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COMMENTO
03/06/2010
  •   |   Alessandro Dal Lago
    Il diritto di criticare l'icona Saviano

    Non ho intenzione di difendermi dalle «critiche» per il mio libretto sul caso Gomorra-Saviano (anche perché si tratta, per lo più, non di critiche ma di esecrazioni e «vade retro»). Se si è interessati alla questione, mi si può leggere e giudicare di conseguenza. Intervengo invece sull'accusa di dissacrazione che alcuni (per esempio Violante e Flores d'Arcais) mi hanno gettato addosso, visibilmente senza aver letto il testo e, nel caso di Flores, incitando il pubblico a non leggerlo. Qui, come in altri casi (penso a Sofri) non c'è solo un appello alla censura preventiva (mi si critica non per quello che dico ma perché lo dico).
    Appare anche un modo di pensare mitologico e autoritario, e quindi sostanzialmente papalino, il che fa specie in persone (parlo di Sofri e Flores) che passano per campioni della libertà di parola e del laicismo. È questa la cultura capace di opporsi a Berlusconi?
    Per Violante, il mio è un tipico caso di sinistra «iconoclasta». Ne deduco che per lui la sinistra deve adorare le icone. E non diversamente pensa Flores, quando invita a manifestare contro Berlusconi o a darsi al sesso o ad altre attività ricreative, piuttosto che leggermi quando critico Saviano. Insomma, guai a entrare nel merito di quello che Saviano scrive. E soprattutto, guai a interrogarci sul significato politico dell'identificazione di una parte consistente della sinistra nella sua figura e nella sua opera.
    È semplicemente quanto ho tentato di fare nel mio libro a tre livelli, narrativo, mediale e sociologico (tra parentesi, occuparmi di queste cose è esattamente il mio mestiere, diversamente da quanto Flores, che pure mi conosce da quasi trent'anni, fa credere ai lettori del Fatto quotidiano). Livello narrativo: ho analizzato la «verità» di Gomorra in base al testo e a nient'altro, ignorando qualsiasi pettegolezzo sulle sue fonti, ma portando alla luce il carattere tecnicamente auto-referenziale della narrazione («ci sono stato e ho visto, e quindi dico la verità»); livello mediale: ho discusso la costruzione, in buona parte dei media, dell'eroismo di Saviano, mostrando anche come lo scrittore, nei suoi interventi successivi a Gomorra, abbia in qualche modo fatto proprio il ruolo che gli veniva cucito addosso; livello sociologico (e se vogliamo, politico): che significa il processo di iconizzazione dello scrittore nella sfera pubblica del nostro paese?
    L'ultimo punto mi sembra decisivo e integra i primi due. La trasformazione di Saviano, a sinistra, in icona del bene contro il male (rappresentato dal crimine organizzato) sposta il conflitto politico in una dimensione morale e moralistica fondamentalmente diversiva e consolatoria. Una dimensione illusoria, in cui - ma questa è solo un'ipotesi - molti scaricano le frustrazioni di una sinistra che in buona parte non è più rappresentata, oppure è impotente di fronte al trionfo della destra. Il fatto interessante è che la categoria dell'eroismo è storicamente appannaggio della destra romantica (penso a Evola), e questo spiega la fortuna di Saviano tra i seguaci di Fini (si veda la fondazione Farefuturo e che cosa pensa di me). Di conseguenza, la classica accusa zdanoviana che mi rivolgono Sofri e Flores («a chi giova?») è risibile, un altro aspetto della loro reazione censoria.
    Come si conviene a qualcuno che, volente o nolente, è stato trasformato in icona dell'eroismo, molto spesso le posizioni di Saviano su questioni di interesse pubblico sono unanimiste e apolitiche, e cioè buone per tutti (anche se nel libretto riconosco che talvolta prende posizione contro le derive più clamorose dell'attuale regime in materia di conflitto di interessi). Sostenere che la recente lotta degli studenti contro la distruzione della scuola e dell'università pubblica conta ben poco di fronte al crimine organizzato o ridurre la morte dei soldati in Afghanistan alla questione dei poveri ragazzi del sud che non hanno alternative, senza dire nulla del significato della guerra e dell'implicazione dell'Italia, è qualcosa che non si può passare sotto silenzio. Nessuno chiede a Saviano di occuparsi di questi problemi. Ma se ne scrive o ne parla, naturalmente è criticabile, come chiunque altro. Io trovo grottesco che qualcuno liquidi tutto questo, e cioè la critica di quello che Saviano dice, in termini di «invidia»: è come sostenere che se un critico cinematografico parla male di un film, è perché invidia il regista.
