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COMMENTO
26/05/2010
  •   |   Giorgio Ruffolo
    Un patto tra Nord e Sud

    Dice Valentino Parlato (il manifesto, 21 maggio) che la strada federalista «è un disastro». «Ma se proprio è inevitabile mi sembrano più ragionevoli le macroregioni (si riferisce alla proposta da me avanzata in un mio recente libro e richiamata in un articolo su Repubblica) con le quali il problema dell'unità si porrebbe più realisticamente evitando le spezzatino».
    Quella proposta è stata invece severamente criticata da Eugenio Scalfari (Repubblica del 16 maggio) secondo cui le macroregioni «sarebbero inevitabilmente la fine dello Stato unitario».
    Non vorrei prenderla troppo alla larga. Ma è un fatto che il federalismo non è certo un tema nuovo per l'Italia.
    Durante il Risorgimento le idee federaliste animarono correnti importanti della politica italiana. Per un certo periodo la prospettiva dell'unità nazionale restò sullo sfondo, mentre prevaleva il progetto di una confederazione degli Stati regionali italiani, presieduta dal Pontefice romano secondo Vincenzo Gioberti, o dallo Stato piemontese, secondo Cesare Balbo. L'obiettivo dell'unità era nettamente subordinato a quelli della libertà e dell'indipendenza. Fu Carlo Cattaneo a confutare con frasi sprezzanti il «sistema delle vecchie repubblichette», che andavano dissolte e sostituite da nuove aggregazioni politiche fondate sulle autonomie dei Comuni, il vero motore della storia civile italiana, confederate negli Stati Uniti d'Italia, secondo il modello americano.
    Il federalismo era comunque un patto tra soggetti storici e geografici concreti.
    Col tempo, la logica dei rapporti di forza favorì, grazie alla grande regia di Cavour, l'egemonia del piccolo Piemonte, che riuscì a imporsi anche a grande parte dell'opinione e dell'azione repubblicana, nel compimento dello Stato unitario centralizzato.
    Mentre trionfava il principio dello Stato unitario emergeva, rispetto al problema del rapporto tra Stato centrale e componenti regionali, quello, sempre più drammatico, del rapporto tra il Nord e il Sud del Paese che, durante la sciagurata guerra del brigantaggio, sancì la netta subordinazione del secondo rispetto al primo. Antonio Gramsci denunciò le radici classiste di quella subordinazione e additò nell'alleanza tra operai del Nord e contadini del Sud la soluzione del dramma meridionale. Altri, come Salvemini e Dorso, pur persuasi dell'importanza decisiva del movimento contadino, svilupparono anche l'idea dell'autonomia politica del Mezzogiorno, come forza costituente di uno Stato nazionale (che Dorso preferisse il termine di autonomismo a quello di federalismo era una questione definitoria). Non si trattava dunque di un rapporto tra lo Stato e le regioni del Sud, che, eccettuata la Sicilia, non avevano alcuna tradizione di autonomia e di personalità storica distinta. Si trattava di «dare all'Italia meridionale una costituzione federale» entro un quadro federale italiano.
    In altri termini, il federalismo (Salvemini) era considerato «l'unica via per la soluzione del problema meridionale» . Era anche allora ben presente l'obiezione che l'autonomismo ponesse in pericolo l'unità del paese. La risposta (Dorso) era che proprio la mancanza dell'autonomismo «ci riconduce nel vecchio schema della carità statale o minaccia di sbalzarci nel separatismo reazionario».
    Per carità: le condizioni del Paese sono radicalmente mutate dal tempo in cui questi testi furono scritti. Ma la minaccia che si profila oggi all'unità del paese non dipende certo dalle proposte di evocare quella istanza autonomistica ma, paradossalmente, dal modo sbagliato e distorto nel quale è stata colta. Quella istanza richiedeva un intervento economico organico e potente nella realtà meridionale, tale da realizzare una condizione di efficienza competitiva e, insieme a quella, di sviluppo civile paragonabili a quelle esistenti nel Nord.
