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COMMENTO
10/05/2010
  •   |   Loris Campetti
    Cgil, un passo pericoloso

    L'Italia non è la Grecia, possiamo dormire sonni tranquilli. Ce lo dicono tutti, persino le società di rating si sono fatte più prudenti. Eppure c'è qualcosa che lega l'Italia alla Grecia: è la risposta alla crisi globale, un'opportunità per il capitalismo colpito al cuore da se stesso che tenta di ripartire utilizzando gli stessi meccanismi che l'hanno quasi affondato.
    Il primo obiettivo è modificare i rapporti di forza cancellando regole, resistenze e contropoteri per avere mano libera sulla forza lavoro, spazzando via o inglobando i sindacati. Un processo coerente con la riduzione di spazi democratici e l'accentramento delle decisioni in pochissime mani in atto nella sfera politica e istituzionale. È il sogno di una governabilità garantita dalla cancellazione delle regole democratiche e degli anticorpi.
    Il Congresso della Cgil doveva tentare di sciogliere questo nodo. Dentro la crisi, con un governo servile verso i poteri forti e aggressivo con i deboli senza potere, va in scena lo smantellamento dei diritti dei lavoratori attraverso la cancellazione di regole, garanzie e contropoteri. Il lavoro frantumato dalla globalizzazione è libero di agire senza alcun controllo politico - quello sociale ridotto al lumicino per l'inadeguatezza dei sindacati rispetto a una sfida, appunto, globale. Saltate le sicurezze e dunque le speranze di futuro, chi lavora è solo di fronte a chi lo comanda, non più classe ma numero, insieme di individui. La precarietà è una condizione che comprende l'intera vita delle persone.
    Ai sindacati viene imposta una scelta: adeguarsi, rinunciare al conflitto e accettare le nuove regole «oggettive» in cambio di un lasciapassare ai luoghi del comando con un ruolo da uscieri, legittimati non più dagli «azionisti di riferimento», non dagli iscritti e dal mondo del lavoro, ma dalle controparti, governi e padroni. Uscieri a cui affidare crescenti pezzi di welfare privatizzati. Altrimenti, fuori dal gioco e dai tavoli (truccati).
    Due le scelte possibili per la Cgil, dopo la controriforma dei contratti realizzata con un accordo separato imposto ai lavorati espropriati anche della parola. La prima è avanzata da una minoranza della Cgil, i metalmeccanici Fiom insieme a dirigenti e settori importanti: non basta dire no allo smantellamento delle regole, serve una risposta diversa da sostenere con un forte movimento di lotta. L'unità con Cisl e Uil, complici delle controparti, è un obiettivo da ricostruire. Chi non sa che uniti si vince e divisi si perde? Oggi però questa unità non è praticabile.
    La seconda scelta è quella della maggioranza epifaniana della Cgil: non possiamo restare nell'angolo, un sindacato esiste in quanto contratta, dunque riprendiamo posto ai tavoli di trattativa. All'unità sindacale non c'è alternativa e chi lo mette in dubbio finisce fuori gioco. Non basta. Per sancire questa svolta la maggioranza ha imposto la modifica delle regole interne alla Cgil, a partire dallo statuto. E le categorie (in cui può crescere la mala erba del dissenso) perdono il diritto di parola. Proprio come l'insieme dei lavoratori.
    La Cgil cambia natura? Un passo in questa direzione è stato sancito da un Congresso debole nei contenuti, fortissimo nell'esclusione del pensiero critico.
    Un passo pericoloso, ma strada è ancora lunga.


I COMMENTI:
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  • Occorre prendere in esame l'esigenza che fu avvertita nel mondo del lavoro volta a dotarsi di un'organizzazione che, all'interno di un sistema capitalista tutelasse i diritti dei più deboli. Era auspicabile e legittimo, così salariati, pensionati, disosccupati e non ultimi, ma ultimi, i giovani aspiranti ad un futuro possibile, poterono confluire in quella che, almeno inizialmente, era sentita come "casa loro".
    La struttura settoriale del sindacato però serviva a far di questo una forma essa stessa corporativa in un mondo fatto di corporazioni. L'organizzazione in forma dirigenziale creò inesorabilmente privilegi e privilegiati. Un'incrinatura che man mano è diventata una vera frattura fra chi rappresentava e chi doveva essere rappresentato.