    Ma dietro tutte queste reazioni, volta per volta isteriche o moraliste, si profila un enorme problema politico: l'impotenza evidente di un'idea di alternativa basata quasi esclusivamente sull'opposizione all'anomalia Berlusconi, e non al blocco di interessi (e valori e simboli) che il cavaliere sintetizza. Di fatto, precari e pensionati, studenti e lavoratori, insegnanti e tutte le altre figure socialmente deboli (per non parlare di marginali, esclusi e stranieri) sono sostanzialmente soli sulla scena politica, in balia di questa destra. E, come le elezioni dimostrano, la mancanza di rappresentanza porta anche quote importanti di elettori di sinistra a votare per gli altri (un classico sintomo di un sistema sociale e politico in preda al populismo). La destra fa politica di classe, eccome, l'opposizione no.
    E questo è anche un effetto dello spostamento del conflitto in chiave simbolico-morale (e, sì, giustizialista), come dimostra l'ossessione unanime per la legalità. Ecco allora che il conflitto è evacuato, che tutto (dalla questione del lavoro all'ignobile condizione delle nostre carceri o al razzismo imperante) viene minimizzato o comunque messo in secondo piano. Ed è inevitabile se, in nome della legalità, ci mettiamo a priori dalla parte dell'ordine, politico o simbolico che sia.
    Di questo, ovviamente, a Saviano non imputo una particolare responsabilità, anche se lo critico, in base ai suoi scritti, per aver contribuito ampiamente alla retorica dell'eroismo. Ma forse i suoi seguaci a priori e a prescindere, le vestali della pubblica indignazione che pontificano dalle tribune mediali, non sono proprio innocenti della spoliticizzazione di cui parlo sopra. E pensando proprio a loro, mi chiedo chi rispetti di più, in ultima analisi, lo scrittore perseguitato dalla camorra: chi lo prende sul serio, discutendolo anche polemicamente, o chi si genuflette davanti alla sua icona.


I COMMENTI:
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  • Riassumendo: borriello critica saviano, e questo è comprensibile essendo borriello figlio di un boss camorrista. Berlusconi critica Saviano, e questo è comprensibile visti i legami di berlusconi con Cosentino, con Dell'Utri e con la malavita organizzata in genere. Fede critica saviano, e questo è comprensibile in quanto servo di B. I sinistroidi che criticano saviano come Daniele Sepe, Dal Lago e altri signori/e qui sopra, sono un po' meno comprensibili. Voglia di visibilità? voglia di fare un ulteriore favore a B. dopo i tanti favori che la sinistra fa suicidandosi ripetutamente in uno dei momenti più drammatici della vita del paese? o forse anche la sinistra si è berlusconizzata? Perchè quando sento dire da un lettore del manifesto che Saviano sta a contare i quattrini che ha fatto, non mi viene altro da pensare: bisogna essere veramente meschini per pensare che Saviano sia contento della situazione in cui si trova, e che i soldi possano compensare l'assenza di una vita personale. Forse chi scrive queste cose ha imparato, in questo quindicennio berlusconiano, a ragionare solo in termini di denaro, forse quel lettore si, desidererebbe avere tanti soldi anche a costo di non poterli spendere in niente dovendo fare una vita da recluso. Povera italia, povera sinistra italiana. 03-06-2010 14:48 - Andrés
  • per Giuseppina ,il motivo e' che se esce senza scorta e' un uomo morto, per aver detto la verita'.