    Nei primi decenni post bellici la Repubblica democratica si dimostrò all'altezza di questa sfida. La Cassa del Mezzogiorno realizzò nel Sud una rete di grandi infrastrutture che ne ruppero l'isolamento costituendo le condizioni di base per la crescita di attività produttive. Sorsero anche, grazie all'iniziativa delle imprese a partecipazione statale, grandi impianti sulla cui capacità propulsiva si contava per promuovere una rete diffusa di imprese produttive. E proprio questa mancò.
    Bisogna dire che a tutt'oggi non c'è una idea chiara sulle ragioni di questo fallimento.
    Sono però convinto che almeno una parte della risposta stia nel passaggio che, con la creazione delle Regioni, è avvenuto dalle responsabilità «tecnocratiche» a quelle «politiche» dell'intervento. Questo passaggio era senz'altro necessario; ma avrebbe dovuto verificarsi a un alto livello; quello che poteva essere assicurato da una guida politica unitaria della realtà meridionale, investita di una larga autonomia politica, secondo le ispirazioni dei grandi meridionalisti: condizione essenziale per la nascita di una classe politica capace di visione e di distacco: visione integrale e comprensiva della realtà meridionale; distacco, nella scelta e nell'amministrazione dei progetti, dalle tentazioni degli interessi personali e locali.
    La regionalizzazione dell'intervento, salvo poche esperienze apprezzabili, è stata un fallimento. Le importanti risorse finanziarie affidate alle gestione politica regionalizzata sono state in larga parte disperse secondo logiche clientelari e di corta vista, per non dire di peggio.
    Col tempo, questo fallimento è emerso,determinando la reazione della parte del paese, il Nord, sulla quale grava il peso maggiore del trasferimento.
    L'inefficacia dell'intervento straordinario si è rivelata attraverso un aumento del divario tra Nord e Sud del Paese, cui corrisponde un aumento generale dell'insoddisfazione politica. Questa alimenta le due forze divaricanti di un potenziale secessionismo: quella che tende a configurarsi nell'ideale, piuttosto deprimente, di un Belgio grasso (l'espressione è dello storico Omodeo) e quella che tende a dissolversi nel disordine criminale delle mafie.
    Dunque la minaccia del secessionismo non è ipotetica, è presente e reale e bisogna fronteggiarla. Come?
    La risposta del federalismo fiscale parte da una intenzione opposta a quella del federalismo storico: non devolvere a una unità superiore competenze e risorse oggi amministrate a livelli inferiori, ma il contrario.
    Lo dice chiaramente Luca Ridolfi nel suo notevole libro, Il sacco del Nord. Se non si vuole ingannare la gente con un federalismo fasullo il federalismo fiscale deve ridurre il flusso delle risorse diretto al Sud. Per fronteggiare la reazione delle regioni penalizzate, l'autore suggerisce di indennizzarle con una riduzione delle tasse. Ma qui la sua intelligenza si appanna. Ridurre le tasse significa, al netto, aumentare il debito pubblico, che grava sull'economia nel suo insieme e proporzionalmente, sulla parte più ricca. Cioè il Nord. Non mi pare un buon affare.
    A parte il fatto che finora non si sono fatti i conti del federalismo fiscale. Se le cifre che leggiamo nelle relazioni parlamentari sono esatte, il peso, specialmente nelle attuali condizioni, risulta insostenibile. E allora, stiamo parlando di niente. Anzi, non di niente. Stiamo parlando di una drammatica crisi di governo.
    E allora? Come si fronteggia la minaccia, attuale e reale, di secessione? Criticare le proposte sta bene. Ma quale risposta si dà a quella minaccia? Io tengo nella massima considerazione i ragionamenti di Scalfari (come sempre). E sono pronto, come ho detto esplicitamente, ad ammettere che la mia proposta comporta dei rischi. Ma il rischio peggiore è quello di non fare niente, mentre quella radicale innovazione presenta una grande occasione.
    Il centro della mia proposta, osservo, non sta nella creazione delle macroregioni. Sta nella loro funzione. Sta nel patto tra il Nord e il Sud, nel quale le due grandi parti d'Italia troverebbero finalmente le ragioni della loro unità.
