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Renato Nicolini
Tagli alla cultura, proteste deboli
La manifestazione in difesa della cultura convocata dai sindacati a Piazza Navona mi è sembrata purtroppo inadeguata. Se si vuole vincere bisogna combattere contro i motivi, non fermarsi agli effetti. Il taglio della cultura è come Gulliver: un gigante per Lilliput (il Fus), un nano per Brobdignac (la finanziaria "lacrime e sangue"). Cosa sono poche centinaia di milioni di euro di fronte a 25 miliardi? Il governo ha scelto di dare valore rituale, una specie di sacrificio di Ifigenia perché il vento torni a soffiare sulle vele greche, ai tagli alla cultura. Tremonti annuncia la soppressione dei finanziamenti a tutti gli Enti culturali; l'Eti è soppresso; Bondi mette il broncio; e il taglio è dimezzato (non revocato).
A (cattivo) spettacolo non si risponde con spettacolo, non bastano i giovani del Csc che impavidi si sdraiano sotto il sole di piazza Navona alle tre del pomeriggio. Il messaggio del governo fa appello più al sentimento che alla ragione, ma è un messaggio brigatista: colpirne uno per educarne cento.
Attori, registi, uomini di spettacolo; magistrati, professori universitari, star e archistar, forse i calciatori: ecco la controlista Anemone. Allo scandalo di una logica incestuosa di potere che mescola edilizia con politica, favori e appalti, protezione civile ed eventi sotto l'insegna della legislazione d'emergenza, si contrappongono i presunti privilegiati d'Italia. Non chi esporta capitali all'estero, e poi li rimpatria pagando il 5% e li riusa spregiudicatamente. Non chi rimpatria il proprio stesso yacht. Non i festaioli di palazzo Grazioli e di villa Certosa. Ma chi si sforza di pensare e magari di sorridere. Il messaggio è molto chiaro. Il vero privilegio è la cultura. Che per Tremonti non fa più parte del campo dell'innovazione, della ricerca e della formazione: alla base dei valori condivisi e della competitività internazionale dell'Italia. Per Tremonti e Berlusconi è espressione del lusso, deboscia di intellettuali solitari e solipsisti, minoranza per di più sconfitta.
Basta pensare al ruolo che hanno avuto le iniziative promosse dai comuni nel '77, nel '78, nel '79, nel cuore degli anni di piombo, per capire quanto questa tesi, oltre che falsa, sia pericolosa per la democrazia. L'essenza della democrazia non è tanto il voto quanto la difesa del diritto delle minoranze all'espressione. E sono state le minoranze underground di Roma, i filmclub, le cantine teatrali, i club jazz, a inventare la grande festa, libera e popolare dell'estate romana, che ha prodotto eventi culturali internazionali come Castelporziano, la città del teatro, il Napoleon al Colosseo.
Una cultura di maggioranza, misurata in termini di audience e budget pubblicitario, oltre Orwell, è l'opposto di quello che serve a un paese come l'Italia: che ha al contrario una lunga esperienza, variata e intrecciata, di pluralismo, di diplomazia, di equilibrio, di policentrismo, di conflitto, di dissenso (e, ahimé, anche - sul lato opposto - di opportunismo, voltaggana servilismo). Non so in che altro modo l'Italia possa affrontare la competizione in atto oggi, con molte nuove entrate nel club delle grandi nazioni, se non proponendosi come fabbrica dell'immaginario di rango mondiale. Il nostro (residuo) paesaggio, i nostri (residui) beni culturali, la nostra (residua) creatività, il mercato che tutto questo ha generato (il made in Italy cos'altro è...) ci autorizza a farlo.
