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Marco Revelli
Italia loro
La sentenza della Corte d’Appello di Genova per i «fatti della Diaz» non ci restituisce la luce. Ma per lo meno apre uno spiraglio di verità e di senso, nel buio fitto e appiccicoso che avvolge il Paese. Giunge tardi. Tardissimo. A quasi dieci anni da quell’ignobile «massacro in stile sudamericano», che ci coprì di vergogna davanti al mondo. Dieci anni in cui i responsabili hanno continuato a
ricoprire le più alte cariche nel «sistema di sicurezza». E a rappresentare le
più delicate tra le istituzioni: quelle che incarnano il «monopolio della forza» e che dovrebbero, per dovere costituzionale, presidiare il più elementare dei diritti: quello all’integrità della persona. Dieci anni nei quali le vittime di allora – quasi tutti giovani e giovanissimi – hanno potuto crescere e farsi uomini portandosi dentro quella ferita non rimarginabile, e l’immagine di uno Stato fondato sull’illegalità, sulla prepotenza e sull’impunità del potere. Però ora sappiamo che c’è, in questo Paese, almeno un anfratto, un’aula di tribunale, una Corte, in cui la verità che allora percepimmo, tutti, sulla nostra pelle può essere riconosciuta e «detta». In cui una parola, corrispondente alla realtà,
può essere pronunciata.
Il Governo – c’era da dubitarne? – costituitosi in Corte alternativa, si è affrettato ad assolverli. «Piena fiducia», ha dichiarato il ministro Maroni, «i nostri uomini - ha detto il sottosegretario Mantovano - resteranno al loro posto», nonostante la pesantezza delle condanne, e l’esclusione dai pubblici
uffici. E ha fatto bene a chiamarli «i nostri uomini». Perché sono della stessa pasta e della stessa cricca. Sono, tutti insieme, in forma «sistemica», parte della stessa Italia, intreccio di ferocia e privilegio, di connivenze incrociate e di ostentazione d’impunità. Sono l’Italia che ha praticato la tortura, a Bolzaneto, su decine e decine di ragazzine e ragazzini alla propria prima esperienza di partecipazione politica. Sono l’Italia che ha ammazzato Carlo Giuliani e ha sputato sul suo corpo adolescente. Oggi sappiamo – dall’inchiesta di Perugia – che sono anche l’Italia della corruzione sistematica e degli scambi di piaceri.
Quella delle case regalate e degli affitti di favore ai figli e ai cognati. L’Italia
dell’Enasarco – per intenderci - e degli Anemone e Zampolini.
Sono, infine, la stessa Italia che, con un velenoso colpo di coda, ha sanzionato nel modo più brutale la fine della libertà di stampa, minacciando il carcere ai giornalisti e condannando di fatto a morte gli editori che osassero rendere pubblici i materiali giudiziari connessi a quelle stesse intercettazioni senza le quali mai si sarebbe giunti alla verità sui «fatti della Diaz».
Non vorremmo che quella di ieri fosse davvero l’ultima «bella notizia» che abbiamo potuto festeggiare.
- 30/05/2010 [123 commenti]
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Ma per chi difende la democrazia e vorrebbe un'Italia alineata alle grandi democrazie del mondo,è una merdina insufficiente.
Personalmente sono pessimista e penso che se non fosse morto ammazzato Cucchi e non ci fosse una opinione pubblica di questo livello,anche questa volta i torturatori la sfagavano.
Oggi sono stati puniti,per accontentare la marea montante,ma domani se la cosa si plaga, vedrete che tutto ritorna come prima.
La democrazia in Italia la potevano mettere i partigiani,se rimanevano con i fucili in mano come hanno fatto i Sandinistri in Nicaragua.
Invece abbiamo dato al potere legislativo tutto il potere dello stato e ecco che una banda di avvocati e di ciarlatani da fiera,messisi su quei banchi del parlamento e a capo di governi,ci hanno fregato e riportato a un fascismo mascherato!
Pinelli è volato dal balcone della questura di Milano con tre scarpe.
I morti di Reggio Emilia,di Avola,Valter Rossi e tanti,troppi morti ammazzati,testimoniano che in questo paese che pretestuosamente si fa chiamare democratico è ancora quel paese che i partigiani hanno combattuto!
Cosa dobbiamo fare ora che tutti hanno capito?
A voi giovani, ardua sentenza! 21-05-2010 09:34 - mariani maurizio