    Scalfari dice giustamente che non si può considerare il divario tra il Nord e il Sud italiano alla stregua di qualunque altro in Europa. Questo divario è giunto a un punto di rottura. E allora: non è la prospettiva di un patto «drammatico» e anche rischioso la risposta che un grande paese dovrebbe dare alle minacce che incombono su di lui?
    Quale è l'alternativa? Lo spezzatino di Valentino Parlato? Non piace a lui e neppure a me, Per capire bene che cosa significa sono andato a cercare il verbo spezzettare nel vocabolario. Ecco che cosa ho trovato: «ridurre in pezzetti, sminuzzare, sbriciolare, smozzicare, tritare, triturare, stritolare, frammentare. Vedi anche, dividere».
    PS. E il PD, che dice? Francamente non capisco. La sofferta adesione del PD al federalismo fiscale è segno di convinzione o di sgomento? (Lasciamo andare le tentazioni demenziali di «astenersi». Da che cosa?).


I COMMENTI:
  • Quando ve pare!!
    You're Welcome 21-06-2011 23:31 - Fabrizio
  • Tutto quello che si farà in italia,con questa classe politica è merda.
    Anche le cose giuste,in mano a faccendieri e ladri,diventano ingiuste.
    Io non contesto le regioni,ma chi le amministra.
    In Italia,se prima di ogni politica e di ogni scelta,non facciamo una vera guerra alla mafia,non ci toglieremo mai questa miseria millenaria.
    Siamo una superpotenza e nonostante tutto i pomodori si raccolgono ancora a mano e con schiavi d'importazione come ai tempi del peggior schivismo.
    Siamo una superpotenza e siamo nel G8,ma i nostri ammalati,penano come animali,nelle stanterie degli ospedali,perche si sono frecati i soldi delle ASL.
    Alberto Sordi,ci aveva aperto gli occhi 40 anni fa sulle (ASL),ma noi al cinema ci siamo andati,solo per ridere.
    Meno male che oggi,c'è la crisi finanziaria che vi sveglierà da questo torpore.
    Oggi,dopo che si sono rubati tutto,ti dicono che tagliano del 10%.Bene,così finalmente il popolo si sveglia.
    Sveglia!
    Ma non vedete che siete trattati peggio di un popolo da terzo mondo?
    Dove sono le ricchezze prodotte?
    Io non voglio più leggi con questa gente!
    Io voglio giustizia!
    Se la magistratura non farà giustizia,oggi,domani la faranno i proletari.
    Non pensate alle regioni,pensate a salvare il paese da una terribile guerra di classe!
    Non si illudano i corrotti,di prenderci in giro,con le regioni.
    Il problema non è la "legge",ma i fuorilegge.
    Non c'è legge,se comandano i fuorilegge. 27-05-2010 09:35 - mariani maurizio
  • La 'questione meridionale' è nata con l'unità d'Italia. Bandiamo per sempre quest'idea che il Sud sarebbe stato 'arretrato' e male governato. Non è vero. Certo c'erano delle zone d'ombra, e queste sono peggiorate non diminuite con l'Unità. Per due motivi: l'Unità serviva agli interessi del Piemonte non a quelli della nazione unita: i piemontesi e i loro successori non sono stati in grado né di capire né di gestire il Sud. Il crollo dell'economia meridionale causata dalla politiche del Nord e l'emigrazione di massa, suo sbocco inevitabile, hanno fatto il resto. Da allora il Sud è stato governato dall'alleanza tra lo stato e la mafia. Né poteva essere altrimenti, visto che i governi unitari hanno raramente goduto dell'appoggio libero delle popolazioni meridionali. Dallo scambio ineguale con il Sud, il Nord ha beneficiato prima con le rimesse (oltre il 10% del PNL per decenni), poi con l'emigrazione di massa dal Sud vero Nord. Questa ha tenuto basso i salari e ha creato mercati coatti nel Sud per i prodotti del Nord. Con la rottura di ogni solidarietà tra Sud e Nord con il federalismo fiscale, credo che l'Italia sia destinata inevitabilmente a rompersi. L'economia del Nord continua a marciare grazie alle committenze tedesche, invece quella del Sud non trova interlocutori né sbocchi, se non verso settentrione, dove il Nord gode già di un ineguagliabile vantaggio geografico. La soluzione? Solo con una politica estera che metterà al centro il Mediterraneo e i rapporti con l'altra sponda in primo piano, anche a costo di ridimensionare quelli con il resto d'Europa. Il Sud ha prosperato storicamente solo quando il Mediterraneo è stato in una condizione di pace e i suoi scambi ricchi e costanti. La vocazione del Sud deve per forza essere il dialogo con il mondo arabo: con i paesi e i popoli del nordafricana e del Medio Oriente. Solo quando si smetterà di parlare di presunte “scontri di civiltà” e si farà la pace in Palestina, quando finalmente si rimuoverà l'ipoteca USA che grava su ogni sviluppo strategico nel quadrante del Mediterraneo, si potrà garantire un futuro anche per il Sud, con o senza il Nord. 27-05-2010 04:33 - gerardo
  • Direi che tutti i comuni dovrebbero passare ai quotidiani la quota pro capite in Lire necessaria a far funzionare il comune.
