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COMMENTO
29/05/2010
  •   |   Ermanno Rea
    Cara Italia mai nata

    Ho letto con grande attenzione l'intervento di Giorgio Ruffolo pubblicato dal manifesto (mercoledì 26 maggio) sotto il titolo «Federalismo, un patto tra Nord e Sud» e desidero, per quel poco che possano valere le mie parole, spenderne un po' a favore dell'ipotesi avanzata dall'illustre economista e uomo politico a giudizio del quale il futuro dell'Italia potrebb'essere anche, o meglio forse, quello di suddividersi in alcune (poche) macro-regioni federate tra loro ma dotate di grande autonomia.
    Ruffolo avanza la sua proposta senza alcuna iattanza o sicumera, non pretende affatto di avere in tasca la ricetta utile a salvare l'Italia dalle tempeste che la vanno squassando ormai da tempo immemorabile (fino a rendere fumosa ogni speranza di riassetto virtuoso soprattutto sotto il profilo economico, in un tempo ragionevolmente breve). No, egli si limita a richiamare l'attenzione generale su una possibilità che merita quanto meno di essere discussa, non fosse altro che per guardare meglio dentro noi stessi e per comprendere quanto gravi siano le ferite presenti sul corpo del paese e come sia impensabile che la disunità italiana possa continuare a produrre mostri, senza che vengano adottati rimedi radicali.
    Rimedi capaci di rivoluzionare lo stesso modo di pensare e di essere dei cittadini e soprattutto delle classi dirigenti sia al Nord che al Sud.
    Imprevedibilmente, la sortita di Ruffolo (vedi il suo bel libro "Un paese troppo lungo", pubblicato da Einaudi) ha ricevuto però un'accoglienza improntata a una certa sufficienza, nella convinzione che ogni discorso federalistico sarebbe nient'altro che un modo per consegnarsi nelle mani di Bossi .
    Come Ruffolo, anch'io ritengo che le cose non stiano così, e non soltanto perché un pensiero federalista è presente in tutta la storia del Risorgimento, sostenuto con spirito patriottico da illustri intellettuali che non possono certamente essere annoverati tra i padri ispiratori dell'attuale leader leghista, tipico figlio di nessuno dal punto di vista politico e culturale. Ma perché non riesco a intravedere alternative diverse dal divorzio a un matrimonio così manifestamente andato in frantumi. Inutile bendarsi gli occhi: dal punto di vista statuale l'Italia non esiste; non è mai nata. Il divario Nord/Sud, così come lo abbiamo costruito pazientemente, un po' alla volta, in maniera deliberata e consapevole lungo centocinquant'anni di storia, non ha uguali in tutto il mondo, fa dell'Italia un caso unico nella sua anomalia socio-economica con riflessi perfino di natura neurologica (come negare che ormai la "faglia" attraversa la nostra stessa psicologia?). Semmai c'è da apprezzare lo sforzo di Ruffolo nel formulare una proposta che, pur smontando l'idea di Stato, salva e rafforza quella di Nazione, secondo una distinzione che fu particolarmente coltivata a metà dell'Ottocento da Bertrando Spaventa, esponente di punta di quel neo-hegelismo napoletano (Bertrando e Silvio Spaventa, Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini, Vittorio Imbriani...) che incarnò nel secolo XIX l'ideale unitario come organizzazione organica e rigidamente integrata di un popolo. Nello Stato, ebbe a dire Bertrando Spaventa, «la coscienza nazionale sale e si perfeziona a coscienza politica».
    Non ricordo a caso la figura di questo pensatore ingiustamente depennato dai libri di scuola. Se lo faccio è soprattutto per ricordare da quale accademia e da quale milizia provengono tanti di noi in quanto meridionali convinti del valore salvifico dell'ideale unitario, di uno Stato italiano forte, coeso e soprattutto affrancato dalla tutela di santa romana Chiesa. Come predicava Bertrando Spaventa.
    Per la verità il buon filosofo diceva di più. Sosteneva che la figura del cittadino responsabile era stata inventata dall'Italia, dalla cultura dell'Umanesimo e del Rinascimento, ma che essa era stata subito messa in ceppi dal Sant'Uffizio che non aveva tardato a trasformare il suddetto cittadino responsabile in suddito, perfetto figlio della Controriforma.
