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COMMENTO
12/05/2010
  •   |   Alisa Del Re
    Donne e politica: una relazione particolare

    Un relazione difficile non solo per i rapporti che in Italia il femminismo ha avuto con le istituzioni della politica, i partiti, la rappresentanza, ma anche per l'esiguità di luoghi e spazi di contrattazione collettiva sugli obiettivi che le lotte delle donne hanno espresso.
    Tanto che si arriva a disperare che i luoghi della politica delle donne abbiano qualche possibilità di coniugarsi nello spazio pubblico e ci si limita a sommare comportamenti individuali e ad auspicarne la concrezione in un progetto politico. Eppure si può leggere a ritroso un senso alto della politica nelle lotte delle donne: i percorsi di emancipazione e di liberazione hanno investito ambiti di movimento, larghi e diversificati, che hanno modificato radicalmente i rapporti sociali di dipendenza e di non autonomia di metà dei cittadini (le cittadine) nella disponibilità del proprio corpo per la sessualità e la riproduzione della specie, nella praticabilità dello spazio pubblico, nella definizione del ruolo di cura come destino femminile. I progetti delle lotte delle donne, non trasferiti in carte programmatiche, ma spesso drammaticamente proposti (pensiamo alla diminuzione del numero dei figli in mancanza non solo di servizi sociali adeguati, ma soprattutto di un riconoscimento sociale concreto del valore della cura) fanno parte di quella linea utopica che fa pensare come desiderabile per tutti un cambiamento del rapporto produzione-riproduzione.
    Trasferire il privato, il non detto, nella pratica politica comune e nella domanda di cambiamento ha prodotto da un lato modernizzazione attraverso leggi che fissavano le conquiste, dall'altro cambiamenti importanti nella vita sociale, produttiva e riproduttiva, di cui ancor oggi dobbiamo misurare gli esiti. L'orizzonte politico in cui si sono costruiti i cambiamenti è stato definito da conflitti, in primo luogo il conflitto tra i sessi, agito attorno all'imperativo del controllo sul corpo femminile sia dalla Chiesa che dai poteri dello stato per la maggior parte monopolio maschile. Il conflitto tra i sessi non è una guerra che si vince o si perde, tutto è sempre e continuamente da riaggiustare e da rimodellare, e niente è conquistato per sempre. E' però un conflitto imprescindibile, anche se resta sullo sfondo rispetto a cambiamenti radicali dovuti ai nuovi modi di produrre, alle articolazioni diverse dei poteri territoriali statali, alla maggior circolazione di individui nei territori e alla compresenza di diverse culture. Le differenze si moltiplicano, si possono misurare con la forte diversificazione del godimento dei diritti basilari.
    Inoltre, è da rilevare, oggi più che mai, che il genere non produce identità, basti solo pensare agli incroci di classe, razza e sesso e a quante differenze ciascuno di noi è debitore(trice). Eppure, se pensiamo alle donne come un gruppo seriale (Sartre lo esemplifica nel gruppo di persone che aspetta un tram: sono individui che vengono da realtà diverse e vanno in posti diversi a fare cose diverse tra loro, ma sono accumunati dal fatto di aspettare il tram, e questa attesa di per sé è già una bella metafora per le donne), possiamo anche immaginare un progetto comune, che non elimini le differenze, ma che anzi abbia la forza di imporre una rivoluzione nei modi di concepire l'organizzazione del lavoro produttivo, della pratica dei rapporti nello spazio pubblico imponendo per tutti un senso comune nelle relazioni iniziando dalla centralità della riproduzione e della cura (di sé, della specie, delle persone dipendenti).
    Tutto questo a partire da un'evidenza di cui tutti/e siamo ormai consapevoli e cioè che la costruzione della ricchezza sociale e della piramide maschile del potere si regge su un lavoro di cura e di riproduzione gratuito, sfruttato, sottopagato, travestito da obbligo sociale, da rapporto d'amore, da dedizione, storicamente attribuito alle donne. Sarebbe la stessa cosa se fosse attribuito agli uomini, anche se fosse semplicemente condiviso: quindi è il rapporto di sfruttamento, di separazione, di svalorizzazione materiale del soggetto in una sfera pubblica produttiva e politica, che è inaccettabile e che necessita di un capovolgimento radicale. Le donne hanno messo in gioco la loro responsabilità individuale e collettiva per trovare spazi di senso per tutti nei rapporti sociali e politici. Ora sta agli uomini che desiderano vivere in un mondo più equo e più giusto ritrovare nell'analisi e nelle prospettive attivate dai movimenti delle donne un percorso che, assieme ad esse, riesca ad operare meccanismi di trasformazione.
