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Ida Dominijanni
Il totem della parità
Che sia Brunetta o che sia Tremonti, che sia Mara Carfagna o Emma Marcegaglia o Lazlo Andor (commissario alle politiche sociali della Ue, ignoto ai più), il periodico diktat sull’età pensionabile delle donne che viene da Bruxelles e discende per li rami del governo e del padronato italiani ha qualcosa o di perverso o di ottuso, a scelta, nonché di truffaldino e di totemico, senza scelta. La truffa è questa: bisogna fare cassa, in Europa e in Italia, per fronteggiare la crisi, facendola pagare non a chi l’ha provocata ma a chi la patisce. La pillola è amara e iniqua, per farla mandare giù ci vuole lo zucchero di una qualche causa superiore che giustifichi i sacrifici. Quindi si mobilita il totem della parità: basta
con quei cinque anni di vantaggio per donne, tutti in pensione a 65 anni.
Il totem paritario è, con ogni evidenza e in questo caso con più evidenza del solito, una trappola e un imbroglio. Sul piano europeo, perché la parificazione forzata di situazioni diversificate non si è rivelata fin qui una politica
vincente né convincente: il signor Andor o chi per lui si informi sullo stato del
mercato del lavoro femminile e delle politiche sociali nei vari paesi dell’Unione prima di parlare. Sul piano nazionale, perché se a Brunetta, a Tremonti, a Carfagna, a Marcegaglia e a tutti gli adoratori e le adoratrici del totem paritario la parità stesse a cuore davvero e tutti i giorni dell’anno, proverebbero a perequare la situazione dalla base - stipendi, carriere, lavoro familiare - e non dal tetto - l’età pensionabile. E forse capirebbero che non si possono pareggiare in uscita quantità dispari in entrata senza lasciare intatte o accentuare disuguaglianze preesistenti e senza ignorare differenze qualitative che non vanno né pareggiate né annullate ma semmai valorizzate.
Ma gli adoratori e le adoratrici del totem lo sanno benissimo. Sanno benissimo
che la possibilità di andare in pensione prima (peraltro spesso solo teorica, perché di fatto già adesso molte scelgono forzosamente di lavorare fino a 65 anni per accumulare i contributi necessari a coprire i buchi di carriere intermittenti o precarie) è per le donne una compensazione irrisoria del lavoro triplo e quadruplo che fanno per tutta la vita: quello retribuito per il mercato,
e quello non retribuito per i figli, i genitori, i mariti. E che dunque parificare l’età pensionabile non sarebbe affatto una misura antidiscriminatoria per gli uomini,
ma ulteriormente discriminatoria per le donne. Ottusa per l’appunto.E qui interviene la perversione: la parità sarebbe un’ulteriore discriminazione, ma va fatta lo stesso oggi per essere corretta domani. Come? Impegnando il governo (di oggi o di domani?) a trasformare i proventi di quei cinque anni in più di lavoro femminile in asili nido e assistenza agli anziani, così le mamme si toglieranno il peso dei figli e le figlie il peso dei genitori e tutte saranno felici e contente di lavorare come e quanto gli uomini. Meno felici, forse, di essere eternamente considerate dalla scienza economica come madri o figlie e non come donne.. Meno felici, forse, di essere costrette a parcheggiare i figli in asilo
e gli anziani in casa di cura pur di lavorare. Ma queste sono sottigliezze che il totem paritario non contempla.
