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COMMENTO
06/06/2010
  •   |   Norma Rangeri
    Saviano bene comune

    Che succede? Siete impazziti? Non avete nulla proprio di meglio da fare che criticare Saviano? E tu inauguri così la tua direzione al manifesto?
    I nostri lettori sono increduli, arrabbiati, disorientati perché leggono come un ingiustificato attacco le pagine che un nostro collaboratore, Alessandro Dal Lago, rivolge a Roberto Saviano nel libro "Eroi di carta", edito dalla manifesto libri, la nostra piccola (e autonoma) casa editrice. Li capisco, per un motivo molto semplice: ho stima di Saviano e credo che la sua battaglia sia anche la mia.
    Dal Lago svolge una critica molto aspra (nel merito e nel tono) su Gomorra, sul fenomeno Saviano e sulla sinistra ridotta a claque di una illusoria bandiera politica. Non discuto dell'analisi letteraria del professore. Se Gomorra abbia i crismi della grande letteratura o sia un romanzo cronachistico non mi pare fondamentale. È un buon libro e che lo abbiano letto in moltissimi è positivo, specialmente per un paese pigro e analfabeta come il nostro. Mi interessa invece discutere la critica politica che Dal Lago porta a Saviano, e che in parte fa discendere da quella letteraria quando mette in dubbio (navigando in un labirinto di minuzie) l'attendibilità dei fatti raccontati in Gomorra.
    Mi ha molto colpito, per esempio, che già nelle prime pagine dell'introduzione l'autore citi Nichi Vendola stigmatizzandone il linguaggio «da pulpito e da confessionale» per accostarlo in qualche modo alla retorica di Saviano. Lo scrittore sarebbe preda di una visione «ossessiva» della camorra come Male Assoluto, un mostro, un dragone da combattere con la spada lucente dell'eroe. Un'ossessione che funzionerebbe come un'arma di distrazione di massa perché la criminalità non si combatte a colpi di moda, perché non ci sono solo i camorristi, perché il capitalismo esiste anche senza la camorra, perché non si muore solo ammazzati dai killer di Casal di Principe ma anche negli altoforni, perché, perché, perché... La critica letteraria cede rapidamente il passo a una discussione politica viziata, a mio parere, da un concentrato di ideologia.

