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Rossana Rossanda
Almeno riformista
In Francia il partito socialista, Europe Ecologie e la sinistra socialista di Jean Luc Mélenchon assieme a quel che resta del Pcf, hanno conquistato tutte le regioni salvo l’Alsazia. L’astensione ha lasciato per terra la destra. Nicolas Sarkozy, già adorato in Italia, ha ammesso una disfatta secca.
Che cosa è avvenuto rispetto alle presidenziali? Il partito socialista di Martine Aubry ha abbandonato la linea di incontro con il centro promossa da Segolène
Royal. Il quale centro, ammirato da Casini e da Rutelli, è scomparso dalla scena con la stessa rapidità con la quale vi era entrato. Quanto alla estrema sinistra
di Besancenot, che non aveva voluto allearsi alle altre sinistre, si è ridotta al 2,5%. Se l’alleanza resterà in piedi, le prossime presidenziali, la cui campagna
elettorale di fatto comincerà adesso, vedrà la sconfitta della destra di Sarkozy.
Si può trarne qualche conseguenza per l’Italia? Le politiche dei due governi sono le stesse, anche se Sarkozy non punta ai soldi e non ha la volgarità di
Berlusconi. La differenza è che in Francia la sinistra non ha cessato di esistere mentre da noi si è suicidata o mortalmente divisa. Nelle regioni non consegnate
in partenza al Pdl o a Bossi non vedo candidati che si oppongano al governo; conosco soltanto Niki Vendola e Mercedes Bresso. Mi appresto a votare Emma Bonino, perché è una persona limpida che rispetta le regole, ma è una liberista di ferro. Dove sta una sinistra? A resistere al cavaliere c’è una specie di partito degli onesti, il popolo viola, Santoro e Di Pietro. Essi puntano a una democrazia socialmente piatta che vada oltre alla vergogna in cui siamo.
È una resa intellettuale illimitata. E infatti, se si profila una caduta del berlusconismo, si verificherà nel suo stesso campo e sarà seguita da una coalizione Fini-Casini-Bersani, sconcertante. La sinistra francese non è certo geniale. Ma è stata capace di dire pane al pane, di rappresentare la protesta dei salariati precari, disoccupati, di parlare delle donne e alle donne, (tutto il paese ha celebrato, con mio stupore, l’8 marzo), di affondare la campagna sull'identità nazionale; di denunciare la non volontà di mettere termine alla speculazione finanziaria, non accetta la riduzione della spesa pubblica e per i beni pubblici. Nulla di straordinario, molta protesta delle categorie – non i soli sans papiers ma medici, insegnanti, operai, disoccupati, precari, agricoltori dal reddito sceso di un terzo. Un contenzioso non nuovo, accentuato dalla crisi, cui si aggiunge la crescita delle disuguaglianze come costituiva della globalizzazione.
Sarebbe cosi difficile dirlo anche in Italia? Da noi una sinistra, anche moderata, che lo dica non c’è. I comunisti si sono flagellati per non aver creduto nel mercato. Le sinistre più radicali non si occupano dei ceti deboli perché le condizioni materiali poco conterebbero rispetto al mutare del simbolico. Per cui
nulla sarebbe possibile cambiare, salvo l’impresentabile Berlusconi. Niente di più: una destra ripulita lo potrà fare anche da sola. In Francia un’opposizione
cosi avrebbe perso.
- 31/03/2010 [46 commenti]
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di gianni - 06.08.2013 06:08












di fatto in una persona reale, sappiamo tutti chi è, qusto potere deve gettare per forza la maschera, pena l'autodistruzione e alla fine il crollo spaventoso del capitalismo al livello MONDIALE,
non rimarranno che macerie e deserto.Non credo che tutti i capitalisti responsabili e onesti
che ci sono nel Mondo potranno
permetterlo.In Italia tutti losanno governa LA MAFIA IN PRIMA PERSONA.LO so IO e lo sanno TUTTI.Nessuno può più mentiire è il REDERATIONEM. Ognuno si guardi allo specchio e e se ha la coscienza a posto non avvrà paura di se stesso.Chi non ha il coraggio di farlo ha già perso. saluti Claudio Casstellani.MONOPOLI. 27-11-2010 12:39 - claudio castellani
Al dunque l'articolo della Rossanda è lucido ma sostanzialmente lagnoso e rassegnato. Non a caso è anche un invito a votare un candidato definito 'liberista di ferro'. La Rangeri aveva fatto lo stesso, aveva fatto a fette la Bonino per poi dare indicazione di voto in suo favore. Può anche essere che sia meglio votare la Bonino che astenersi e trovarsi con la Polverini alla regione e già Alemanno a Roma. Non discuto sul fatto se sia meglio il "tanto peggio" o il "meno peggio". Ma il non cercare di fare analisi che vadano oltre la constatazione della pochezza della sinistra, il non sapersela spiegare, tale pochezza, lo trovo parte del problema di cui ci si lagna.