La cultura potrebbe essere un grande volano dagli effetti immediati per la nostra economia, a costi relativamente bassi genera occupazione e indotto, dalla vita notturna al turismo. Non penso solo al teatro e allo spettacolo, ma all'educazione musicale (che potrebbe essere una caratteristica del nostro paese...), all'industria della fiction e degli audiovisivi, alle nuove connessioni che si potrebbero aprire con il web, con musei come il Maxxi di Roma, con eventi come «Rai per una Notte». Se addirittura si volesse investire, le connessioni con la formazione, la ricerca e l'innovazione coincidono proprio con quello che servirebbe all'Italia per ritrovare quei contatti - che si stanno perdendo - con l'eccellenza del mercato e per restaurare il paesaggio e la vita delle nostre città.
Poco o nulla di questo, senza far torto agli organizzatori (che comunque vorrei ringraziare), ho trovato a piazza Navona. Ho trovato paradossale che, più che dei tagli e della stessa soppressione dell'Eti, non si parlasse della Rai. Senza una Rai libera non ci sarà mai una cultura libera in Italia. Se, in un colpo solo, si liberasse di Consiglio d'amministrazione e di Commissione di vigilanza, fissando le regole di un concorso pubblico per il suo amministratore unico...
La Rai rimossa, però, è così entrata nella testa degli organizzatori (l'apparizione in piazza di Christian De Sica e Renato Zero li ha mandati in fibrillazione), da diffondere un effetto talk show, del tutto contraddittorio per una manifestazione che dovrebbe lanciare un messaggio. Ho trovato molto strano che sul palco non campeggiasse in caratteri cubitali il costo che gli italiani hanno dovuto pagare per il digitale terrestre, unica vera iniziativa dell'attuale governo in campo culturale, oltre alla voglia di cacciare dai nostri teleschermi Santoro e Dandini e a far diventare la scoperta della procura di Trani «l'editto di Trani». Non si può vincere se non si sa cosa davvero è in gioco.
Non basta non invitare i politici per conquistare l'autonomia, bisogna aver superato la logica della subalternità alla mediazione politica. Qualcuno dovrebbe riflettere sulle conseguenze delle troppe tregue concesse al governo (per esempio, l'anno passato a Venezia). Devono essere impiegati lo sciopero e la lotta, sciopero creativo e lotta creativa, come potrebbe essere l'invenzione di una carovana per la cultura che percorresse di nuovo l'Italia nel suo 150° anniversario, ma alla rovescia, da Sud verso Nord. E magari anche da Nord verso Sud per incontrarsi a Teano - come ha già proposto su queste pagine Tonino Perna. Che cos'altro potrebbe essere questa mobilitazione per ritrovare le ragioni dell'unità d'Italia, se non una marcia della cultura per la ritrovare la cultura (dando anche un nuovo significato alla camicia rossa?).
- 30/06/2010 [23 commenti]
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Le associazioni e gli enti no-profit che ricevono contributi pubblici assumono prevalentemente con contratti non a tempo indeterminato (nonostante siano sotto i 15 dipendenti e quindi possano licenziare senza "giusta causa" differentemente da quanto tutelato nell'art18 dello Statuto dei Lavoratori).
Le forze politiche della sinistra devono battersi nelle istituizioni perchè si inseriscano criteri per l'assegnazione di contributi pubblici che favoriscano chi assume a tempo indeterminato.
TRADOTTO: più soldi a enti culturali pubblici o privati, SOLO se producono occupazione stabile. Gli altri enti possono anche morire, indipendentemente dal valore culturale del loro prodotto.
Un precario della cultura. 09-06-2010 16:02 - Fabrizio
Quindi non si può privatizzare la cultura perchè sparirebbe nel puro spettacolo. 09-06-2010 15:11 - g.s.
Nessuno la vuole,ma senza non si fa nulla di buono.
Tutti vogliono lo sport e le trasmissioni demenziali dell'Endemol,che non fanno pensare,ma solo divagare.
La cultura è passione.
Arte e dolore.
Leggere un libro russo o andare a vedere una commedia drammatica dove si parla di coscienza e di sentimenti è difficile e gravoso.
