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Ida Dominijanni
Il Medio oriente di Benedetto XVI
Molta e meritata eco hanno avuto sulla stampa di ieri l'intervento di Benedetto XVI a Nicosia e il testo - 'Instrumentum laboris' - lì presentato come base del prossimo sinodo vaticano sulla regione previsto per il 10 ottobre. Colpisce la forza con cui il papa ha voluto rivolgere il suo «appello personale» alla comunità internazionale «per uno sforzo internazionale urgente e concertato, al fine di risolvere le tensioni che continuano nel Medio Oriente,s pecie in Terra Santa, prima che tali conflitti conducano a uno spargimento maggiore di sangue». E colpisce la nettezza con cui ha attribuito all'occupazione israeliana dei territori palestinesi la responsabilità principale dell'instabilità in Medioriente: «L'occupazione israeliana dei territori palestinesi rende difficile la vita quotidiana per la libertà di movimento, l'economia e la vita sociale e religiosa», e le relazioni ebraico-cristiane ne fortemente della mancata realizzazione della soluzione due popoli due stati. Il testo tuttavia è altrettanto severo nei confronti delle tendenze integraliste e teocratiche dell'Islam nell'area mediorientale: anche i rapporti fra cristiani e musulmani, che pure sono «una necessità vitale» e non possono ridursi a un «necessità stagionale», sono sempre più difficili «soprattutto per il fatto che i musulmani non fanno distinzione fra religion e politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di non-cittadini, mentre essi sono cittadini di quei paesi già da ben prima dell'arrivo dell'Islam». E ancora: «In alcuni paesi lo Stato è islamico e la sharia è applicata non soltanto nella vita privata, ma anche in quella sociale, anche per i non musulmani, con il conseguente misconoscimento dei diritti umnai. Quanto alla libertà religiosa e a quella di coscienza, esse sono generalmente sconosciute nell'ambiente musulmano, che riconosce la libertà di culto ma non quella di proclamare una religione diversa dall'Islam e meno ancora di abbandonare l'Islam». E in Egitto, ad esempio, «l'islamizzazione penetra nelle famiglie anche mediante i mass media e la scuola, modificando le mentalità che, inconsapevolmente, si islamizzano».
A sorreggere queste critiche all'Islam e all'islamizzazione è una reiterata e insistita affermazione della «laicità positiva dello Stato» che di tutto l''Instrumentum laboris" è alla fine l'elemento che colpisce di più. Laicità, separazione dello Stato dalla religione, diritti fondamentali, cittadinanza, democrazia come ingredienti necessari e indispensabili della pace: l'impianto è questo - e, si potrebbe malignare, speriamo che la laicità dello Stato resti un valore altrettanto centrale e cruciale anche quando il Vaticano ha a che fare con le leggi dello Stato italiano, comprese quelle che riguardano le famose matetie 'eticamente sensibili', la sessualità, il fine vita eccetera. Può darsi che, come scrive Lucia Annunziata sulla 'Stampa' di ieri, il discorso del papa e il testo per il sinodo siano debitori allo spostamento dell'accento dalla ragione di questo o quello stato alla cittadinanza e ai diritti operato sul Medio oriente da Obama nel suo ormai celebre discorso al Cairo del 2009: sarebbe uno dei pochi, e quantomai benvenuti, segnali di interlocuzione internazionale che arrivano al presidente americano e suo cambiamento dell'ordine del discorso sulle relazioni internazionali e sull'analisi dei conflitti culturali nel mondo globale.
Quello che è certo tuttavia, leggendo i testi, è che a muovere l'appello del papa al valore della cittadinanza e della laicità è, nella circostanza della visita a Cipro, un'enorme preoccupazione per le sorti del «piccolo gregge» cristiano nell'area mediorientale. Slancio evangelico frenato, crisi delle vocazioni «malgrado i giovani cerchino una spiritualità forte», emigrazione, diminuzione delle nascite: sono queste le tendenze di fondo che il testo per il sinodo descrive, e sulle quali si innestano le tensioni, i conflitti e gli spargimenti di sangue che il papa denuncia, ulteriori fattori di scoraggiamento della permanenza e dell'evangelizzazione cristiane in quelle terre martoriate. «Sarebbe una perdita per la Chiesa se il cristianesimo dovesse affievolirsi o scomparire proprio là dove è nato», dice in apertura l''Instrumentum laboris'. Ma è alquanto contraddittorio indicare nel «cammino comune» contro «i rischi della modernità» - materialismo, indifferentismo e relativismo, parificati per pericolosità, nel testo, all'estremismo integralista - il terreno principe dei rapporti fra cristiani e musulmani, se a renderli così difficili è proprio la vocazione antimoderma dell'islamizzazione forzata.
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Soprattutto mette l'accento sul fatto che il cristiano (qui si intende quello che segue i valori del Vangelo) deve impegnarsi nella società avendo coraggio di rivestire un ruolo pubblico, sapendo di poter apportare nella sua specificità un contributo necessario. Se infatti negli stati islamici non v'è praticamente distinzione tra stato e religione, il cristiano può portare con il suo modo di vivere un esempio di riconciliazione. La difficoltà è proprio questa: essere cristiani veri significa esporsi e aver coraggio, fede. I numeri qui hanno la loro parte e sono davvero piccoli. 11-06-2010 11:53 - Carlo
Sottoscrivo in pieno e ad ateismo aggiungo anche illuminismo e razionalità 10-06-2010 18:03 - paolo1984
Se si sostituisce Italia con Egitto, e cattolicesimo con Islamismo, abbiamo quasi la situazione italiana. Mi chiedo:
Ma veramente c'è qualcuno che non coglie queste ipocrisie? 09-06-2010 10:10 - Belli