Per cui anche i giornalisti hanno le loro responsabilità (Manifesto incluso). Se infatti si liberassero dall'ubbia storica dell'"autonomia del politico" e cominciassero a criticare la variabile indipendente che è l'economia (che non funziona più di suo, e ovunque, e quindi non per la cattiva politica), forse qualche testa di ponte per concreti obiettivi di lotta si creerebbe e l'atomizzazione sociale potrebbe essere combattuta.
Se la sinistra, italiana e non, non decide di comprendere cos'è questa crisi, e quindi che posizione prendere di fronte a essa, lo stato crescente di servitù e di disperazione per messe di individui non troverà argini e resistenze.
Lo diceva il tale intervistato qualche giorna fa sul Manifesto riguardo la crescita del partito xenofobo in Olanda che la sinistra non può obiettivamente giocare la carta della redistribuzione. Si può smentirlo? Chiediamoci, visto che tra l'altro in Italia ci sono i più bassi salari a livello europeo: sono i bassi salari che creano la crisi di plusvalore, perchè non si compra abbastanza o, al contrario, è la crisi di plusvalore che comprime i salari? L'essenza della crisi non è infatti proprio nel fatto che si produce meno plusvalore (da cui il rifugio dei capitali nella speculazione finanziaria, cioè nella promessa del tutto virtuale di uno sviluppo reale futuro)? Non siamo forse arrivati a quel punto previsto da Marx in cui lo sviluppo delle forze produttive sconquassa i rapporti di produzione esistenti (il che però non significa certo che siamo a un passo dal socialismo)? In queste condizioni è evidente che le destre, che giocano sulla difesa del privilegio e sull'esclusione sociale su basi darwiniste, hanno ancora da "offrire".
Certo che con disoccupazione e precarietà che cominciano a toccare livelli record ci si dovrebbe chiedere come fanno i cittadini a pagare le tasse. E se diminuiscono le entrate tributarie (ma non si privatizza in fin dei conti proprio per far cassa?) che margini di azione possono avere i governi e quindi la 'politica'? Su questo bisognerebbe ragionare. Sennò davvero l'alternativa è per forza la lagna. 24-03-2010 14:15 - Lpz
I francesi hanno fatto una forte resistenza al nazismo e al fascismo interno, di gran lunga piu' dura della nostra.
I francesi hanno vinto la guerra e hanno da secoli una identita' e un orgoglio nazionale che noi non abbiamo.
I francesi hanno osato e potuto opporsi alla Nato e non accodarsi supinamente come ha fatto il PCI.
I francesi non hanno le basi atomiche USA ma hanno le loro.
I francesi sono quelli che hanno sparato sula nave di Greenpeace quando questi si opponevano ai recenti esperimenti nucleari.
Insomma gli italiani e i francesi come storia sono distantissimi anche se come origini possono dirsi cugini.
Kissinger, persona assai disgustosa, ma certamente cche certamente conosceva il mondo ebbe a dire: gli italiani sarebbero bravissimi se non credessero di essere i piu' furbi. 24-03-2010 13:47 - Murmillus
Questa è una fase di slogan. Senza spiegazioni o programmi. Disoccupazione è il problema? Lavoro è la risposta. Siamo d'accordo.
Ma come?
E' come se io chiedessi:”Quanti minuti mancano alle sei?” e il politico di turno rispondesse:”Le sei!”.
Il centro-sinistra deve tornare alla politica. Fare opposizione. Sfruttare i prossimi tre anni a fornire risposte ragionate, creare le condizioni per gli italiani di accettare l'idea che la politica non si riduce al discredito di un singolo o di un gruppo. Non è accordi sottobanco, salti della quaglia, trasformismo e clientelismo. Per sconfiggere un centro-destra che impera da quindici anni si è provato di tutto, dall'emularne le abitudini comunicative a quelle elettorali. Il dialogo. La chiusura. Senza capire che ciò che l'elettore chiedeva era concretezza, contenuto, trasparenza. Lavoro sul territorio. Organizzazione di partito. Non ammasso di notabili e clienti. Né vincere a tutti i costi. Appesantendosi in coalizioni che non trovano medesime risposte alle stesse domande. O tentare il sorpasso da soli quando non ci sono le condizioni. Scelte goffe che con un legge elettorale improbabile, espellono minoranze che potrebbero essere una risposta rappresentativa. Caos da vuoto ideologico. Se non si fosse rigettato il termine “ideale” con repulsione, oggi avremmo ancora politici in grado di spiegarci come arrivare da- a.
La mia provocazione è quella di ripagare la mancanza di coerenza e preparazione con la stessa moneta. Laddove sia possibile: disgiungere. Non creare le condizioni di governabilità. Finirla una volta per tutte. Non si può pensare all'astensionismo, in questa Italia.
Caos è la provocazione. 24-03-2010 12:34 - chiaastella