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Angelo d'Orsi
L'Unità d'Italia, un affare per tutti
Meno male che c'è Ignazio La Russa a preoccuparsi dei festeggiamenti per il 150°. Stando a una sua intervista (ad Antonella Rampino, su La Stampa) il programma è ricchissimo, e le intenzioni del ministro della Difesa, aspirante coordinatore degli eventi, sono assai serie: annuncia, in accordo con il presidente del Consiglio, l'intenzione di dar vita «accanto ai convegnoni», a «un evento popolare». E che c'è di più «popolare» della televisione? Infatti, ecco affacciarsi Festival di Sanremo, Lega Calcio, e Coni. Siamo a posto. Cavour e Garibaldi, Mazzini e Cattaneo, Gioberti e Pisacane, riposino il loro sonno eterno, tranquilli. Apicella canterà dai microfoni di Rai-Mediaset, in un tripudio di sfilate di carri armati, giacché, come spiega il solerte ministro, «bisogna far coincidere le quattro feste delle Forze armate con le celebrazioni».
Insomma, tra canzonette e marce militari, anche noi, malgrado la Lega, e i suoi sussulti antinazionali, ricorderemo l'Unità. Malgrado la Lega, appunto: e per una volta sono d'accordo con Ernesto Galli della Loggia, che sul Corriere della Sera, ha ammonito Calderoli e Bossi: «Non si governa un Paese contro la sua storia». Aggiungo, che coloro che con sufficienza o arroganza, deprecano, fuori tempo massimo, il Risorgimento e irridono all'Unità, sono semplicemente estranei a una pur minima conoscenza della storia: possono anche tentare di governare «contro» di essa, in quanto la ignorano.
Il Risorgimento, intanto, non fu un fatto italiano: esso si colloca in un contesto europeo frutto di un moto che fu tra gli effetti di lungo periodo della Grande Rivoluzione del 1789. Il nazionalismo della prima metà dell'Ottocento ha un carattere progressivo: basti scorrere gli scritti di Marx ed Engels, o i loro carteggi, per rendersi conto di quanto peso abbiano quei moti, a cui i fondatori del «socialismo scientifico» guardarono con attenzione e simpatia. Il Risorgimento italiano, collocato nell'ambito dei movimenti nazionalpatriottici del XIX secolo, mentre servì a cancellare residui di Stati paternalistici, fondati su concezioni proprietarie del potere, ebbe un carattere indubbiamente emancipatorio su vari piani, da quello economico-sociale a quello politico, non trascurando l'ambito della cultura. Una larga fetta della migliore produzione letteraria o di teoria politica italiana si colloca in quella fase ed è frutto di scrittori e pensatori che hanno espresso variamente l'istanza unitaria. Che era tutt'altro che un mero bisogno di statualità, che pure rappresentava un'esigenza significativa in un Paese frammentato, sottoposto all'estro ghiribizzoso di piccoli, mediocri o mediocrissimi sovrani locali, spesso mandatari di poteri reali lontani, a cominciare da quello degli Asburgo che faceva il bello e il cattivo tempo nella Penisola.
Ma quello era anche un Paese economicamente bloccato; solo l'Unità gli diede la spinta decisiva per avviare il decollo industriale, e la sua trasformazione capitalistica: insomma, ne rese possibile ciò che chiamiamo lo «sviluppo». Esso, con tutti i suoi enormi limiti (denunciati da una schiera di studiosi, politici e intellettuali: Antonio Gramsci per tutti) costituì un dato di progresso, a dispetto, appunto, delle contraddizioni e delle sperequazioni, prima fra tutte quella Nord- Sud.
Già, proprio qui, come è noto, si appunta l'angusta polemica della Lega degli ignoranti: il Sud che drenerebbe le risorse realizzate dal Nord. A costoro bisognerebbe innanzi tutto ricordare che lo squilibrio tra le due aree, al di là delle situazioni storiche pregresse, è stato favorito da un processo di industrializzazione che si è localizzato nelle regioni settentrionali, a scapito del Mezzogiorno; e ribadire che quel Sud, fu ed è tuttora un mercato essenziale per le imprese produttrici del Nord; e infine, rammentare che i protagonisti di quel terzo moto unitario (il secondo è stata la lotta di liberazione nazionale contro il nazifascismo, del '43-45), ossia gli immigrati meridionali a Torino, Milano e nelle altre aree industriali, resero possibile la fortuna delle imprese (e degli imprenditori) ivi collocate.
E se nel Risorgimento e nella Resistenza, l'opera dei meridionali fu limitata - ma non irrilevante -, nelle migrazioni Sud/Nord degli anni Cinquanta/Sessanta, sono stati i meridionali poveri a fornire il «materiale umano» per le industrie del Nord, dopo aver costituito carne da macello, accanto ai poveri del resto d'Italia, nei due conflitti mondiali e nelle altre guerre fasciste.