Bondi e tutto il ministero sono propensi a educare i nostri giovani con del sano e divertente disimpegno culturale.
Basta con le corazzate e le scalinate alla Fantozzi,ora ci educheremo con Passa Parola e con Rai educhescional.
Le pupe e i secchioni stanno aspettando il nuovo pacchetto del ministero.
Via il cinema neo realista.
Via i Pasolini,Fellini,Rosi,Petri,De Sica (padre).
Ora Bondi dopo aver chiesto a Topo Gigio di spiegarci l'igene,ha chiesto alle edizioni Panini di fare un album di storia d'Italia e a Topolino di raccontare la nuova costituzione che il suo capo ci sta preparando!
Licio Celli,per fare tutto questo aveva architettato orrori e delitti.
Dalle mafie alla Banda della Maiana.Dalle banche milanesi alla stazione di Bologna.
Invece questo nanetto,con la sua banda di divertenti personaggi di governo,stanno attuando spensieratamente il vecchio proggetto.
Grazie anche a una opposizione che non sa fare il suo mestiere.
Dico che non sa fare il suo mestiere,per non dire che è collusa con i proggetti P2isti.
Anche quando c'era Celli,parecchi uomini di sinistra erano nella sua lista!
Ma meglio cosi..
Meglio che invece delle bombe ci siano i simpatici gnomi della politica.
Brunetta al posto di Danilo Abbruciati.
Tremonti al posto di Sindona.
E il simpaticissimo nanetto di Arcore al posto del gelido e impescrutabile,Licio Celli.
Ma si mandiamola tutta in canzonetta.
Garibaldi era un mercenario e Mazzini un anarchico brigatista.
Fate polpette del nostro paese!
Ce lo meritiamo. 09-06-2010 13:52 - mariani maurizio
Tutti i capolavori dell'arte, della musica, della letteratura hanno come autori persone che quasi sempre hanno dovuto affrontare difficoltà e battaglie prima di vedersi riconosciuti i loro meriti e spesso cio' è avvenuto solo dopo la loro scomparsa.
L'unica forma di supporto finanziario alla cultura che dovrebbe sussistere è quella che nel Rinascimento si chiamava mecenatismo ed oggi viene definita sponsor o 5 per mille : cioè contribuire con i propri soldi, non con quelli di tutti.
Il fatto che queste campagne di sensibilizzazione, come anche quelle sulla scuola, non raccolgano molti consensi fuori dalla cerchia degli addetti (interessati) ai lavori significa che la gente non si lascia più ingannare. 09-06-2010 13:28 - aiace
Si sà che la cultura è pericolosa, un popolo che ha cultura è pericoloso, non è schiacciabile, non è sfruttabile, sfugge come un'anguilla perchè ha la conoscenza che gli permette di sfuggire alla stretta dei deboli e non completamente equilibrati che pensano di acculturare un popolo per poterlo sfruttare.
Già lo stanno facendo imbottendolo di anebolizzanti pubblicitari, di sensi d'inferiorità e colpa, quali la carenza di silicone e/o botulino, con il futuro compromesso dall'impossibilità dell'evoluzione.
Oggi il capitale è sfuggito agli uomini, parte di essi lavorano solo per quello non curanti degli effetti sugli umani e sull'ambiente, il problema oggi è accumulare il più possibile, fin all'inverosimile, tant'è la debolezza e l'insignificato degli esseri.
Non si vede il desiderio di evolvere l'uomo, fosse così le crisi finaziarie non accadrebbero, non può essere che la finanza condizioni lo sviluppo della ns specie, è il rinunciare alla propia libertà per assoggettarsi ad un dio senza remore, il dio capitale!
La rivoluzione francese ha avuto il merito di portare l'unione dei sistemi di misura, manca qualcosa di simile per portare alla regolamentazione dei mercati finanziari e dei capitali, solo allora si potrà avere pace ed equilibrio tra le genti. 09-06-2010 13:03 - Gromyko