    Oggi nel mondo, rispetto al passato, ci sono molte più donne con potere, denaro e lavoro retribuito. Dal 1970, a livello mondiale due posti di lavoro su tre sono stati occupati da donne. L'aumento delle percentuali di presenza femminile nelle cariche apicali rappresenta un passo in avanti notevole in tutti i settori (della politica, dell'economia, della cultura), pur tenendo presente che i numeri iniziali sono esigui. Su 13 vincitori di Nobel nel 2009 ben 5 sono donne. Sembra giustificato teorizzare la fine del patriarcato, come fine di una legittimazione universale di rapporti di subordinazione di un sesso rispetto all'altro. Ma le ingiustizie e le discriminazioni verso le donne continuano ad essere praticate. E' tuttora enorme la sperequazione tra salari, opportunità, autorevolezza, accesso all'istruzione, alla salute e, nei paesi più poveri, al cibo, tra uomini e donne. A livello politico il superamento della subordinazione delle donne non è mai stata una priorità, né per i partiti, né per i governi, come del resto il superamento dell'esclusione delle donne dai posti di potere.
    Le iniquità, le prepotenze, le sopraffazioni, gli abusi legati al genere sono sempre meno tollerati e un numero crescente di stati prevede sanzioni legislative; nei casi in cui emergano nei circuiti mediatici producono pubblico scandalo. Spesso però vivono nel sommerso sociale e sono giustificati come comportamenti non modificabili, culturalmente accettati, o sono rappresentati nel discorso pubblico come eccezioni.
    Il corpo delle donne resta il luogo su cui si determina la definizione di identità sessuali e status sociale: rappresentato spesso dai media mainstream come oggetto mercificato e mercificabile, a disposizione (della corruzione) del potere. Nella rivoluzione epistemologica e politica della frantumazione del soggetto universale della cittadinanza il femminismo ha sicuramente modificato e rovesciato i rapporti sociali, familiari, relazionali: ma fino a che punto? Nei luoghi delle decisioni, nei luoghi del potere istituzionale le donne sono ancora poche e quando ci sono (forse perché sono poche) non danno molti segni innovativi. Come le pratiche femminili di resistenza e conflitto possono attualmente agire sul mutamento sociale?
    Come abbiamo già detto, ancora oggi il potere maschile è sinonimo di un dominio che universalmente si erge sulle fondamenta della gratuità del lavoro di cura. L'organizzazione di questo potere forse non si presenta più nella forma del patriarcato, ma in ogni caso tende ad escludere la diversità e a prevedere al massimo l'omologazione che produce la neutralizzazione delle differenze, cosa che il pensiero politico femminista non ha mancato di osservare, rilevando che non siano possibili emendamenti.
    La seconda ondata del femminismo ha fatto emergere con forza come la sfera personale sia una dimensione intrinsecamente politica, e probabilmente è su questa «politica» che bisogna tornare per riscoprire nuove forme di autodeterminazione non negoziabili. Forse il femminismo degli anni '60 è finito, forse la parità, non ancora ottenuta, si è rivelata essere un obiettivo riduttivo, ma il conflitto posto in essere dall'autonomia delle donne nello spazio pubblico, in tutte le forme, richiedendo di occupare tutti gli spazi e persino gli interstizi negati, non ha ancora finito di produrre domanda politica.
    La centralità del lavoro di cura, della riproduzione della specie e degli individui, elemento fondante delle analisi femministe, è diventata componente essenziale dello sviluppo. La femminilizzazione del lavoro ne è un segno significante, come del resto l'estensione della salarizzazione del lavoro di riproduzione, ma di conseguenza anche il controllo sociale sui corpi e sulla disponibilità degli stessi. Come costruire orizzonti di liberazione e di libertà in contesti così modificati eppure per le donne così poco variati nella sostanza? Quali sono le nuove soggettività che emergono nelle dinamiche di genere? Come queste si confrontano con l'orizzonte della complessità sociale? Di questo e di altro discuteremo nel convegno padovano.