    Tutto questo vuole dire che oggi, accettando di discutere di federalismo e di macro-regioni, stiamo smentendo noi stessi e i nostri maestri, stiamo facendo commercio dei nostri ideali? Non credo. Stiamo soltanto prendendo atto di un fallimento epocale, ci stiamo semplicemente interrogando se non sia possibile pervenire agli stessi risultati progettati un tempo attraverso una strada sicuramente più tortuosa e insidiosa, ma non per questo senza sbocchi e tassativamente perdente come l'ha dichiarata Eugenio Scalfari in un suo articolo (la Repubblica del 16 maggio scorso).
    In ogni caso, coloro che si dichiarano indisponibili a ogni discorso sul federalismo e le macro-regioni dovrebbero quanto meno spiegarci quale possa essere oggi un rimedio credibile alla situazione di malessere, di sfascio e di spaccatura in cui versa l'Italia; soprattutto, dovrebbero spiegarci se siamo ancora in tempo a fare quello che non è stato fatto in passato, e cioè realizzare una unificazione del paese, oltre che di natura amministrativa, anche di tipo economico e sociale. Il marcio infatti è tutto qui. Personalmente ho il torto di pensare che ormai sia troppo tardi per correre ai ripari. Obbiettivamente e anche soggettivamente, nel senso che ritengo difficile orientare consolidati modi di pensare e di agire in direzioni opposte a quelle del passato.
    L'Italia che si unisce lo fa infatti precostituendo il proprio fallimento di cui tutti oggi patiamo l'insopportabile peso. Tradizionalismo e arretratezza tarpano le ali a tutti: al Sud, dove prospera il latifondo e dove arcaici rapporti di proprietà e di produzione condannano le popolazioni agricole a una povertà senza scampo (a fronte dell'illimitata ricchezza dei proprietari terrieri assenteisti); al Nord, dove una miope borghesia produttiva non sa guardare oltre il proprio ombelico, senza riuscire a capire che l'unificazione l'ha investita di un grande ruolo: farsi promotrice dello sviluppo generale di tutta la nazione.
    Sia concessa anche a me una illuminante citazione di Gramsci. «La egemonia del Nord sarebbe stata 'normale' e storicamente benefica se avesse avuto la capacità di ampliare con un certo ritmo i suoi quadri per incorporare sempre nuove zone economiche assimilate. Sarebbe stata allora questa egemonia l'espressione di una lotta tra il vecchio e il nuovo, tra il progressivo e l'arretrato, tra il più produttivo e il meno produttivo; si sarebbe avuta una rivoluzione economica nazionale (...) e al contrasto sarebbe successa una superiore unità. Ma invece non fu così...».
    La citazione è curiosa. Innanzi tutto per lo spirito che la ispira, squisitamente liberistico. Per Gramsci la borghesia produttiva del Nord va messa sotto accusa per la sua incapacità di guadagnare al capitalismo moderno nuove aree, si potrebbe dire per scarsa fiducia in se stessa e nel proprio verbo. La diresti l'opinione di un protestante.
    Ma, detto questo, come negare che il passo è di rara lucidità e fa comprendere quanto l'unificazione italiana, così priva di progetti e ambizioni, appaia sin da principio destinata a produrre nient'altro che mostri? Che infatti non tardano ad arrivare, attraverso il congelamento della già debolissima economia meridionale , colpita negli anni Ottanta dell'800 da una grave crisi agricola internazionale che la mette completamente alla mercè del Nord.
    A partire da quel momento, come spiega lo storico Francesco Barbagallo in un suo corposo studio intitolato "Stato, Parlamento e lotte politico-sociali nel Mezzogiorno" , il divario tra Nord e Sud «non cesserà più di accrescersi: allo sviluppo industriale del Nord si accompagnerà il sottosviluppo economico e sociale del Sud in un rapporto di stretta dipendenza destinato a perpetuarsi».
    E' tempo di concludere. Lo farò con una semplice domanda. E' davvero impensabile che il Mezzogiorno non possa trovare dentro di sé quelle risorse di dignità, di energia e anche d'immaginazione in grado di salvarlo, sia pure in un tempo non breve e tra mille sacrifici, dal baratro nel quale è precipitato?
    In ogni caso, chi ha meglio da proporre si faccia avanti.