    Effettivamente a volte Vendola parla come un pastore di anime o un poeta, ma questo non appanna la freschezza e l'efficacia del suo lavoro di politico e di amministratore pubblico. Né Saviano vede nella camorra il male assoluto (è una delle critiche di base e più insistenti che gli rivolge Dal Lago). Semplicemente ne ha fatto esperienza e ne racconta, con discorsi e ragionamenti per nulla sommari e moralistici. Ogni volta che l'ho ascoltato ha sempre spiegato i nessi tra economia legale e illegale (Saviano è di formazione marxista e, vorrei ricordarlo, dal 2004 al 2006 ha lavorato per il manifesto scrivendo molti articoli, in pratica già delineando il nucleo di Gomorra).
    Il suo grande merito è stato proprio aver tolto la camorra dal folklore e averne fatto conoscere al grande pubblico i legami con il potere legale, nazionale e internazionale, del turbocapitalismo. 
    Saviano è stato tra i primi a scavare negli affari di quel Nicola Cosentino poi salito alle cronache nazional berlusconiane, ad aver distrutto l'aurea di rispetto verso il più forte e il più furbo, specialmente uno dei pochi capace di parlare ai ragazzi. Apertamente, pubblicamente, coraggiosamente (il prezzo che sta pagando lo dimostra) persino nella nostra asfittica televisione. Che infatti lo tollera ma non lo sopporta e ora prova a dimezzare il suo ciclo di incontri autunnali con Fabio Fazio. Fermiamoci per un momento al piccolo schermo.
    Ricordo ancora la serata su Raitre. Per due ore Saviano fece una lezione sul ruolo giocato dalla stampa locale a sostegno della camorra. Analizzò titoli, nomignoli, slang, impaginazione: il linguaggio del consenso popolare alla mafia. Regalando un inedito squarcio sull'antropologia criminale alimentata dall'informazione regionale. E l'altra, alcuni mesi dopo, altrettanto eccentrica per il nostro piccolo schermo, dedicata agli scrittori della libertà, pericolosi sovversivi, morti o sopravvissuti alla ferocia del sistema politico. Anche allora ci fu chi prese la matita rossoblu per precisare sulla conformità di questo o quel passaggio, commettendo l'errore di abbassare gli occhi sul dito anziché sollevare lo sguardo verso la luna. Non sarà per caso questo fissare il proprio ombelico uno dei tic più perniciosi della sinistra?
    Dal Lago sostiene che le cose scritte da Saviano già erano conosciute, che dunque non avrebbe scoperto nulla di nuovo. Ma conosciute da chi? Quanti sapevano della dimensione internazionale dell'impero di Sandokan? Prima che Napoli si coprisse di rifiuti, prima di vedere certe scene del film Gomorra, quanti avevano capito che i nostri pomodorini o le nostre mele affondano le radici nei rifiuti tossici delle industrie del nord?
    Nel lungo j'accuse si infilano poi i rivoluzionari doc (ma di quale secolo?), pronti a contestargli di non aver detto cosa pensa su palestinesi, guerre e quant'altro. Ma come? Prima lo si accusa di mettersi su un piedistallo e sproloquiare su cose che non sa, poi si pretende di vestirlo da tuttologo? Prima il "martire" deve tacere poi invece deve sentenziare sul mondo? 
    Dice Dal Lago che in sostanza noi gli crediamo solo perché lui è un martire e noi ci sentiamo tutti colpevoli di non esserlo. Dunque gli crediamo a prescindere, cedendo alla categoria dell'eroismo da sempre terreno di coltura della destra. Probabilmente è scattato anche questo meccanismo. E sono d'accordo con Dal Lago anche quando osserva che spostare il conflitto politico in una dimensione solo morale finisce per assecondare una tendenza moralistica e consolatoria (si potrebbe anche aggiungere giustizialista). Ma appuntare questa deriva sul petto di Saviano è un'operazione impropria. Vogliamo caricare tutto sulle spalle di questo ragazzo? Vogliamo farne una metafora degli errori della sinistra? Consiglio di ascoltarlo con più attenzione, invece, e potremo sentirlo ripetere di non voler essere un eroe («io non voglio essere un eroe, perché gli eroi sono morti e io sono vivo. Io voglio vivere e voglio sbagliare»), e di temere la diffamazione, che ha visto all'opera contro don Diana («ne ho paura ma me l'aspetto»). 
    Saviano si è conquistato una credibilità per quello che ha scritto e per ciò che ha fatto. Credo che gli italiani e l'opinione pubblica di sinistra siano più intelligenti di quel che si crede (l'altra sera la seriosa puntata di Annozero sulla crisi economica, con Tremonti, Bersani, la protesta dei ricercatori, e niente risse, ha fatto il boom di ascolti). 
    Oggi in Italia c'è una platea, che altrimenti ne sarebbe rimasta esclusa, capace di conoscere i volti, i modi, le leggi di una mafia globale. Perché uno scrittore ha raccontato di controllo del territorio, lavoro nero, nord e sud. Una moda? Un'illusione? Un surrogato dell'autentica lotta di classe, un'icona annacquata, bipartisan e un po' berlusconianiana? Ogni volta che nella sinistra nasce una speranza legata a una persona capace di interpretare e di rappresentare qualcosa di più di se stesso, scatta una voglia matta, un vizietto masochista, di buttarlo giù. Ma chi è che fa l'esame del sangue ai movimenti buoni e a quelli cattivi, dov'è il nuovo laboratorio, dove sono i medici con la ricetta salvasinistra?
    Se essere ascoltati, avere successo, essere amati, avere a cuore il riscatto dei deboli, essere il testimone di storie come quella di don Diana, fare una battaglia per la legalità contro le mafie (nel paese di Falcone e Borsellino) sono trappole borghesi, modi sbagliati di fare politica, mi piacerebbe che in Italia fossimo sempre di più a sbagliare così.

     

    Sul manifesto in edicola: "La mia risposta a Roberto Saviano da sax comunista", un articolo di Daniele Sepe


I COMMENTI:
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  • Commento postato il 30 agosto 2007 sul blog dell’Espresso all’articolo di G. De Feo “Casalesi operazione Gomorra” sul ruolo di Saviano nella lotta alla camorra:

    “Tanto di cappello. Ma sono decenni che, lasciando scorrazzare i branchi di lupi delle varie mafie, e opponendogli “sceriffi” che ci proteggono, lo Stato ottiene un surrogato di legittimità. Presentando le persone valide, e i caduti, di questa guerra, la classe dirigente può perpetuare quel sistema pervasivo e routinario di affari criminali “perbene”, cioè senza violenza bruta, che la magistratura spesso trascura. La mafia è anche un alibi. L’epica “camorristi contro eroi” è segno di corruzione.”

    menici60d15

    menici60d15.wordpress.com 07-06-2010 14:49 - Francesco Pansera
  • "A tutti gli altri commentatori, per voi è importante che Saviano prenda le distanze dal governo di Israele?" noemi_ola