Nemmeno contempla il cambio di passo, di ottica e di analisi sul lavoro femminile
che la realtà richiede. Sarebbe infatti ora di smettere di parlare del lavoro femminile solo in termini di miseria sociale, mancanza, arretratezza rispetto alla misura maschile e alla norma fordista. L’immensa ricchezza sociale che noi donne produciamo con il lavoro triplo e quadruplo, pagato e non pagato, obbligato e spontaneo, sottoposto, direzionale, relazionale, non è quantificabile secondo i parametri economici classici e non è compensabile con gli asili nido e con le case di riposo. E’ un eccesso, non una miseria. Un di più, non un meno: e non va in parità.Invece di farcelo andare per forza, economisti e politici provassero a trarne qualche idea per una riforma generale del lavoro, basata non su un irrigidimento ma su una riorganizzazione dei tempi e degli anni di lavoro per tutti, donne e uomini, a misura delle esigenze loro e non dell’impresa, privata o pubblica. L’età in cui andare in pensione dev’essere, entro un arco plausibile di possibilità, scelta e non imposta. E l’esperienza femminile insegna che bisogna adeguare il lavoro ai parametri umani della vita, non la vita ai parametri disumani del lavoro, o peggio, del debito pubblico.
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Chiediti come mai, visto che dobbiamo risparmiare, lo Stato non taglia le spese militari. Nei prossimi anni il governmo ha in programma di spendere miliardi di euro in sommergibili, caccia e armi sofisticatissime che (per fortuna) non ci servono a un tubo. 06-06-2010 13:27 - paolo1984
Fabio non sa che i conti li hanno gia fatti per noi i capitalisti.
Oggi non ci vogliono dare i soldi che avevamo pattuito.
Vivian perche non fai i conti ai padroni?
Perche Vivian non vai a contare i metri delle barche dei padroni? Vai a vedere dove vivono e come vivono.Stai a fare il Tremonti dei poveri.Ma vai a vedere quanto spendono al giorno per coca e donnine i nostri politici.Vai e raccontaci....!
Qui abbiamo bisogno di gastigamatti,ma del popolo... 06-06-2010 07:24 - mariani maurizio
Vorrei ricordare a questi efficientisti para/peri/lighisti che vedono nel capitalismo duro e puro la soluzione che negli USA, dove non resisterebbero nemmeno due mesi, polverizzati dalla pressione capitalista, ci sono un'infinita' di categorie che possono andare in pensione dopo venti anni di servizio, uomini e donne: esercito, vigili del fuoco poliziotti, molti impiegati di vari stati etc.
Questi efficientisti da strapazzo sono sempre piu' realisti del re. Andate a dare via il culo, come dicono dalle vostre parti. 06-06-2010 00:18 - murmillus
Brunetta e Tremonti,si accusano a vicenda per far fumo negli occhi a noi popolo.
Fanno finta di essere divisi e invece sono tutti schierati e in assetto di guerra!
Le truppe della confiundustria attaccano con la fanteria mentre il Governo è alla guida della cavalleria.
I carri armati di Tremonti spianano a furor di cannonate tutte le avanguardie dei lavoratori e cercano di travolgere i pensionati che sono i più deboli dello schieramento proletario.
Ma ecco che arrivano i lavoratori delle zone industriali.Stanno venendo da est e dal centro.Dal sud stanno salendo i lavoratori della terra e i pescatori,stanchi dei soprusi e delle reti sempre più larghe.Arrivano ora le brigate dei camerieri e dei muratori che al grido di lotta dura senza paura,marciano con cucchiai e cazzuole.
La brigata dei barristi ha gia sputacchiato nei cappuccini dei padroni e aspettano che chiedano i cornetti per riempiglierli di caccole.
Siamo tutti pronti allo scontro e se i poliziotti,questa volta ci lasciano passare,anche loro sono vittime dei padroni e anche loro hanno i nostri stessi problemi,noi andremo avanti e ci batteremo come i scozzesi con gli inglesi.
I nostri compagni ci incitano alla lotta e noi gli rispondiamo: FINO ALLA MORTE!
Se pòi i magistrati,invece di reprimere le nostre giuste lotte,ci lasciano arrivare al centro della battaglia,Le nostre imprese diventeranno una leggenda da raccontare ai nostri nipoti!
Viva la giusta lotta di popolo!
Viva L'Italia lavoratrice.Morte ai ladri e alle persone che sfruttano il lavoro altrui!
Oggi si scrive la nostra storia! 05-06-2010 20:09 - mariani maurizio