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Alberto Asor Rosa
Emergenza democratica
Avevo intenzione di scrivere un articolo tutto diverso: compassato e compito, serio, riflessivo, ragionevole e persino giudizioso (cercherò di tornare a queste tonalità nelle conclusioni, a questo punto inevitabilmente troppo rapide). Ma sono ancora sotto l’impressione davvero straordinaria della visione completa
della conferenza stampa di Silvio Berlusconi sugli «errori» di cui il popolo
delle libertà sarebbe stato vittima (vittima non casuale, beninteso) a Roma e in Lombardia. Si tratta di un documento di alto livello spettacolare, che andrebbe distribuito in tutte le scuole e visionato nei cinema italiani e stranieri per la sua incomparabile evidenza politica, culturale, retorica, antropologica e, ripeto, spettacolare. L’esposizione dei «fatti» - nessuno dei quali, ovviamente, accompagnato dalla minima pezza d’appoggio -, fra un costante digrignar di
denti e strizzate allucinate dell’occhio (che sia comparso un pizzico di follia?), dimostra ad abundantiam quale sia la nozione di «verità» cui il premier si conforma: è «vero» ciò ch’io dico per il fatto che lo dico; e quanto più lo dico con rabbia e con furore (mai irato, dice lui? L’ira è un sentimento discreto e umano in confronto alla spinta irrazionale impetuosa e sconvolgente che lo anima e
sorregge), tanto più «vero» sarà.
Il fatto che leggesse un testo, invece di urlare come al solito improvvisando
ispirato dal suo Dio, ha complicato le cose piuttosto che semplificarle e alleggerirle: perché, senza aggiungervi un briciolo di ragione, ha guittizzato ulteriormente il suo dire. Sarebbe come se Petrolini (absit iniura verbis, nei confronti del povero Petrolini, s’intende), nel pronunciare l’invasato canto di Nerone su Roma in fiamme, avesse sbirciato su dei foglietti le battute da dire,
sbagliando le congiunzioni di senso, saltando le parole, ignorando gli accenti. Anche il guittismo è sottomesso ad una scala di valori. Qui siamo ormai al livello più basso: quello in cui l’istrionismo prevale troppo ostentatamente sullo humor perché se ne possa ancora ridere.
La verità è che la minaccia trasuda ormai da ogni vibrazione della voce, da ogni divaricazione mascellare, da ogni occhiata dell’occhio gelido, spento e al tempo stesso iracondo che ti guarda. Portare in piazza e sbandierare di fronte a milioni di spettatori nomi e cognomi dei «colpevoli» - i magistrati «di sinistra» autori del «complotto» - risponde ad una tecnica ben collaudata in altri ambienti d’intimidazione e di violenza.
L’ombra dell’«irrimediabile», del «gesto estremo» e «necessario», allo scopo
di «difendere (dice lui) la democrazia», viene fatta scendere pesantemente sulla nostra Repubblica. L’approvazione pressoché contestuale di una legge la cui incostituzionalità è chiaramente fuori discussione, come quella sul «legittimo impedimento», la quale sancisce la disuguaglianza dei cittadini di fronte alla
legge, dimostra che quest’uomo e la maggioranza che pedissequamente gli si accoda, non arretreranno di fronte a nulla pur di non rispettare né spirito né lettera delle regole. Siamo cioè entrati in quello che potremmo tranquillamente
definire un periodo di «emergenza» e «sorveglianza» democratica, quando bisogna tenere gli occhi bene aperti e le orecchie ben diritte onde cogliere giorno per giorno le minime vibrazioni sotto la superficie delle cose.