    Guarda, a me importa che Saviano continui a scrivere ciò che vuole e a parlare contro il crimine organizzato. Di cosa pensa di Israele me ne sbatto. sul sionismo, su Hamas e sulla questione palestinese ho le mie idee e le ho esternate più volte in questo sito e certamente non le cambierò in base a quanto dice o non dice saviano. Io non ho bisogno di un guru che mi "detti la linea" su ogni singolo argomento. Sono libero di concordare con Saviano su certe cose e di non concordare su altre senza per questo smettere di stimarlo per quello che fa e che rischia. 07-06-2010 14:20 - paolo1984
  • ....troppe parole sprecate per dire che avete fatto semplicemente....una brutta figura. 07-06-2010 14:18 - Evaluna
  • Sono un insegnante, ho quarantasei anni e leggo il manifesto da quando ne ho quindici. Il mio pensiero è quello di Del lago, Bascetta, Sepe (nel senso che ne condivido le ragioni di fondo), ma soprattutto trovo che sia una vera idiozia che i comunisti (il manifesto quotidiano comunista ...)si dividano pro o contro Saviano.E trovo alquanto ingeneroso tacciare di passatismo, cara Norma, coloro che oppongono una riflessione radicale al compromesso intellettuale. Perchè Saviano, il 'marxista'(?) Saviano non parla la lingua di Marx, quelli invece sì. Con Sepe credo che i comunisti debbano parlare la lingua di Marx ... e di Brecht. 07-06-2010 14:00 - maurizio
  • Non la condivido ma questa ha almeno il pregio di esser la prima critica minimamente agomentata al libro dopo tante sciocchezze lette in questi giorni.

    Solo una cosa non mi piace: l'inizio dell'articolo blandisce quelli che senza nemmeno aver letto il libro si son infuriati per la lesa maestà, solo perchè sapevano esser un libro critico con Saviano e Savianon non si tocca, anche se non so gli argomenti coi quali viene criticato.

    Mi sarei aspettato comunque una difesa più netta della scelta di pubblicare l testo di Dal Lago.
    Perchè penso si possa non condivider l'analisi di Dal lago senza affermare ottusamente "non avete di meglio da fare che criticare Saviano?" che sposta il topic dal contenuto della critica alla legittimità di porla. 07-06-2010 13:04 - Lukino
  • Dal Lago e' un sociologo e come tale deve dubitare di tutto cio' che costituisce la realta' sociale.La sua critica fa si che Saviano non sia preso come un martire eroe e questo e' il volere proprio dello scrittore.L'intellettualismo e' tale in quanto forte di autocritica,a volte utile a volte in errore.Quando si pensa di scrivere il vero non si teme nulla pur di scriverlo. 07-06-2010 13:04 - Gianfranco
  • Saviano deve girare con la scorta altrimenti rischia di morire ammazzato. Non è un particolare insignificante.
    Dal Lago è riuscito a fare parlare di se.
    Forse "il professore" ha bisogno di soldi. 07-06-2010 12:16 - carlo
  • la redazione: Ebbene sì, è domenica pomeriggio e anche i moderatori hanno diritto a qualche pausa. O i lettori pensano di aver a che fare con macchine in funzione 24 ore su 24 per dare l'ok alle loro pensate?
    ah moderatò, ma datte na calmata! 07-06-2010 12:01 - boni, state boni
  • Chi vuole capire Gomorra, deve ri-leggersi (secondo me) "la concezione materialistica della storia". E' da li' che ho messo a fuoco, definitivamente nel bene e nel male, il libro di Saviano; depurandolo da quel di piu' che ne veniva fuori. Soprattutto sulle post chiacchiere sovrastrutturali, tipo "romanzo o doculibro". Ha detto bene (finalmente) la Norma Rangieri. Nessuno di noi pero' che dica qualcosa sulle successive pubblicazioni di Roberto? E' li che io noto la difficolta' oggettiva dello scrittore: ha perso il contatto con la realta', quella realta' che trasudava in Gomorra, perche' vissuta e concreta. Il concreto che ritroviamo nel libro sopracitato, e fondamentale per decifrare gli eventi, come Marx ci insegnò. Saviano oramai e’ costretto a vivere in una campana, e a guardare il mondo da un oblo’(a prestito la canzone). Ecco dove si dovrebbe ricercare la debolezza di oggi, del vivere di questo mio conterraneo. P.S L’articolo della Norma mi e’ piaciuto. Brava 07-06-2010 11:34 - Antonio
  • Gomorra e' un libro molto buono. Saviano e' andato a scuola dal Manifesto e da Vincenzo Consolo, che forse e' il migliore scrittore italiano, sicuramente quello che dimostra piu' umanita'. Ma qui nasce il problema. Mentre Consolo, di ritorno da un viaggio in Palestina con una delegazione del parlamento europeo degli scrittori, ha dichiarato (insieme a un collega premio Nobel) di avere constatato che li' l'occupazione e la violenza riportano allo spirito di Auschwitz, Saviano si e' legato ai peggiori criminali sionisti, da Simon Peres agli scrittori della propaganda. Ora, se l'ha fatto in buona fede, viene da dubitare riguardo alla sua intelligenza o preparazione, purtroppo. Altrimenti, considerando tutto il suo successo mediatico, viene da pensare male, e come si dice, a pensar male... giuliano campo 07-06-2010 11:31 - giuliano campo
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