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Alessandro Dal Lago
Università alla paralisi
Arrivano giorni oscuri per l’università. Se i ricercatori si asterranno dalla didattica, verrà a mancare un buon terzo dell’offerta formativa (il che non è solo un problema quantitativo). Non ci sono i soldi per contratti sostitutivi, anche se sono pagati una miseria, ed è assai dubbio che i professori si sobbarchino la didattica fin qui assicurata dai ricercatori. Ma c’è un altro problema: verranno a mancare i requisiti minimi di legge per l’esistenza dei corsi di I e II livello. L’università potrebbe trovarsi, dal prossimo autunno, nella paralisi.
Ma è la situazione strutturale, di lungo periodo, a essere veramente preoccupante. La Corte dei conti ha rilevato il fallimento delle lauree brevi (moltiplicazione dei corsi, stabilità degli abbandoni, inevitabile declino della
qualità, spesa assorbita in modo schiacciante dal personale).
A ciò si aggiunga la scarsa competitività (espressa dal bassissimo posto dei nostri atenei nelle classifiche internazionali), l’antica questione dei fuori corso (una specialità tutta italiana) e il sub-finanziamento della ricerca. Quello 0,8 del Pil speso in formazione superiore (e quasi tutto a carico del settore pubblico)
fotografa impietosamente la realtà italiana: noi spendiamo percentualmente
il 40% in meno della media europea, il che vuol dire, anche tenendo conto della spesa per studente, la metà delle risorse impegnate dai paesi più sviluppati.
Ciò che la Corte non può valutare è il senso di sfascio e frustrazione che circola tra i docenti; ormai, i parametri imperanti in qualsiasi atto o iniziativa sono astrattamente quantitativi: limiti di bilancio, requisiti minimi, punti docente,
restrizioni sull’uso del telefono e delle fotocopie…
E questa impotenza è sommersa da una coltre di decreti e regolamenti che
pretendono di fissare, in un linguaggio standard, ereditato dal burocratese
europeo tradotto in gergo italico-ministeriale, come valutare qualsiasi obiettivo culturale, scientifico o formativo. La verità è semplicemente questa: soldi per la ricerca non ce ne sono; e, quanto alla didattica, basti sapere che dei mille studenti che esamino ogni anno, ottocento non li vedrò mai, ombre che si materializzano in una tesina o in un compito in classe, un rito didattico vacuo che, in queste condizioni, umilia me e loro.
Rispetto a questa realtà, i contenuti del Ddl Gelmini non sono nemmeno acqua fresca, ma un sigillo finale messo a un’agonia iniziata all’epoca di Berlinguer, quando si sono gettate le basi per trasformare l’università in una specie di Cepu, con la mitologia vetero-aziendalistica dei debiti e dei crediti; quando si sono create le premesse per moltiplicare i corsi e le cattedre, senza intaccare in nulla, e anzi aumentando, il potere dei gruppi accademici nazionali di controllare il reclutamento. I bizzarri criteri di composizione delle commissioni di concorso
inventati dall’attuale ministro (estrazione + votazione et similia) non mutano
in niente la pratica secolare della cooptazione guidata.
La riforma della cosiddetta governance aumenta il potere dei rettori e dei consigli di amministrazione, facendo del senato accademico un comitato
di consulenza.
Mescola le carte, ingrandendo i dipartimenti e unificando le facoltà deboli in enti dai contorni vaghi (mentre le facoltà forti, come ingegneria e medicina, aumentano il loro peso specifico): così, il potere dei professori-manager si accresce, soprattutto in una fase in cui le risorse diminuiscono. Quanto ai privati nei consigli di amministrazione, si spalanca la strada all’ingresso incontrollato
e, se i rettori vorranno, maggioritario di interessi estranei al fine dell’università, e in cambio di nulla. Marcegaglia docet.
Il Pd si è finalmente occupato di università. Ma a giudicare dal documento reso pubblico ieri, non si va al di là di richieste puramente rituali, e ovviamente inascoltate, come aumentare il finanziamento e portarlo alla media europea. Per il resto, bisognerebbe che l’attuale opposizione si interrogasse sul modo in cui ha gestito l’università quando governava. E quindi sull’idea liberista di università e ricerca che ha contribuito a imporre al paese.
- 30/04/2010 [11 commenti]
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E' evidente che una ricerca finanziata solo dal privato corre il rischio, salvo che il privato non abbia un alto tenore etico, a presentare i prodotti genuini, innocui, ma sarà vero?
Avranno il coraggio una volta speso soldini di dire il contrario, cioè che il creato è nocivo, non serve a nulla?
Com'è la storia dei vaccini contro la suina, erano innocui, erano indispensabili, o c'era il bisogno di generare allarmismo, panico per vendere al meglio "un prodotto", per fare soldini facili insomma?
Perchè nei ns centri "malessere" ospedali sono lunghe le liste d'attesa, ma se PAGHI.....Thò domani, anzi oggi, e i macchinari che giacciono inutilizzati non costano per "uso privato"?
Il sistema sanità, quello scuola sono indirizzati verso una linea privatista perchè devono rendere al privato e quello pubblico ovviamente deve dare servizi e preparazione inferiori, possibilmente nulli!
Ora non ci si può meravigliare se poi perdiamo in competitività perchè i più preparati scappano all'estero, perchè i risultati da noi sono inferiori, bè con una ricerca finanziata per un quarto rispetto a quella tedesca cosa vorremmo di più? 23-04-2010 13:14 - Gromyko
In questo paese è finito tutto.
Non esiste più la scuola e i figli di chi può, va all'estero a studiare.
In Italia,non servono più scenziati o inventori,noi siamo la periferia dell'impero e come periferia dobbiamo morire ignoranti e passivi.
Da anni non esce più un genio da questa terra.
Non ci sono letterati e ai Montale,abbiamo i comici di Zelig che infestano le nostre librerie.
Non ci sono ingegneri che proggettano cose grandiose e nessuno dice Eureka da anni.La periferia è brutta,anche perche non deve creare nulla.
Noi siamo consumatori e dobbiamo consumare anche la cultura che ci viene data dall'estero.
A pensare che questo pese ha dato i natali a Leonardo e alla Montessori.
Che brutta esistenza abbiamo d'avanti.
Gli italiani che hanno un cervello,non lo possono sviluppare e nutrire nel loro paese.
Sono costretti a fuggire,perche quì,gli unici cervelli che devono funzionare,sono quelli dei padroni.
Bravi,così si opprime un popolo.
Togliedogli la dignità e la coscienza intellettuale.
Se questa è la scuola in Italia,sono contento di non esserci mai stato e di leggere ogni tanto per conto mio. 23-04-2010 09:13 - maurizio mariani
Giovanni Invernizzi, Laboratorio di ricerca ambientale SIMG, ISDE. Milano 23-04-2010 08:15 - giovanni invernizzi
grazie per il tuo intervento forte e chiaro.
Ci sarebbe da commentare e da aggiungere molto, spero di farlo in maniera piu`produttiva quando (se) ci saranno le condizioni per rientrare in Italia a fare ricerca.
L`atteggiamento attendista (se non complice) del PD e di buona parte dell'opposizione? Temo che non si possa fare nulla a meno di non riaprire i finanziamenti. Un`Universita`piu`ricca (o meglio meno povera) sarebbe un incentivo a ragionare sul sistema e a proporre strategie nuove.
Saluti,
Enrico Marsili
Dublin City University 22-04-2010 17:39 - Enrico Marsili