    Penso che dopo tre giorni il popolo si ribellerebbe e manderebbe a casa tutti i sindaci, perchè spendono in modo esagerato e vergognoso. 26-05-2010 23:37 - picchiato
  • io sono d'accordo per fare le macroregioni 26-05-2010 22:57 - marco
  • Forse in continente la notizia non è arrivata, ma in Sardegna c'è da un po' di tempo un movimento indipendentista moderno (al contrario di quelli folkloristici del passato), pieno di idee e con una classe politica giovane e preparata: si chiama iRS (Indipendentzia Repubrica de Sardigna). Una novità nel panorama politico che ha già un ottimo successo... Se ne sentirà parlare parecchio,vedrete 26-05-2010 21:14 - Marco
  • Vorrei prendere la questione guardando al mitico Nord. A mio avviso si sopravvaluta la dimensione territoriale del fenomeno Lega, e così si trascura una sua connotazione politica "generale", che si è evidenziata sempre di più nella sua evoluzione, e cioé quella di partito conservatore radicale-estremista, come ce sono tanti in Europa. Spesso questi partiti hanno una dimensione o un fondamento regionalistico, ma questo aspetto è secondario rispetto al nucleo portante della loro ideologia - è solo un supporto, per così dire.
    Questo ci deve far guardare in maniera diversa al minacciato secessionismo nordico, e ai rapporti sociali di forza che stanno dietro al gioco dei vari livelli territoriali. é l'equilibrio socio-costituzionale del 48 che è in gioco nel nordismo, non la mera distribuzione dei trasferimenti fiscali (si leggano i discorsi di Miglio negli anni 60-70). E questo fa riemergere un problema ottocentesco delle classi dirigenti che fecero l'unità, e cioé l'assenza di una borghesia nazionale e l'incapacità di sviluppare una struttura sociale da moderno paese industriale.
    Troppo gramsciano? I primi due-tre decenni della Repubblica hanno finalmente creato qualcosa di simile a una piccola-media borghesia nazionale non tradizionale: magistrati, insegnanti, dipendenti pubblici e in generale tutti coloro che lavoravano nei servizi pubblici. Dieci anni di governo Berlusconi sono infatti stati dedicati alacremente alla distruzione organica di queste categorie, sentiti come nemici quasi per istinto naturale. Questo è uno dei motori che sta dietro alla "volontà" di federalismo, e che gli da gambe per camminare. Senza di questo non staremmo qui a parlare di modelli federali, benché la discussione abbia una sua importanza e la proposta di Ruffolo abbia appunto il merito di cercare di immaginare delle gambe su cui rimettere la testa.