Bene fanno perciò le opposizioni unite (partiti, associazioni, movimenti) a scendere in piazza per protestare contro i rischi della deriva berlusconiana. C’è un aspetto del problema, tuttavia, che rimane in sospeso anche su questo versante. Uno degli effetti - forse in una certa misura inevitabile ma al tempo stesso deprecabile, anzi deprecabilissimo - dell’uragano che squassa la nostra democrazia è che tutto ciò che di serio pertiene alla politica - i valori, le idee, i programmi - viene respinto in secondo piano dalle urgenze che ci si affollano
intorno. Andiamo al voto senza sapere per che cosa votiamo, al massimo per chi votiamo. L’abominevole personalizzazione della politica, cancro della rappresentanza, riguarda un po’ tutti e passa di qui.
L’emergenza democratica presenta dunque un aspetto che riguarda noi, non Berlusconi (o Berlusconi solo in quanto ci trascina, insieme con lui, per questa strada): chi siamo e che cosa vogliamo. Venerdì è stato il giorno dello sciopero
generale proclamato dalla sola Cgil: esiste un nesso fra le lotte per il lavoro e quella per la difesa della democrazia? Ad un recente raduno del «popolo viola», convocato richiamandosi agli artt. 1, 3 e 21 della Costituzione, rammentavo
che esiste anche l’art. 9, il quale recita fra l’altro: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»: esiste un nesso fra le lotte per il lavoro, quelle per la difesa della democrazia e quelle, a mio giudizio anch’esse primarie e imprescindibili, della difesa del territorio, dell’ambiente e dei beni culturali? Altri, numerosi interrogativi della medesima natura si potrebbero ovviamente porre.
I nessi, questi nessi si scoprono solo se s’impiantano programmi e strategie, di cui finora non si vedono se non brandelli, segmenti staccati e qualche sparsa illuminazione. L’emergenza democratica è fatta dunque non solo della violenza eversiva berlusconiana ma anche del vuoto strategico delle opposizioni. Metterci mano durante l’infuriare della tempesta è difficile, me ne rendo conto. Ma non se ne può fare a meno ancora a lungo, altrimenti la tempesta continuerà a invadere tutti gli spazi della ragione: anche i nostri.
- 31/03/2010 [46 commenti]
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Arrivano i vostri ovvero la sindrome di Sansone
di gianni - 06.08.2013 06:08












Finalmente!! :-)
Attenti ai colpi di coda del Caimano, la Bonino ha detto bene, benissimo.
Si prevedono (auto)attentati fragorosi che, sebbene non lasceranno nemmeno una piccolissima cicatrice (come quello di Milano), possono influenzare l'applausometro elettorale, proprio all'ultimo momento. 14-03-2010 01:32 - matteo g.k.
Grazie, 13-03-2010 22:33 - livia
Io non ne sono molto convinto: a me pare che il berlusconismo, pur con tutti gli elementi folkloristici,
abbia realizzato l´ incubo pronosticato da Marcuse nell´uomo a una dimensione: il controllo non solo dell´ informazione ma delle coscienze attraverso la "chiusura" del cerchio produzione-riproduzione della societa´ capitalistica-industriale. L´italia sarebbe in realta´ la punta piu´ avanzata di questo processo "moderno", "postmoderno", non un ridicolo paese arretrato.
Sarkozy e Putin, in contesti diversi, in fondo fanno esattamente la stessa politica di berlusconi dal punto di vista strutturale, non fanno leggi ad personam perche´ non ne hanno bisogno in un sistema presidenziale.
Questa mi pare la minaccia vera, sistemica, che in questo tornante da "bolgia" delle ultime settimane si intravvede. Un regime postpolitico, che Marcuse descriveva forzando la realta´ degli anni 60, che oggi si realizza senza opposizione in Italia in modo esemplare.
Non c´ e´ bisogno di scomodare la biopolitica e Foucault, e´gia´ tutto li´ nella riduzione dell´ uomo, del cittadino a una sola dimensione.
Se e´ cosi´, e´chiaro che anche i migliori sforzi di opposizione "convenzionale" sono destinati a fallire:
si resta a livello di testimonianza.
Marcuse chiude il libro con la vaga speranza che gli esclusi, l´underdog che non ha niente da perdere, sara´ il soggetto che si oppone all´ autoritarismo unidimensionale.