     

    Il convegno
    «Donne Politica Utopia», una relazione tempestosa
    Voluto da Alisa Del Re per il Centro studi interdipartimentale sulle politiche di genere dell’Università di Pavia, si tiene a Padova venerdì 14 e sabato 15 maggio il convegno internazionale «Donne politica utopia». Dopo la relazione introduttiva di Del Re (che qui anticipiamo in parte), i lavori cominciano venerdì mattina con gli interventi di Rossana Rossanda («Femminismo e politica, una relazione tempestosa») e Lea Melandri («Corpi liberati o corpi prostituiti? L’ambiguo protagonismo della ’femminilità’ nello spazio pubblico»). Seguono Eleni Varikas («Une parole souverainement révoltante?») e Geneviève Fraisse («Devenir sujet, permanence de l’objet». Nel pomeriggio, Mario Tronti («La politica al femminile, il politico al maschile: un problema») e Maria Luisa Boccia («Parole di donne, discorsi sulle donne»), Luciana Castellina («Essere donna nelle organizzazioni comuniste») e Etienne Balibar («Le genre du parti»). Sabato, Montserrat Galceràn («Politica hecha por/desde las mujeras), Ute Gehrard («1989 and the crisis of feminist politics), Maria Fancelli («Le Antigoni del 900»), Rada Ivekovic («Riflessioni attorno alla perdita»), Manuela Fraire («Ancora è l’unica àncora). Chiude Adone Brandalise, coordinano Franca Bimbi, Beppe Mosconi, Devi Sacchetto, Antonella Cancellier.

     

     

    Programma

     


