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COMMENTO
16/05/2010
  •   |   Danilo Zolo
    La scoperta della pace

    1961, la prima edizione della marcia della pace

    Oggi prende il via la Marcia della pace da Perugia ad Assisi. Con la novità di una finestra aperta sulla crisi sociale ed economica. Si incontrano infatti ad Assisi migliaia di giovani, di operai, di insegnanti, di terremotati. E di immigrati, di donne africane in lotta contro la fame, di vittime delle guerre che insanguinano il mondo. Provengono dall'estero e da quasi tutte le regioni italiane per dare vita ad un laboratorio della cultura della pace e dei diritti umani. È un fatto di rilievo, che riscopre il tema della pace in un contesto politico e sociale che sembrava averlo dimenticato per sempre. La stessa Chiesa cattolica, impegnata a salvare se stessa dalla vergogna, non si occupa più di un tema che dovrebbe essere centrale in una missione evangelica.
    Il pacifismo di questa «marcia» sembra lontano dal tradizionale spiritualismo, quello che predica bontà e mitezza. È un pacifismo realista e pragmatico, che non considera la pace come l'esito dell'eroismo morale o dell'ascetismo carismatico, à la Gandhi. Forse è ora che si profili l'esigenza di un progetto politico nel senso più concreto del termine. Che stimoli il protagonismo dei giovani, degli emarginati, degli oppressi per resistere collettivamente alla guerra, alla violenza, alla discriminazione. 
    La pace non è mai stata così apertamente violata come è accaduto nell'ultimo ventennio, dopo il tramonto del comunismo, la fine del bipolarismo e l'emergere degli Stati Uniti come superpotenza globale. La guerra di aggressione è stata «normalizzata» e presentata dalle grandi potenze occidentali come uno strumento «umanitario» per diffondere la democrazia, tutelare i diritti umani e garantire la pace. Ne è responsabile anche molta parte della sinistra che pure si esibisce spesso tra i marciatori della Perugia-Assisi. E le istituzioni internazionali, anzitutto le Nazioni Unite e le Corti penali internazionali, hanno servilmente assecondato la «giustizia dei vincitori».
    L'industria della morte è fiorente mentre il pacifismo tradizionale appare sempre più l'illusione di poche anime candide. La pace è molto lontana. La produzione e il traffico delle armi da guerra è fuori da ogni controllo. E l'uso delle armi dipende dalla «decisione di uccidere» che attori statali e non statali prendono secondo le proprie convenienze politiche e soprattutto economiche. Così sentenze di morte collettiva vengono emesse al di fuori di qualsiasi procedura legale, contro migliaia di persone non responsabili di alcun illecito, né di alcuna colpa. La morte, la mutilazione dei corpi, la tortura, il terrore, fanno parte di una cerimonia letale che non sembra più suscitare alcuna emozione. Il patibolo globale offre uno spettacolo quotidiano che non interessa più nessuno. 
    Ciò che in Italia oggi si può forse tentare - nonostante le notevoli difficoltà, resistenze e divisioni evidenti anche nella marcia di oggi - è respingere con tutte le forze politiche e sociali disponibili il bellicismo dell'attuale governo italiano, suddito servile delle potenze occidentali, in particolare degli Stati Uniti. Sarebbe necessaria una mobilitazione offensiva nei confronti dei poteri razzisti e neo-coloniali che oggi insanguinano il mondo, usando tutti gli strumenti politici disponibili, la disobbedienza civile inclusa. Per questo certo una «marcia» non basta.


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