    Fede Minzolini, Ferrara , Vespa, Forbice, e quell'altro della zanzara non corrono nessun rischio e possono anche lasciare la macchina aperta con dentro soldi che nessuno gliela tocca neanche a napoli
    ti compatisco credimi 03-06-2010 14:41 - antonio bassu
  • Penso che la critica a Saviano, come quella a chiunque altro, sia sacrosanta. Forse ho capito male ma credo che il sig. Dal Lago non critichi lo scritto di Saviano, ma ciò che Saviano stesso è diventato dopo Gomorra, un'icona di cui non se ne sente il bisogno, al di la dei milioni che conta, perché se l'icona dice che il mare è nero tutti lo vedranno nero, e perché si è fatto esporre come un eroe da certa parte politica che continua a strumentalizzarlo con la sua consapevolezza e il suo consenso per fare in modo che il popolino cominci a vedere il mare nero. Detto ciò Saviano ha tutta la mia solidarietà (ma penso quella di quasi tutti gli uomini ragionevoli) per i rischi a cui si è esposto facendo nomi e cognomi.Non credo che il sig. Dal Lago volesse mettere in discussione la sua scorta e chi la paga. 03-06-2010 14:37 - Belli
  • Sono d` accordo, come mi ca[ita spesso, con Dal Lagao. Aggiungo che mi sembra molto importante continuare a ragionare sul mito dell'eroe, che mi ricorda, in maniera speculare, l'uomo forte di fascistica memoria.
    Non denigro Saviano, tra l'altro Gomorra offre degli spunti interessanti, ma riconosco che Saviano non e' riuscito a sottrarsi (o forse ci si trova anche bene) alla potenza divoratrice dei media e alla sua riduzione a icona. 03-06-2010 14:13 - Enrico Marsili
  • L'unica reale responsabilità che appioppo a Saviano è che continua ad editare per Mondadori.. è l'unica cosa su cui ci sarebbe da ridire.

    Per il resto, le critiche di Dal Lago non valgono la carta sulla quale vengono scritte. Non è la libertà di critica in sé, ma è la qualità della critica che esprime il cattedratico Dal Lago. Stefano Disegni ha illustrato impeccabilmente la questione, e penso che non ci sia migliore modo di illustrare la questione. Quanto a mr. Dal Lago, non penso che sappia quel che significa vivere costantemente sotto scorta con la camorra che ha decretato la propria morte, per cui fa presto a scrivere minchiate sui suoi libri. Funari aveva ragione: la sinistra è specialista in suicidi politici.

    Ps. Era meglio se Dal Lago parlava da sé che mandare avanti Bascetta, che sembra il comunista uscito dal coma che credeva che PC fosse Partito Comunista (Tunnel). 03-06-2010 14:09 - S.m.
  • letterariamente parlando Gomorra è un flop. fa un tentativo iniziale di iperbole, ma si appiatisce poi incoerentemente in un affastellamento di notizie il cui punto di vista è assolutamente arbitrario 03-06-2010 14:03 - giuliana bottino
  • Esprimo la mia solidarietà allo scrittore sig. Dal Lago: ciò che scrive Saviano è risaputo da tutti, così come ha avuto modo di dichiarare il calciatore Borriello.
    Perchè il comune cittadino italiano deve pagare la scorta ad un plurimilionario che ci marcia alla grandissima ospite di trasmissioni televisive e quant'altro? 03-06-2010 13:41 - Giuseppina
  • Replica impeccabile come del resto il panphlet che è molto interessante. il riferimento a Zdanov poi è azzeccatissimo. Sofri, Flores sono stati superati a sx da battista che oggi sul Crriere pur dicendo un sacco di cavolate quantomeno non arriva alla censura preventiva ma anzi da' piena legittimazione al diritto di critica. Invece i professionisti dell'indignazione, i novelli stalinisti azzoppatori del diritto di critica sparlano e continuano a sparlare. I vari Sofri, Flores e anche Disegni che forti del loro gigantesco conto in banca sparano con tro la sinistra e contro il manifesto perchè gli fa comodo. E invece su Israele non dicono niente tanto per fare un esempio. come Saviano che, forse preso a contare tutti i quattrini che ha fatto, non ha detto un tubo sulla vicenda di Gaza.
    D'altronde senza la potente lobby d'Israele il nobel non si vince.
    Bravo Manifesto 03-06-2010 13:20 - giorgio
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