I COMMENTI:
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  • Bè, kulma sono punti di vista: a te fa paura sentir parlare di più illuminismo, a me spaventa sentir parlare di recupero della Tradizione, giudaico-cristiana-islamica o pagana che sia, sempre di religioni si tratta e io delle religioni diffido e diffiderò sempre (solo il buddismo i piace, ma è più una filosofia di vita che una religione vera e propria). Anche se è innegabile che il paganesimo fosse più tollerante specie riguardo alla sessualità. Oltretutto la donna, pur essendo in stato d'inferiorità sociale nelle società greche e romane (ma non era così tra gli Etruschi, per il poco che se ne sa) poteva comunque divenire sacerdotessa e aveva pari dignità con i sacerdoti maschi. Nei tre monoteismi ebraico, cristiano e islamico questo non è più possibile. Solo negli ultimi anni vediamo alcuni pastori protestanti donne, e in alcune sinagoghe riformate (specie negli USA) vi sono rabbini donna, ma si tratta di fenomeni minoritari e recenti avvenuti dopo la secolarizzazione. 15-05-2010 18:15 - paolo1984
  • Ciao Paolo, scusa per il ritardo della risposta. A me sembra che sotto l'affermazione "sento che c'è bisogno di più illuminismo, più secolarizzazione, più emancipazione (sia delle donne che dei lavoratori in generale) e anche più marxismo...", ci sia la stessa filosofia egemonica del liberismo ed evangelica del cattolicesimo, anche se parli di "battaglie culturali". E' come dire che noi occidentali abbiamo capito cosa è bene per l'umanità (illuminismo e marxismo). A me sinceramente questo fa un po' paura. 15-05-2010 15:05 - kulma
  • Precisazione: quando dico che il mondo ha bisogno di più illuminismo, più emancipazione, laicità ecc..non sto dicendo che bisogna imporre queste cose con le bombe a chi non le condivide, sto parlando di battaglie culturali e sopratutto sto parlando di difendere questi valori (giustizia sociale e libertà individuale) in primo luogo all'interno dei Paesi occidentali (dove le forze clericali e reazionarie sono tutt'altro che inattive specie in Italia) altrimenti non possiamo certo giudicare gli altri. 14-05-2010 14:23 - paolo1984
  • Che il lavoro domestico e di cura debba essere condiviso tra uomini e donne l'ho detto anch'io e ho detto che la modernità ha i suoi problemi, a penso anche che la società moderna e secolare con tutte le sue contraddizioni che non nego, sia migliore di quello che c'era prima. Ma poi è davvero possibile tornare alla società preindustriale? E a che prezzo? Riusciremmo a mantenere le libertà civili e sociali promosse dall'illuminismo, dal liberalismo politico (di quello economico si può fare a meno) e dal movimento operaio? io non lo so: vedo però che antimodernisti come Massimo Fini e l'altro suo mentore Alain De Benoist tendono ad essere non solo anti-illuministi, ma anche anti-femministi e questo mi fa paura. Mi fa paura che Massimo Fini condanni sia il marxismo che il capitalismo in quanto entrambi figli dell'Illuminismo e della rivoluzione industriale: non è che sta buttando via il bambino con l'acqua sporca? se guardo al mondo intero sento che c'è bisogno di più illuminismo, più secolarizzazione, più emancipazione (sia delle donne che dei lavoratori in generale) e anche più marxismo (compatibilmente con la libertà individuale) e non di meno. 14-05-2010 14:11 - paolo1984
  • complimenti paolo, hai capito da chi attingo. mi sento molto vicino all'antimodernismo e ancora di più all'antipostmodernismo. mi ci sono avvicinato da sinistra, con latouche, illich, bob black, hakim bey, e parte della scuola anarchica. io infatti non sono per tornare indietro ma per andare avanti, prendendo quanto di buono c'è delle società preindustriali. e più che al medioevo e alla visione cattolica che, con la morale unica tipica del monoteismo, ha relegato la donna in una condizione di sudditanza, guardo a molte società pagane, nelle le quali la donna aveva tutta un'altra posizione. basti pensare alla venerazione di importanti divinità femminili, come Artemide, dea della caccia, attività considerata dalla cultura patriarcale prettamente maschile. hai capito "chi" sono ma non "cosa" volevo dire. io non difendo di certo il patriarcato (tra l'altro esiste anche un patriarcato prettamente modernista). non ho mai detto che il ruolo della donna è quello di stirare e pulire per terra, ho semplicemente parlato di differenza. non diffidare di ivan illich. leggilo, e capirai meglio cosa voglio dire.
    e poi, a dirla tutta, l'emancipazione femminile è parziale. molte donne lavorano come gli uomini, ma in più conservano ancora il loro ruolo "domestico", ritrovandosi in definitiva con un doppio lavoro. chi è riuscita ad affrancarsi dal lavoro domestico, spesso lo ha fatto affidando tale compito a donne non occidentali (colf e badanti). se non si capisce questo e ci si accontenta di qualche straccio di diritto che la società capitalista ci concede, dicendo "comunque sempre meglio adesso che nel medioevo", non si capirà mai la reale schiavitù in cui versiamo tutti. uomini e donne. 14-05-2010 09:58 - kulma