D'altra parte, l'Unità fu un affare anche per il Mezzogiorno, malgrado le storture e gli errori, gravissimi. Per tanti versi, lo sappiamo, «è andata male»; ma fu il moto unitario, e lo Stato nazionale, a ricuperare il Sud, inserendolo in circuiti dai quali secoli di monarchia borbonica (oggi rivalutata dai soliti revisionisti), l'aveva tenuto fuori. Così la presa di Porta Pia, il 20 settembre 1870, mise fine a un regime tirannico e oscurantista come quello del Papa. Che, nelle sue rinnovate manifestazioni, non più statuali, ma simboliche (oltre che economico-finanziarie), non ha chance alcuna di essere restaurato, a dispetto dei Concordati vecchi e nuovi, e della crescente ingerenza delle gerarchie nella vita politica. Anche questo lo si deve al Risorgimento, e al processo unitario: sul quale, oggi come allora, dobbiamo esprimere tutte le riserve critiche, da studiosi, e da cittadini consapevoli (innanzi tutto informati), ma che possiamo e dobbiamo considerare un punto di non ritorno. Perciò a quei personaggi pittoreschi che ostentano la cravatta verde, marchio di una inesistente «Padania», e sputano su Garibaldi, Mazzini, e Cavour (inneggiando al «federalista» Cattaneo, dimenticando che si tratta di uno dei più coerenti e convinti sostenitori dell'Unità!), ci permettiamo di dare un modesto consiglio: prendano tra le mani un manuale di storia, e comincino a leggerlo. Non è mai troppo tardi per imparare.
- 30/05/2010 [123 commenti]
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Caro Angelo d'Orsi vista la sua ignoranza in materia la pregherei di non scrivere scemenze. E' storicamente dimostrato che il Regno delle due sicilie fosse più industrializzato, ricco e organizzato rispetto al regno sabaudo. Il problema era la sua eccessiva "burocrazia" e corruzione. I savoia lo conquistaroni più che con "i mille" (che avrebbero dovuto sconfiggere varie migliaia di soldati addestrati) riuscendo a corrompere funzionari e alti ufficiali dell'apparato borbonico, che infatti furono integrati "in toto" nell'apparato della monarchia sabauda! La prima cosa fatta dai piemontesi fu il "trasloco" di tutte le fabbriche e manovalanze (specializzate e non) in Piemonte e Lombardia.
Prima di parlare studi meglio, ma non la storia dei "vincitori" basta leggere i documenti... Altrimenti fa' il gioco del nostro caro presidente del consiglio. 07-05-2010 10:16 - Pierpaolo
guarda che tutto il pensiero di Marx è figlio di quella che tu chiami: rapace "borghesia capitalistica", la laicità, i diritti dell'uomo (e persino quelli della donna)
il Risorgimento fu sì elitario, è vero, ma Cavour, Mazzini e Garibaldi, e anche Carlo Pisacane (sia gloria a lui!) appartengono alla miglior tradizione italiana. quella che poi risorse nel Partito d'azione.
che si ne fotte se il nord degli Stati Uniti ha usato l'idea dell'eliminazione della schiavitù per i propri biechi iteressi di classe, la pure fatto, dopotutto. Gli è che l'altra faccia della borghesia è quella liberale, democratica in senso alto, quella che il vecchio Spinoza (uno degli idoli di Marx, mi pare) esaltava nella sua Olanda, in un'Europa altrimenti vessata da guerre arcaiche di religione....quel sano materialismo etico che salvò e ispirò il pensiero del miglior Marx. 07-05-2010 08:08 - elle.di
1) i risorgimenti sono stati in mano alla borghesia capitalista che stava consolidandosi e che voleva massimalizzare l'accumulazione ed eliminare le sacche di arretratezza proprie della aristocrazia fondiaria e parassitaria.
E cosi' in Italia il sud e' stato conquistato dal nord e rapinato delle sue risorse anche di liquidita' per finanziare le industrie del nord che avevano avuto il loro impulso dall'occupazione austriaca.
2) Negli Stati Uniti e' avvenuta una cosa simile, con la guerra di secessione. Il nord ha usato l'eliminazione della schiavitu' come scusa (nel nord la schiavitu' era presente anche se non c'erano le piantagioni del sud) ma la ragione era l'unificazione territoriale e l'efficienza produttiva. I neri "liberati" sono stati recuperati alla schiavitu' dal capitalismo piu' selvaggio nel quale non potevano competere se non con forza lavoro a bassissimo costo ed in genere proprio in quelle piantagioni in cui erano stati impiegati come schiavi. La lettura di un grande storico da poco scomparso come Howard Zinn potrebbe chiarire le idee a molti. 06-05-2010 23:11 - murmillus
Io come italiano e come pronipote di Garibaldino (Paniccia Antonio),
decorato dal suo generale,mi incazzo con questo governo e con questa gentaccia che lo rappresenta.
Se fosse vivo il mio avo,prenderebbe di nuovo il suo pistolone e dopo averlo messo sotto il naso di qualche leghista,gli avrebbe rifatto mangiare le dichiarazioni fatte su Garibaldi e su tutto il nostro glorioso risorgimento.
Scommetto che Paniccia Antonio si sarebbe fatto arrestare e orgogliosamente avrebbe affrontato un processo.
Tutti i patrioti di questo paese avrebbero assistito al processo e lo avrebbero difeso,dopo aver riappreso i principi, che questa gentaccia ci sta facendo perdere.
La patria!
Io prima ancora che comunista,sono un patriota e mai accetterò chi offende la mia storia!
Garibaldi è il padre di questa Patria!
Nessun leghista,potrà mai cancellare la verità.
Noi siamo italiani e non padani!
L'Italia non è come dicono,una invenzione massonica.
L'Italia èla terra dove sono sepolte le sante ossa dei miei cari.
Io sono,fatto di questa terra!
Viva l'Italia! 06-05-2010 22:12 - maurizio mariani
Attendo, grazie. 06-05-2010 20:00 - Carla