    Ne parlo anche per esperienza personale. Ho fatto il sindacalista a livelli sufficientemente alti che sarebbe stato impossibile non prender atto di certe disfunzioni. Ho visto, ho capito, ho criticato ed anche denunciato. Ho fatto il sindacalista atipico, mi sono rivolto, seppur rappresentassi la categoria degli elettrici, al mondo dei giovani, del futuro, andando a chieder loro consiglio dentro gli atenei universitari e non ad indottrinare.
    Per esempio, sapete che i sindacati confederali hanno scritto accordi con il padronato che prevedono che il sindacalista che svolge tale compito a tempo pieno, per almeno un certo lasso di tempo, verrà premiato scalando livelli su livelli dentro la categoria di appartenenza fino anche a raggiungere un valore economico di tipo dirigenziale. Il fatto che il sottoscritto abbia rifiutato il privilegio è ininfluente ai fini di un'abitudine diffusa. Non mi sono adeguato e ho denunciato ai lavoratori inconsapevoli questa ambiguità perché ritenevo che fosse un motivo sufficiente a non svolgere liberamente ed obiettivamente il lavoro al quale si è demandati dalla base. Il risultato finale è che me ne sono andato in pensione per la gioia reciproca delle aziende e del sindacato, ma anche perché non ho ricevuto dalla base stessa tutto quel sostegno che, forse ingenuamente, mi sarei aspettato e che invece mi avrebbe dato la forza per andare avanti contro tutto e contro tutti. Ha vinto la compromissione, fatta anche di promesse di lavoro per i figli, di un adeguamento categoriale per se stessi o anche di una semplice non discriminazione interna al mondo del lavoro.
    L'altra sera, vedendo Chicco Testa, ex presidente di Enel, ma anche ex ambiantalista, sposare la causa ambientalista ho avuto un riugrgito. Possibile che un incarico istituzionale e l'integrazione nel sistema faccia modificare così tanto e rinnegare quelle credenze di egualitarismo e di rispetto per ogni essere che una volta venivano sbandierate come un vessillo? E comunque ognuno è padrone di cambiare se stesso e le proprie idee come e quando vuole, mi fa semmai tristezza ricordare come era animato il giovane Chicco quando molti, troppi anni addietro ci incontravamo, anche a casa mia, per contrastare l'eventualità di costruire nuove centrali a carbone. Si tratta di scelte di campo delle quali non è dato sapere il confine fra accettazione e interesse. Vale qanche per i lavoratori che si espongono al ricatto e lo subiscono. Hanno ben poco motivo di incolpare genericamente i sindacati e la forma sindacale giacché da loro stessi avallata spesso per semplice alzata di mano.
    Senza una ribellione dalla base le cose non potranno mai cambiare. Eppure di un sindacato che si erga veramente a tutela dei più deboli c'è bisogno, eccome. Ribellarsi non vuol dire distruggere se prelude al ricreare anteponendo un sistema organizzativo fortemente etico (sancito per iscritto, non a chiacchiere). Non dobbiamo rischiare di cadere nel qualunquismo semplicemente perché siamo circondati da balordi. Non serve alla causa.
    P.S. - Siccome ritengo che in un sistema ridotto al bipolarismo la maggioranza e l'opposizione siano complementari, cioè egualmente utili a consevare la politica capitalistica del nostro stato, non stupisco se nella C.G.I.L. le voci dissimili provengano da aree a prevalenza extra parlamentare. E siccome una persona, tipo Epifani, non può scindersi in due versioni adatte all'uopo, quella politica e quella sindacale, è evidente come l'ambiguità imperi oltre ogni limite. Il sindacato può e deve rimanere, ma per migliorarsi e per rispondere alle esigenze della società dobbiamo far piazza pulita non delle tessere, ma di tutta la dirigenza e della forma che la legittima, e dar fiducia e sostenere chi, per minoranza legislativa, ha dovuto disertare anche il parlamento. 16-05-2010 02:33 - Valerio Burroni
  • Stefano, sono daccordo che le proposte debbano essere semplici o, per meglio dire, pochi obiettivi, ma facili da realizzare... potrebbe essere quello che manca alla politica del PD... tornando alla tua proposta, la mia impressione e' che ormai il "cancello" sulla liberalizzazione del mondo del lavoro sia stato aperto e quindi la vedo difficile tornare indietro o indietro al vecchio modello che, se vogliamo, aveva anche i suoi limiti.