  • A quanto ho capito Ivan Illich era un antimodernista (Massimo Fini deve aver ripreso molti suoi concetti) e questo mi porta a diffidare di lui come diffido di tutti i passatisti, di chi elogia la Tradizione, di chi dice "si stava meglio quando si stava peggio" perchè se tornassimo indietro nel Medioevo troveremmo sicuramente un Massimo Fini dell'epoca che rimpiange il passato. Ogni epoca ha avuto una percezione negativa di se stessa, ogni epoca ha i suoi problemi, anche la modernità ha i suoi (ma qualcuno dice che la modernità è già finita e siamo nella post-modernità) che vanno affrontati, ma la soluzione non è, non può e non deve essere il ritorno alla Tradizione che certamente sarà una tradizione religiosa e quindi oscurantista, non dico che Illich voglia questo, parlo dell'antimodernismo in generale.
    Viva i valori illuminist, viva la Rivoluzione Francese, viva la liberazione sessuale, viva la secolarizzazione e la laicizzazione della società e viva l'emancipazione femminile che, pur in mezzo ad eccessi ed errori (poichè nulla è perfetto) sono stati fattori di progresso civile e sociale.
    dite pure quello che volete, ma io voglio che queste conquiste rimangano intatte. Non possiamo e non dobbiamo tornare indietro. 13-05-2010 20:33 - paolo1984
  • X Kulma: accusarmi di post-illuminismo per me è un complimento perchè è dalla Rivoluzione Francese che sono nati tutti i movimenti di emancipazione, quello operaio e quello femminile (che in Europa marciarono dalla stessa parte, tra l'altro). Vatti a vedere chi erano Anna Kuliscioff, Emma Goldman, Elizabeth Gurley Flynn, Crystal Eastman.
    Quando parlo di uguaglianza parlo di pari dignità morale e intellettuale, parlo di uguaglianza nella diversità: ogni uomo è diverso dall'altro come è diversa ogni donna. Ma la pari dignità morale e intellettuale è confermata dalla Storia: anche nei secoli passati quando per una donna era difficilissimo emergere, vi sono state comunque donne che si sono distinte nei campi dell'arte e del sapere. elencarle tutte sarebbe lungo, basta fare delle ricerche.
    Nell'800 vi sono state anche donne alpiniste, Marie Paradis che scalò il Monte Bianco e Lucy Walker che scalò il Cervino.
    Nella Storia vi sono state donne coraggiose, morte per i loro ideali proprio come gli uomini, vada a vedere chi erano Olympe De Gouges, Mariana Pineda e Eleonora Pimentel Fonseca.
    E' il patriarcato che ha diviso uomini e donne: i maschi erano educati all'ambizione, le donne a fare le brave donnine di casa, una donna che mostrava ambizioni diverse dal matrimonio era vista nella maggior parte dei casi come una matta a meno che non avesse avuto la fortuna di avere un padre abbastanza aperto di mente e abbastanza ricco da sostenerla negli studi superiori. E poi parliamo di tutte le donne staffette e combattenti che hanno fatto parte della guerriglia partgiana, anche tra i guerriglieri del Che in Bolivia c'era una donna, Tania, che soffrì e morì con loro. Ovviamente non voglio disconoscee il ruolo della biologia: il testosterone che è più presente nei maschi favorisce la competizione e l'aggressività, ma ridurre uomni e donne al dato biologico è sbagliato! La biologia conta, ma la cultura e l'educazione contano di più.
    La cultura patriarcale ha sempre negato la pari dignità sia quando idealizzava la donna come "angelo del focolare" o "santa" sia quando la demonizzava come puttana o demone tentatore, sia che venisse celebrata sia che venisse disprezzata la donna non è mai stata considerata un essere umano con pari dignità e la religione ha una notevole parte di responsabilità.
    Insisto donne e uomini hanno pari dignità morale e intellettuale nel bene come nel male. Questo è un dato di fatto confermato dalla Storia. 13-05-2010 20:11 - paolo1984
  • scusa paolo1984, non capisco come fai a sostenere che la differenza (che per me è solo un valore, perchè essere diversi non vuol dire avere diversi diritti) è un prodotto della "cultura" e l'uguaglianza invece lo è della "natura". dire che siamo esattamente uguali in tutto è anch'esso un concetto figlio di una cultura post-illuminista.
    io non condivido questa imposizione dall'alto, del tipo "siamo uguali, punto e basta". io ritengo invece che siamo differenti e che bisogna tener conto di questa differenza (e anche di altre) e dell'armonia che deriva dall'unione degli opposti per poter costruire una società adatta a tutti. la "creazione" di un essere umano uguale in tutto (moralmente, intellettualmente, spiritualmente, ...) mi puzza un po' di distopia stile "1984" o "il mondo nuovo".
    bollare chiunque sostenga il contrario di maschilismo lo trovo molto arrogante (non mi riferisco in questo caso a te). consiglio la lettura di "genere e sesso" di ivan illich (che non era di certo un maschilista). 13-05-2010 18:08 - kulma
  • Bravo Dende, hai esplicitamente ammesso che questo convegno sara' per aristocratiche elite culturali e non per il popolo bue che vota compatto per Berlusconi.

    Se la sinistra continua a porsi cosi', non ara' cosi' difficile raggiungere lo 0,0% di adesione. 13-05-2010 17:54 - Ma parla+come+mangi
  • Precisazione: ovviamente nessuno mette in discussione le evidenti differenze biologiche tra uomini e donne: sono solo le donne a restare incinte quindi è giusto che a loro spetti l'ultima decisione sull'interruzione volontaria di gravidanza perchè il feto si trova dentro il corpo della donna e ciascuno di noi ha diritto alla piena sovranità sul suo corpo e su quello che si trova al suo interno.
    Comunque la diversità biologica non deve divenire pretesto per negare la pari dignità morale e intellettuale. 13-05-2010 17:30 - paolo1984
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