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Matteo Bartocci
Federalismo demaniale, nord batte sud 2-1
Il federalismo demaniale sarà pure un provvedimento - come assicurava Tremonti l'altroieri - a impatto economico zero. Però nella gigantesca partita di giro tra stato e regioni chi ci guadagna è sicuramente il Nord. Anzi, sul piano dei soldi disponibili Nord batte Sud 2 a 1.
Secondo le stime dell'Agenzia del Demanio infatti in Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto - le quattro regioni settentrionali non a statuto speciale (che sono invece regolate da accordi separati) - si trovano beni teoricamente trasferibili dallo stato per 1,077 miliardi. Nelle cinque regioni del Sud (Campania, Basilicata, Calabria, Molise e Puglia) solo per 542 milioni.
Il consiglio dei ministri ieri ha approvato definitivamente il primo decreto delegato sul federalismo fiscale accogliendo il parere della «bicameralina» guidata da Enrico La Loggia. Se non ci saranno intoppi, entro un anno la proprietà di: coste, laghi senza emissari, piccoli fiumi, sorgenti, acque termali, cascate, foreste, terreni agricoli, aeroporti locali, strade non statali e miniere su su fino a ogni altro bene immobile dello stato con arredi annessi passerà a regioni, province e (in minima parte) anche ai comuni interessati.
Marco Bersani, presidente del Forum dell'Acqua lancia l'allarme: «Il federalismo demaniale rischia di trasformarsi in un saccheggio delle fonti idriche e delle sorgenti pubbliche». «Tenendo conto del contesto economico in cui si trovano gli enti locali - spiega Bersani - è evidente che la prima conseguenza di questo decreto è che regioni ed enti locali usino i beni demaniali per fare cassa». Formalmente, certo, la proprietà delle sorgenti d'acqua continua a essere pubblica «ma nel settore idrico proprietà e gestione spesso coincidono ed è evidente che si aprirà un nuovo mercato privato, anche con la possibilità che le sorgenti vengano direttamente vendute. Si rischia un vero e proprio saccheggio».
Altro che bene comune. I laghi chiusi (per esempio Bracciano o Trasimeno) andranno automaticamente alle province. Tutto il resto sarà trasferito alle regioni. E sulle spiagge, per esempio, manca una legge quadro nazionale. Così ogni regione potrà disporne come vuole, anche concedendole per 99 anni a un pinco pallino qualsiasi.
Del resto lo stesso Di Pietro, che ha votato a favore del provvedimento, aveva definito il federalismo come un coltello, «se lo usi per affettare il pane va bene, se lo usi per affettare la moglie un po' meno». Molte garanzie su come sarà usato non ce ne sono. In questo senso la «devolution» della sanità alle regioni, con tutti gli annessi di scandali, furti e ruberie non è esattamente un precedente tranquillizzante.
Fiumi, sorgenti e laghi sono già gestite totalmente dalle regioni, che anche insieme a comuni o province fissano canoni di concessione, regole di navigazione, sfruttamento dell'acqua a fini agricoli o altro. Con il trasferimento della proprietà però non è più chiaro se il ministero dell'Ambiente si occuperà ancora della difesa delle sponde e delle coste, della lotta al dissesto o della programmazione delle risorse.
Mentre gli enti locali che non hanno i bilanci in ordine non potranno ricevere beni demaniali. E in ogni caso chiunque chieda qualcosa subirà un taglio di pari importo nei trasferimenti dallo stato. E' una procedura che rischia semplicemente di aumentare gli squilibri (o le cricche) già esistenti senza migliorare veramente la qualità dell'uso di un bene che nasce pubblico, comune a tutti i cittadini, e non di proprietà solo di chi ha la fortuna di abitarvi vicino. Una cosa è sicura: tutti quei beni fruttano allo stato 389 milioni di euro all'anno. Poca cosa ma pur sempre più del 10% del loro valore nominale.
Non è la secessione ma è sicuramente un'accumulazione di beni che se usata male può deragliare in poco tempo. Dal punto di vista economico il federalismo demaniale sembra davvero poca cosa rispetto ai decreti che verranno sui tributi federali. In tutto si parla di 18.959 beni alienabili: 9.127 fabbricati e 9.832 terreni. Valorizzati complessivamente per 3,2 miliardi. Di questi però poco più di 1 miliardo è definito effettivamente «libero» dal direttore dell'Agenzia delle entrate Maurizio Prato (audizione alla «bicameralina» del 28 aprile). Il resto è già in uso dagli enti locali tramite locazioni di lunga durata (0,73 miliardi) oppure sindaci e presidenti ne hanno già fatto richiesta (0,39 mld) oppure lo gestiscono tramite accordi con lo stato (0,96 mld). Pochissimo è invece in uso a privati, beni pari a 0,13 mld. Sicuramente l'impianto di fondo delle scelte della maggioranza è un neo-centralismo regionale. I comuni, infatti, hanno pochissima voce in tutti i passaggi infiniti della delega. E dovranno quasi sempre confrontarsi con i «governatori» o con le province, che invece di essere abolite accrescono le competenze.
- 30/05/2010 [123 commenti]
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Il giornalista lo scrive come se fosse un qualcosa di cui il governo e la maggioranza si dovrebbero vergognare.
Ammesso che sia vero che le regioni del nord saranno avvantaggiate, chiedo: e allora?
noi del nord, chi siamo rispetto a questo Stato? figliastri? cittadini di serie B?
se una ex caserma o un palazzo sottoutilizzato o una strada si trova in Lambardia o in Piemonte bisogna cederlo alla Campania o alla Sicilia?
sarebbe interessante conoscere il parere dei lettori settentrionali 21-05-2010 14:05 - aiace