I COMMENTI:
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  • lA STORIA D'ITALIA è storia di lotta di classe.
    Fin dal 1800,quando si contesero l'Italia i napoleonici e i austro ungarici,L'Italia era un territorio di conquista.
    Gli italiani,senza una patria erano come disoccupati in cerca di un padrone.
    Marengo,fu vinta dai francesi e l'Italia,con questi ritrovò un po di orgoglio e di amor di patria.
    I francesi erano diversi dai loro rivali.Loro erano moderni e animati da gli ideali di una grande rivoluzione borghese.
    Noi italiani,ci avvicinammo a queste idee.
    Giacobbini,carbonari,massoni e socialisti,guardavano con entusiasmo e grande ammirazione la nuova classe.
    Ma Napoleone,pian piano si allontana da quelle idee e dopo essersi incoronato da solo,diventa un imperatore.
    proprio come fanno oggi le industrie diventate monopoli.
    Ma quando si perdono le radici da cui si viene,o si esauriscono le organizzazioni a cui fanno capo le idee o si trasformano le persone.
    L'Italia,ha fatto il suo risorgimento,ma ha perduto gli ideali per cui è nata e pian piano eccola diventare un altra cosa.
    Cavour,non ha aiutato questa unificazione.
    I Savoia,dinastia di Re imposta a un popolo,non ci ha aiutato a trovare una radice nazionale.
    Tutti a scentolare la bandiera tricolore,ma quanti di noi si sente italiano?
    La sventoliamo ai mondiali di calcio,ma poi ci scanniamo tra nordisti e suddistri.
    La cultura nazionale,non esiste.
    tutti a tifare per la propria provincia.Così ecco che questa Italia rimane provinciale anche dopo che si è seduta tra i grandi del mondo.
    un sud abbandonato,ridotto a riserva di braccia per il nord che invece si è sviluppato più di ogni altra provincia.
    Così ecco che abbiamo un'Italia come un mostro.
    Due braccia forzute e due gambette che si reggono a malapena.
    Ma questo non è opera solo nostra.
    Abbiamo avuto ingerenze da tutti i popoli del mondo.
    Ancora oggi,per ua manciata di dollari dati a amministratori corotti,dobbiamo far viaggiare l'80% delle merci su gomme.
    Abbiamo una strada ferrata da terzo mondo e solo una linea per ricchi,fa viaggiare i suddetti a trecento allora per andare a prendere il caffè a Parigi.
    Le merci e i lavoratori,invece viaggiano nello stesso modo di come viaggiavano i nostri nonni.
    Tutto questo perche abbiamo la classe politica più corotta del mondo e più antipatriotica di tutti. 29-05-2010 17:30 - mariani maurizio
  • Il pregio di interventi come quelli di Ruffolo e Rea sta essenzialmente nel tentativo di declinare in un'accezione unitarista e inclusiva temi al momento dominati da un presupposto separatista ed esclusivo; quello quello della Lega, appunto, movimento che ha nel suo DNA la xenofobia (nell'accezione etimologica, non nel senso di razzismo: paura dello straniero, chiusura dei confini, protezione dei piccoli o grandi territori natii e mantenimento dello staus quo).
    Quella di Ruffolo e Rea è forse la stessa accezione proposta dai federalisti del Risorgimento, Balbo, Gioberti, Cattaneo.
    Non mi convince molto il recupero dell'idea di Nazione, intesa come fattore identitario aggregante, per le ragioni poste prima da Ipz, ovvero il fatto che siamo nel 2010, nell'era della globalizzazione dei mercati e di Internet, non nel 1850, in quella degli eserciti a cavallo, del Papa Re e della cultura liberale.
    Il problema è complesso e ogni semplificazione porta dritta dritta alla propaganda, ancora quella della Lega.
    Però, un conto sono le misure di amministazione locale, dettate da esigenze pratiche. Un conto i valori identitari, che mi sembra semplicemente anacronistico ricondurre al concetto di Stato-Nazione.
    Allora sarebbe più utile recuperare le idee di Altiero Spinelli e cercare di inquadrare le misure locali dentro un valore europeo, in cui ogni stato o regione, possibilmente, eviti di esercitare un dominio finanziario e commerciale su tutti gli altri, ma operi invece nella costruzione di legami di solidarietà e di cooperazione.
    Ma, a giudicare dai tempi e dalla cronaca, siamo ancora lontani da questo. 29-05-2010 17:14 - Alessandro Riatsch
  • la cosa che più mi lascia esterrefatto nei commenti a questo articolo è l'insistenza sul tema del TURISMO come chiave di volta per rilanciare il Meridione. Ragazzi, ma siam pazzi??!! credete davvero che si possa ricostruire una società e uno Stato vendendo cartoline e braccialetti??!! Il meridione "sviluppato" in un popolo di camerieri e ristoratori?? almeno abbiate il coraggio di proporre qualcosa di realmente redditizio. Trasformiamo il Sud nel bordello più grande d'Europa: Napoli come Amsterdam, anzi, meglio: puttane, canne e pizza: un parco divertimenti insuperabile. dario gasparini, treviso. 29-05-2010 16:51 - dario gasparini
  • "...E' davvero impensabile che il Mezzogiorno non possa trovare dentro di sé quelle risorse di dignità, di energia e anche d'immaginazione in grado di salvarlo, sia pure in un tempo non breve e tra mille sacrifici, dal baratro nel quale è precipitato?..."