    Pero' la liberalizzazione del mercato del lavoro e' stata fatta ed applicata in modo selvaggio e violento, seminando panico e terrore, ed e' quindi qui che occorre intervenire.
    Mi stupisce che dal sindacato e da tutti quelli che dicono di stare a fianco dei lavoratori, non sia mai stato fatto un elenco di obiettivi minimi, chiari e realizzabili, che andassero in questa direzione. Forse non si voleva dare fastidio a Confindustria ?
    Chi scrive ha 50 anni, e' un lavoratore precario con contratto a termine e quindi sa cosa significa lavorare sentendosi un sottostrato di chi e' un lavoratore "normale". Il lavoro precario deve essere sostenuto dallo stato, da una parte scoraggiando l'imprenditore nella richiesta di manodopera di questo tipo, dall'altra, la' dove l'imprenditore la richieda a causa del suo modello di business, il lavoratore precario deve essere sostenuto in modo da garantire la sua dignita' e protezione da comportamenti speculativi. Se sei precario sei ricattabile e le societa' che arruolano precari, giovani e non, sanno usare quest'arma in modo sapiente. Quindi sono tante le proposte che si possono mettere in campo, io ne cito alcune:

    - Forte abbattimento del carico fiscale.
    - Sanita' pubblica completamente gratuita per se e i propri familiari.
    - Istruzione pubblica completamente gratuita.
    - Copertura previdenziale dei periodi di disoccupazione.
    - Graduatoria privilegiata per l'avvio al lavoro nella pubblica amministrazione.

    Ritengo che affrontando il problema su questa strada l'ingiustizia oggi imperante puo' essere sconfitta. 11-05-2010 12:03 - Gian
  • Fa amarezza, in un momento come questo, dove ci sarebbero un sacco di ragioni per lottare la debolezza di contenuti. Eppure le proposte ci sarebbero eccome da fare:
    1)abolizione legge Biagi,
    2)tassazione delle rendite finanziarie,
    3)ritiro truppe all'estero e tagli ai fondi di guerra,
    4)tasse su barche, ferrari, rolex e altri oggetti di lusso per recuperare l'evasione...
    e con tutti questi soldi:
    a)incentivi a chi assume a tempo indeterminato,
    b)sgravi fiscali per i lavoratori dipendendi e per i beni di prima necessità (acqua, gas, benzina, pane, frutta, ecc.)
    c)restituire i 12 miliardi di euro rubati alla scuola pubblica,
    d)NAZIONALIZZAZIONE DELLE AZIENDE IN CRISI

    SU QUESTI PUNTI FARE UNO SCIOPERO GENERALE 11-05-2010 11:55 - SCIOPERO GENERALE
  • Non credo sia opportuna oggi l'unità dei sindacati; a mio avviso il punto di forza della CGIL è quello di non scendere a compromessi nel modo e con i risultati praticati e ottenuti da CISl e UIL. Rimane l'obiettivo comune a tutte le forze sindacali, quello di migliorare la condizione dei lavoratori, niente più. Ciò che è auspicabile è un rafforzamento della capacità contrattuale della CGIL, ma per ottenere questo, serve la volontà dei lavoratoti. 11-05-2010 10:10 - Giamberto
  • e basta con questa lettura del congresso con i buoni da una parte e i cattivi dall'altra (ovviamente la maggioranza). Ma vi siete chiesti perché il secondo documento - Fiom a parte - è stato appoggiato dalla "destra" della Cgil?!
    Podda fino a ieri chi è stato?! Sinceramente ho trovato il modo in cui il Manifesto ha appoggiato il secondo documento ingenuo e anche poco professionale. Buone ragioni per essere nell'una o nell'altra posizione ce ne sono, e ci sono tante buone ragioni per scegliere il primo documento o il secondo. Ma fare della stragrande maggioranza della Cgil un popolo di corrotti e conservatori e della minoranza gli alfieri del conflitto e della libertà sindacale.... ma và! 11-05-2010 09:23 - miki
  • Interessante le retoriche di monsignor milingo e di norberto.
    La prima: se stai qua a cazzeggiare vuol dire che non c'hai niente da fare. E tu? (Tutto in perfetto stile ultimo congresso CGIL).