Resta molto vago, il libro non piacque affatto alla sinistra italiana, nuova e vecchia che "ci rimase male" dopo le praterie verdi di eros e civilta´.
Certo di esclusi - privi di coscienza politica - come dice Marcuse ne abbiamo a milioni in Italia: una gita a Rosarno, o in una qualunque periferia basta. Forse e´ qui che e´ mancata da troppi anni una sinistra attiva, troppo presa a farsi accettare dal centro moderato.
Ripartire da li´, anche da li´? 13-03-2010 21:10 - paul trevor
Quindi vogliamo che il piu' presto possibile questo governo cada e si interrompa la continuita' del potere berlusconiano-leghista. Su questo obiettivo deve realizzarsi un'unita' da Ferrero a Casini, su un comune denominatore minimo ma essenziale per il futuro.
La sinistra deve avere la lucidita' di perseguire compatta e disciplinata l'obiettivo minimo, avviando contemporaneamente l'elaborazione di programmi e strategie, che pero' non sara cosa semplice ne' breve, data la profondita' della crisi e la necessita' di mantenere unito un fronte sufficentemente ampio per tenere questa destra fuori dal potere governativo. 13-03-2010 20:52 - Paolo
Dopo la lotta al nazzi,invece di imparare a essere un popolo unito e fiero di noi,ci siamo messi a correre in braccio agli americani, che come cattiveria non sono da meno ai tedeschi di Hitler.
Ci siamo messi a saltare sui loro carri armati e senza pudore abbiamo chiesto ai mafiosi che ritornavano in Italia con le truppe americane di governarci.
Da laki Luciano a Berlusconi il passo è breve.
Dagli aiuti mal distribuiti e con il ricatto della sudditanza,siamo cresciuti senza ritegno e senza rispetto di noi stessi.
Tanto da piccoli mafiosi a grardi mafiosi.
Strano,che più sono piccoli di statura e più sono figli di mignotta.
Forse De Andrè aveva ragione a dire che un nano è una carogna di sicuro perche ha il cuore troppo vicino, al bucio del culo.
Ma non voglio essere come il Beccaria.
Ho conosciuto anche dei nani buoni e bravi.
Il consumismo,ha sostituito con i suoi "feticci"una grande immoralità tra tutti noi.
Berlusconi nella sua bassezza,giganteggia su tutti.
La sua bramosia di avere lo porta a fare cose infami e assurde.
Fa morire di fame 600mila operai in più l'anno scorso e si accinge a fare un altra strage di almeno 300mila questo anno.
Numeri,per il suo ministro economico.Solo numeri.
Ma ogni numeretto che scrive sul suo librone è una famiglia che muore di fame.
Cosa dovrebbero fare tutta questa gente?
Stare ad aspettare una ripresa che non verrà? Aspettare e tanto far morire di fame la prole e magari sperando che poi Dio li manda in paradiso.
Ma io, che Dio lo conosco,vi posso dire, che non solo non li farà entrare in paradiso,ma li prenderà a calci in culo per non aver fatto del tutto per loro e per la loro prole.
Cazzo di padre è quello che si mette in un angolo e piange.
Dio ti aiuta, se ti aiuti!
Se Berlusconi dovesse un giorno essere spodestato di tutti i suoi averi e di tutte le sue donne,solo e tapino con i figli, affamato,disoccupato e con uno stato che lo considera un numeretto,be se fosse lui a quel posto,io e Dio,non ci opporremo a una sua presa di forza e a una eventuale reazione.
Capirei un Agnelli, che per dare da mangiare al piccolo Lapo,si inventa un rapimento o una rapina al grasso padrone che gli ha tolto il "trono".
Così gli operai disoccupati che stanno senza soldi e senza lavoro.
Se reaggissero e se facessero delle spese proletarie,non ci vedrei nulla di male. 13-03-2010 19:55 - mariani maurizio