    le riflessioni avulse dal contesto di una crisi tendenzialmente generale del mercato mondiale non possono che sfociare in un generico appello alla dignità, all'energia e alla fantasia. Ci sarebbe da dire che allora si tratta di pura illusione, ma in realtà non si sa nemmeno di cosa si sta parlando. Io penso due cose, opinabili quanto si vuole: la prima è che al sud bisognerebbe partire dalla costruzione di una sensibilità ecologica, laica e culturale di massa, perchè si tratta, anche se in modo frammentato (non tutto il sud è uguale), di questioni urgenti e immediatamente percepibili a un visitatore proveniente da Formia in su. E la seconda è che bisognerebbe guardare in particolare Napoli come possibile potenziale di attivazione del meridione, perchè Napoli rimane la grande metropoli del sud e quindi può contenere elementi trascinanti. Ma nella prospettiva di crescita economica ciò è illusorio, come dimostra lo stesso nord (un esempio: il declino galoppante del mito del nord-est e i progetti di privatizzazione del pubblico demanio; un altro es empiricissimo: la lunga lista di imprese del nord che fanno ricorso alla cassa integrazione). Forse il turismo potrebbe essere una carta da giocare per portare avanti certi argomenti anche in un'ottica di mercato, e quindi in un'ottica liberale. Per esempio un'agenzia turistica meridionale sa che la carenza di turismo nel meridione è determinata dall'assenza di eventi di richiamo (mentre la "borghesia" locale punta ancora su un turismo generalista legato alla storia e alla natura). L'assenza di festival di cinema, di bancarelle di libri, di concerti, di occasioni di aggregazione all'insegna della cultura, di un'arte che sappia provocare e stimolare una coscienza critica, di pubblica discussione sulle questioni all'ordine del giorno quali la non negoziabilità di determinati standard di civiltà raggiunti (non sempre nel meridione) etc. Certo, qui si troverebbe subito un attrito con l'antropologia mafiosa, che del sottosviluppo sociale e culturale fa il suo perno di sostegno. E si porrebbe poi la questione della simbiosi tra legalità e illegalità (grappoli di comuni cancerosi di cd o di cs sciolti per infiltrazioni criminali). Di fronte, abbandonandosi al movimento d'inerzia della logica sistemica, la prospettiva è il progressivo degrado reazionario e postcapitalista sotto l'egemonia del patriarcato mafioso. Fino a gradi di barbarizzazione neanche prefigurabili (non solo per il sud!). Se invece si dovrà arrivare a una prospettiva mondiale (o magari, per ora, europea) di macroregioni con forti elementi di autarchia e democrazia partecipativa (a livello di autogestioni), su basi tecnologicamente avanzate (per es anche con la conversione dell'industria automobilistica) e, a margine forme di scambio e di collegamento con il 'sistema mondo'...allora cominciamo pure a ragionare della costruzione del socialismo (non alle utopie piccolo-borghesi riguardo ottuse comunità dello scambio di lavoro sotto l'egida della pauperistica solidarietà cristiana!).