    La seconda: il sindacato è importante. Bene, visto che è importante iscriviamoci tutti alla UIL, alla CISL. Il sindacato è importante se è uno strumento nelle mani dei lavoratori. Ma così è in mano a chi e persegue quali scopi? 11-05-2010 09:08 - Maks
  • Cari ragazzi, avete poco da starnazzare : la notizia è su quasi tutti i giornali, le radio e le televisioni italiche di oggi, martedì 11 maggio 2010.
    Il momdo intero è stato salvato da un tempestiva telefonata del nostro premier Silvio Berlusconi. E' questa la notizia che rimarrà nella testa della maggior parte degli italiani
    Di fronte alla ciclopica faccia tosta di quest'uomo, non servono i ragionamenti pacati, le riflessioni e le analisi economiche e politiche. Non servono nemmeno le organizzazioni sindacali, tanto, risolve tutto lui, basta un telefonata, ed il gioco è fatto. Auguri e felicità a tutti i disoccupati e i cassaintegrati che sicuramente vedranno risolta la loro situazione da un giorno all'altro,ed anche se non fosse continueranno lo stesso a votare Lega Nord. 11-05-2010 07:58 - gianni
  • Penso qualcosa di similarmente radicale Rispetto a Mariani, ma al contempo radicalmente opposto, mi spiego:
    Non si devono assolutamente stracciare le tessere sindacali (equivarrebbe ad un mandato assoluto all'attuale governo nazista) ma al contrario estraneare i dirigenti sindacali (i quali hanno ancora il coraggio di parlare di trattative e compromessi), tutti, demandando la gestione sindacale ad assemblee allargate di lavoratori. Non solo, vista la mole di cassintegrazioni ed il loro aumento esponenziale, senza contare precari e disoccupati, che non sono altro che un'altra fetta di lavoratori.
    Visto che è stata immessa liquidità nel mercato per fingere un rialzo borsistico è evidente che siamo vicini al tracollo nascosto dai recenti bavagli parlamentari ai sistemi di informazione, ed è quindi evidente che rischiamo di fare una fine peggiore della Grecia, attorno alla fine delle ferie d'agosto/primi settembre. E questo non è un problema solo sindacale, ma della società tutta, penso sia più lecito che i lavoratori, i disoccupati, e i precari si parlino, e che stimolino discussioni in ambienti universitari per trovare una soluzione reale ad un problema molto più ampio.
    P.s. è importante assicurarsi che l'estrema destra, vedi casapound, stia fuori dalle lotte se si vogliono evitare lanci di molotov nelle banche...
    Stiamo vivendo una situazione simile a quella della germania anni trenta e questo mi preoccupa molto 11-05-2010 06:54 - Delfo Burroni
  • il fatto è che la cgil (come le altre sigle, del resto) è maggioritaria nella componente dei pensionati e dei garantiti del pubblico impiego. la crisi spaventa e spinge a tutelarsi con la moderazione, ciò che vale per gli stessi sindacati che sono ormai poco altro da una casta. discorso diverso per la fiom perchè la realtà dello sfruttamento di un metalmeccanico è diversa. inoltre l'industria è già nel tormento, il pubblico impiego è ancora relativamente tranquillo. ma l'orientamento alla lotta è anche un discorso di tradizione di categoria, perchè poi la realtà è che il movimento dei lavoratori ha raggiunto di questi tempi il suo picco di apatia. comunque, è come se nel congresso si fosse manifestata una lotta di classe. una parte della classe media rappresentata da Epifani, i proletari con la Fiom. ma se l'effetto Grecia sarà virale questa divergenza si rivelerà passeggera.

    probabilmente non si può chidere alla cgil di compensare l'assenza di prospettiva che connota la sinistra e non proprio da ieri. se la stessa neodirettrice auspica seguendo la Rossanda un keynesianismo del 2010, significa che a sinistra molti pensano che la crisi è passeggera, frutto di politiche sbagliate e dunque tanto vale sedersi al tavolo della contrattazione e, perchè no, del consiglio d'amministrazione. ma se invece la crisi è strutturale e sintomo di un collasso di sistema le posizioni all'insegna del rispetto delle compatibilità sono un gravissimo errore. 10-05-2010 23:11 - Lpz
  • Il Sindacato ha bisogno prima di ogni cosa di un riappropriarsi del territorio, di destinare energie e risorse economiche in prossimità dei luoghi di lavoro. Meno apparati e più prossimità con i lavoratori. 10-05-2010 22:27 - luigi nunziata
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