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Ida Dominijannni
Chi di Tangentopoli ferisce e chi perisce
«Tangentopoli esplose perché l'eccessiva voracità mise in crisi il sistema. Oggi siamo di fronte a fenomeno molto preoccupante, abbastanza simile a quello del 1992». La diagnosi di Giancarlo Capaldo, il magistrato romano che coordina le indagini sugli appalti e i grandi eventi al centro degli ultimi scandali, vanno in controtendenza rispetto al coro intento a dire che no, non siamo di fronte a una nuova Tangentopoli. E perché no? Dalle parti del Pdl, la risposta suona più o meno così: nel '92 fu colpito un sistema di finanziamento illegale della politica. Oggi il finanziamento della politica è legale e trasparente, e la corruzione riguarda solo alcuni individui - mele marce - che rubano per sé.
Il presupposto di questa risposta - rubare per un partito è più grave che rubare per sé - è assai discutibile, è lo stesso che si affermò nel '92 come pilastro dell'antipolitica allora montante, e viene riproposto oggi dalla stessa parte politica che dell'ideologia antipolitica ha fatto la propria bandiera e costruito la propria fortuna. Adesso però non si tratta di stabilire una gerarchia di gravità delle colpe, ma di rispondere a due questioni. La prima: ammesso che la corruzione di oggi riguardi più una cerchia di soggetti economici e imprenditoriali che i partiti politici, il suo tasso di diffusione e pervasività è in grado o no di mettere in crisi il sistema politico? O in altri termini: che rapporto c'è fra il sistema politico «legalmente finanziato» e i suddetti soggetti economici e imprenditoriali corrotti? La seconda: la forma odierna della corruzione ha qualcosa a che fare o no con la soluzione (politica e giudiziaria) che si diede a Tangentopoli fra il '92 e il '94? Non era per caso un esito inscritto in quelle premesse? O in altri termini: quali sono le continuità, oltre che le discontinuità, fra Tangentopoli e il sistema di corruzione di oggi?
L'unica discontinuità evidente è la seguente: allora si trattava di un circuito di finanziamento che nutriva i partiti come tali, adesso si tratta, a quanto pare, di un circuito di denaro che nutre una casta di politici imperante malgrado il, o grazie al, disfacimento dei partiti. Uguale è invece la coimplicazione nel meccanismo della corruzione di politici e imprenditori: oggi come nel '92, sistema politico e società civile non si dividono affatto con un taglio netto, come l'ideologia antipolitica sosteneva e sostiene. Questi due dati bastano già a contestare la tesi della totale diversità fra le due situazioni da cui siamo partiti: non è vero che allora c'era di mezzo la politica e oggi no, non è vero che allora si trattava di una corruzione sistemica e oggi no. E' vero soltanto che allora c'erano i partiti e oggi ci sono per modo di dire, non solo perché sono genericamente una presenza molto più debole di allora ma perché sono diventati specificamente, soprattutto nel caso del Pdl, delle protesi a uso del capo o di pezzi di ceto politico che giocano in proprio servendosi strumentalmente, e privatisticamente, della loro sigla di appartenenza.
La chiave per individuare analogie e differenze fra le due situazioni va cercata dunque nelle trasformazioni politiche dell'ultimo ventennio, e non in comparazioni economiche o sociologiche o morali. Un inserto speciale che il manifesto pubblicò in occasione del decennale di Tangentopoli, e che oggi non per puro gusto archivistico riproponiamo sul nostro sito («Il rovescio di Tangentopoli»), conteneva già molte risposte, e forniva le bussole buone a tutt'oggi per capire come e perché le aspettative (eccessivamente) palingenetiche riposte sull'azione di Mani pulite si siano capovolte nella «solida restaurazione» (Mario Tronti) berlusconiana successiva. Scriveva ad esempio lucidamente Rossana Rossanda: «Vissuta come una grande ripulitura morale contro la prepotenza imbrogliona dei padroni e del ceto politico, sotto l'egida corrusca della magistratura, Tangentopoli si è conclusa con scarse vittime fra i corruttori, con la distruzione dei partiti politici che hanno retto l'Italia dal '48 e con la radicale messa in causa delle strutture e dei fini dell'intervento pubblico. E oggi il più grande impero affaristico italiano governa il paese con l'appoggio di tutto il padronato e sta mettendo sotto il fuoco la magistratura vendicatrice. Un rovesciamento totale dello scenario». Il cui fattore decisivo era e resta la capacità di Berlusconi di capitalizzare la furia antipartitocratica del '92 per costruire sulle macerie della prima Repubblica l'ossimoro vincente di una politica dell'antipolitica. Unita alla favola di una società e di un mercato «puliti» contro una casta politica «sporca», favola che per anni ha distolto lo sguardo dal funzionamento di una macchina della corruzione che non si è mai arrestata. Adesso si torna a vedere che le caste bacate sono due, quella politica e quella imprenditoriale, e che la prima prospera precisamente all'interno del partito dell'antipolitica. Significa che la favola berlusconiana è intaccata alle fondamenta. E che dunque sì, anche questa seconda Tangentopoli può avere un effetto dirompente: se solo - e non è poco - la società pensante reagisce alla comprensibile depressione che proviene dal constatare che nel '92-'94 tutto cambiò perché il cuore corrotto del sistema restasse com'era.Leggi l'inserto del 2002 (in pdf)
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Chi non ha capito questo non ha capito che cosa sia la corruzione in Italia. La corruzione in Italia e' un modus vivendi et operandi. 18-05-2010 14:12 - murmillus