    Comunque ripeto che non si può davvero più 'sempre' ragionare su basi locali (e l'Italia è appunto una località). Se non si impostano le questioni in relazione al mercato mondiale, e quando si parla dell'Italia, e del lavoro, e di Israele, e dei tagli, e del debito pubblico etc etc etc, allora rimaniamo dogmaticamente ingabbiati nelle categorie di stato-nazione, di concorrenza, di keynesianesimo...

    e allora, "Manifesto", a quarant'anni ancora non hai imparato una critica al positivismo? 29-05-2010 16:34 - lpz
  • traduzione dei deliri di "Aiace": adesso che l'economia meridionale è stata spremuta fino all'ultima goccia, indipendenza Padana subito (cioè, no,prima Impregilo (Torino) deve prendere gli appalti per il ponte sullo stretto...) Indipendenza per fare cosa? per realizzare con Zaia e Galan un sistema di spremitura sistematica delle casse statali attraverso un sistema di spartizione dell'unica industria che rende ancora: sanità, aquedotti, energia ecc. in paratica l'indipendensa delle "popolazioni del Nord" (i visigoti, immagino)per creare una vera e propria gestione camorristica dell'amministrazione pubblica, esattamente come in Regione Sicilia, in Calabria ecc. solo dei poveri mentecatti razzisti come i due precedenti commentatori possono non accorgersi della profonda mafiosità che domina la scena politica in Veneto o in Friuli, ad opera di una casta politica locale allevata a spriz e polenta ma avida di privilegi e denaro esattamente come quella meridionale. quando i leghisti capiranno di aver messo al potere una mafia al posto di un'altra, però, sarà troppo tardi. lo stesso si può dire per il sig. Rea. dario gasparini, treviso. 29-05-2010 14:51 - dario gasparini
  • E' indubbio che l'unita' d'Italia si sia dimostrata un fallimento. Per controllare e garantirsi l'avanzata gli americani sbarcati in Sicilia si sono fatti precedere dalle mafie siciliane rinchiuse nelle carceri USA, che peraltro usavano per controllare i loro porti. Questo ha naturalmente dato un nuovo impulso alla mafia siciliana che ha seguito l'alleato nella sua avanzata verso il nord e che ha permesso una nuova e piu; forte alleanza tra mafia e chiesa e democrazia cristiana in funzione anticomunista.
    La mafia ormai e' presente in tutto il paese nella nuova veste di grande finanza e grande industria. E' di scarsa importanza, con esclusione dell'aspetto penale, stabilire se Berlusconi sia un mafioso giurato o meno. Di fatto e' uno che fa affari in modo mafioso, aggirando le regole e alleandosi spregiudicatamente con i politici ed infine entrando in prima persona nella politica. La Mafia ora e' un modo di agire, un modo di fare gli affari, aggiudicarsi gli appalti, reinvestire i danari, porsi insomma al di sopra della legge, aggirandola e modificandola. Ormai i soldi non si lavano , si investono. Che differenza c'e' tra un mafioso e un Bertolaso qualsiasi che da appalti ad amici e compari di merende? Eppure sono sicuro che bertolaso on ha mai fatto giuramenti.
    Per capire quello che sta succedendo credo che valga la pena rivedere il grande film di un grande regista: le mani sulla citta' di F. Rosi. 29-05-2010 14:40 - murmillus
  • GRANDE REA!!! 29-05-2010 14:27 - thor
  • io dell'articolo di Giorgio Ruffolo ho apprezzato la onestà intellettuale,davvero rara a trovarsi negli intellettuali quando si parla di questo tema.

    Rilevo pero', sia nell'articolo di Ruffolo che in quello di Rea, una visione meridionale-centrica che è una costante in quasi tutti coloro che, a dx come a sx, affrontano questo tema: cioè ci si interroga se e in che misura il federalismo o la sua negazione od i vari modelli di federalismo siano utili o opportuni o dannosi per il Sud

    ma le popolazioni del nord non hanno dei diritti fra cui anche quello della autodeterminazione?

    In altre parole, se le popolazioni del nord oggi vivono male moralmente prima che materialmente (e che vivano male non puo' essere negato altrimenti il fenomeno della lega non si sarebbe diffuso soprattutto nei ceti più umili, la Confindustria e la Chiesa al contrario sono a favore dello stato italiano centralizzato) e vivono male MORALMENTE perche' ormai è diffusa la consapevolezza di essere niente altro che una colonia e di essere sfruttati da questo apparato pubblico che in larghissima parte è visto come estraneo, non hanno queste popolazioni il diritto di cercare altre soluzoni che risolvano questo loro stare-male?

    Al di là dell'aspetto puramente economico c'e' un aspetto morale che viene sempre sottovalutato o misconosciuto o negato.

    Immaginate un qualsiasi Paese, per esempio la Francia, in cui la pubblica amministrazione, la scuola, la magistratura, i quadri dirigenti amministrativi provengano al 80% da una sola regione, per esempio da Parigi, come pensate che reagirebbe la restante popolazione, per esempio, della Provenza o della Bretagna o della Normandia? è solo un esempio. 29-05-2010 13:45 - aiace
  • L'unica salvezza per il sud sarebbe stato il turismo realizzato a livello di grandi imprese del settore e con capitali europei ; la presenza di mafia,camorra etc. non lo hanno permesso.
    Oggi forse qualcosa si potrebbe ancora fare ma bisogna prima eliminare le mafie prima dalla testa dei meridionali e poi dal territorio... altrimenti è buio totale !! Altro che Bossi , saà molto peggio. 29-05-2010 13:06 - unocheragiona
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