    Non sono così convinto che la protesta del Nord sia una rivolta del gigante legato che vuole buttare a mare le zavorre per poter esprimere tutte le sue potenzialità. A mio avviso è anche quella una fine, e non un inizio. Un modello socio-economico che ha anche prodotto novità ed eccellenze, ma che è al capolinea. Non è insostenibile per i costi del sud, ma perché è finita la fase di traino del modello fondato sulle esportazioni e su una progressiva integrazione industriale (in posizione subordinata) alla Germania, che durava dagli anni 70 ed era stato di volta in volta rinnovato in un modo o nell'altro. A metà di questo percorso c'è anche l'evoluzione del partito Lega Nord,che nel 96-97 diventa quello che è oggi, o forse prende coscienza della sua vera realtà e delle sue ragioni profonde, e produce una nuova classe dirigente che scalza la prima generazione, eccezion fatta per il nucleo storico varesotto-lecchese Bossi-Maroni-Castelli.
    Il modello progressista di sviluppo immaginato da Ruffolo per il sud, qualora fosse possibile, sarebbe semplicemente incompatibile, per questi motivi, a un Nord più autonomo. Sarebbero due vere e proprie costituzioni materiali differenti, che nulla più terrebbe insieme. 26-05-2010 20:40 - urs
  • non conosco la proposta sulle macroregioni di Ruffolo. qui tale proposta si riduce ad enunciato e c'è poco da commentare.

    io credo che la vera ragione dell'ultrapersistente ritardo storico del meridione sia legato al suo ritardo di partenza, vuoi per ragioni geografiche rispetto ai centri del mercato mondiale (l'europa centro-settentrionale), vuoi per la miope amministrazione monarchica dei Borboni. partendo da questo ritardo (invalidante) rispetto al capitalismo più sviluppato, si sono create grazie all'unità d'Italia (funzionale anche agli interessi del nord) le infrastrutture basiche di una società moderna ma mentre si raggiungeva questo obiettivo l'espansione del capitale cominciava a trovare i suoi limiti obiettivi determinando quel processo di progressiva finanziarizzazione dell'economia da cui le stesse mafie traggono prosperità preannunciando le forme possibili del postcapitalismo.
    Sarebbe lo stesso destino a cui erano segnati i paesi dell'est, dei "socialismi di stato", paesi in cui si sono costituite le infrastrutture base del capitalismo moderno e poi sono collassati, perchè appunto è subentrata la crisi del lavoro (che è crisi dello stesso mercato mondiale).

    al meridione, la bolla immobiliare (l'abnorme abusivismo), la dismissione delle realtà industriali e al loro posto il proliferare (speculativo) dei grandi centri commerciali, stanno a ratificare il vicolo cieco della dinamica del capitale produttivo, e quindi del capitalismo tout court.

    la prospettiva di un riscatto meridionale con lo sguardo rivolto al mediterraneo è, inoltre, spaventosa, perchè significherebbe il prosperare di sanfedisti postmoderni in guerra per un paradiso inesistente. l'energia che il medioriente (e non solo) veicola alla Cina non rappresanta una base sostenibile di 'potenza', sia perchè con il petrolio si gioca solo sul prezzo, ciò che non costituisce quindi anticipazione di crescita industriale (capitale produttivo da investire in 'masse di lavoro produttivo' da cui estorcere plusvalore) nè la Cina può essere un cliente affidabile perchè la sua crescita si fonda sul debito Usa, cosa che ha un limite. 26-05-2010 16:31 - Lpz
  • l'osservazione Scalfariana sul rapporto nord-sud italiano come caso unico in Europa è assolutamente tipico del provincialismo ignorantissimo della classe "dirigente" italiota. Mai sentito parlare del Belgio e dello scontro fiamminghi-valloni? No. La dissoluzione della Cecoslovacchia? non pervenuta. Guerra civile Jugoslava? mai vista. Separatismo basco? Indipendentismo catalano? folklore latino. Con un vate ispiratore quale scalfari, okkupatissimo a guardarsi l'italico ombelico, non meraviglia che il PD vada per farfalle, incapace di capire le dinamiche di un fenomeno che non è italiano ma continentale. al confronto, i leghisti appaiono molto più consapevoli ed è tutto dire. dario gasparini, treviso. 26-05-2010 16:15 - dario gasparini
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