nazista/fascista e che riguarda l' aspetto CULTURALE di una realtà storica.
Il razzismo, sebbene sia un problema della mentalità delle persone, è sempre nato con ragioni soprattutto socio-economiche, e non culturali: il razzismo dei conquistadores spagnoli verso gli indios era un pretesto per saccheggiare dalle civiltà del Nuovo Mondo ogni sorta di ricchezza possibile, l'idea che le persone di pelle nera fossero inferiori è stata un'utile scusa perché le potenze europee potessero adottare contro l' africa uno spietato colonialismo imperialista, e perché negli USA si potesse quanto più possibile sfruttare la manodopera dei neri, prima in quanto schiavi, poi in quanto membri di fascie sociali talmente basse costretti a lasciarsi schiavizzare comunque non per vincoli legali, ma per motivi economici.
Anche l'odio verso gli ebrei ha origine nelle cause economiche, anche se poi è diventato con Hitler vero e proprio odio fine a se stesso...ma comunque si possono individuare cause economiche anche nascita della dittatura nazionalsocialista, siccome le varie "democrazie" capitaliste se ne sono rimaste a guardare con le mani in tasca per lunghi anni, quando invece avrebbero potuto fare molto.
Per questo è utopico pensare che non ci sia razzismo dove c' è disuguaglianza di tipo sociale ed economica, e in effetti anche in questi episodi di razzismo il problema alla base qual'è? Che i potenti vogliono approfittarsi dei migranti sfruttandone la manodopera, e che la democrazia italiana, la COSTITUZIONE italiana, permettono non il razzismo, ma che si verifichino delle condizioni nelle quali è molto probabile che il razzismo sorga. 28-02-2010 11:53 - Cris
Nessun essere umano, dovrebbe essere chiamato tale, se è portatore di idee nazziste.
Razzismo,era una parola che avevamo abolito,quando andavo a scuola e avevo maestri che mi insegnavano, con la costituzione e con il Vangelo.
Credevo che queste parole erano ormai un ricordo di un passato orribile dove fascisti e nazzisti facevano i loro balletti su montagne di cadaveri.
Levi, con i suoi libri.
Anna Frank,con il suo diario.
Le foto dei campi di concentramento e dei bambini ebrei marchiati come vitellini,erano per me un muro insormontabile che mi proteggeva dalla barbarie.
Invece,da quel muro è cominciato a uscire un filo di aria puzzolente e nostalgica.Un filo che si è alimentato e è difentato uno spiffero che appestava una parte del tessuto sociale.
Ora con la crisi economica,quello spiffero è una tempesta che fa volare tutti i valori che ci hanno forgiato.
Non rispettiamo più nessuno.
Egoisti e assassini.
Come il vaso di Pandora,è uscito tutto il peggio dell'essere umano.
Ma sempre, come quel vaso,una cosa è rimasta,la speranza di un mondo migliore.
Si fate di questi stranieri, carne di porco.
Servono ancora una volta martiri e morti.
L'umanità,se non vede non capisce.
che vedano gli orrori delle loro idee.
Ma questa volta,non potete dire che non lo sapevate! 27-02-2010 16:06 - maurizio mariani