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Marco d'Eramo
Bassa marea nello studio ovale
Dopo la guerra alla povertà (Lyndon Johnson), la guerra alla droga (Ronald Reagan), la guerra al terrore (George Bush Jr.), adesso gli Stati uniti dovranno combattere anche la «guerra alla perdita», intesa come perdita di petrolio. È infatti il lessico bellico a caratterizzare il primo messaggio alla nazione di Barack Obama dallo Studio Ovale. Finora i presidenti avevano riservato questo tipo di discorso per annunci eccezionali, come dichiarazioni di guerra. E certo la scelta di Obama comunica agli americani non solo la drammaticità della marea nera che soffoca le coste sul Golfo del Messico, ma anche la serietà con cui la sua amministrazione affronta il problema. Solo che lo ha fatto in modo assai convenzionale, anzi di maniera. Il contrasto non poteva essere maggiore tra la truculenza dei termini - «combatteremo», «battaglia», «assedio», «emergenza», «mobilitazione di 18.000 uomini della guardia nazionale» - e il tono da comunicato tv.
Di Obama si possono dire tante cose, ma in questo discorso è la prima volta in sei anni, da quando è diventato una figura pubblica, che si è percepita una sua finora insospettabile inadeguatezza di fondo. Chi non ha ascoltato dal vivo il messaggio non può rendersi conto dell'effetto boomerang di parole da emergenza per il pianeta terra pronunciate con la vibrante passione e il sorriso d'occasione di un annunciatore. Anche perché, al di là del tono roboante sulla mobilitazione generale del paese, Obama non ha detto praticamente nulla. E non è un'opinione personale: per il New York Times, «il discorso è stato scarso di concretezza e di auto-critica». Ancora più negativi gli opinionisti dell'unico canale televisivo di sinistra, Msnbc, di solito assai simpatizzanti nei confronti del presidente democratico: così Keith Olberman: «Penso che sia stato un grande discorso - per chiunque abbia vissuto su un altro pianeta gli ultimi 57 giorni» (da quando è iniziato il disastro sotto la piattaforma petrolifera della British Petroleum, Bp). Per l'Huffington Post è stato solo un «Junk Shot» («sparata spazzatura»).
Dal discorso abbiamo saputo che Obama chiede alla Bp di pagare i danni (e ieri è stato reso noto un preaccordo pare per 20 miliardi di dollari, ma diluiti su «parecchi anni»); che ha licenziato il capo dell'agenzia che rilascia i permessi di perforazione in mare, il Minerals Management Service. Ha nominato un ex ammiraglio a supervedere la ripulitura delle coste. Ha detto che gli Stati uniti devono incentivare l'economia verde come già fa la Cina. Ma quanto non ha detto! Non ha mai nominato il riscaldamento globale, né l'effetto serra, né il tetto alle emissioni di carbonio, e solo una volta ha usato la parola clima. Ha citato la legge sulle energie pulite approvata alla Camera, ma non ha neanche nominato il disegno di legge presentato insieme da John Kerry e da John Lieberman che è bloccato ormai da mesi al Senato e che quasi certamente non diventerà mai legge. Insomma, a differenza di quel che aveva fatto per la riforma sanitaria, sull'economia verde Obama ha deciso di non spendersi personalmente. Come ha detto un ex aiutante della Casa bianca, Obama ha fatto capire «la differenza tra le posizioni che sostiene e le posizioni per cui si batte».
Su questa reticenza di fondo i repubblicani naturalmente inzigano e il sito conservatore Politico gongola: «Non era certo uno dei suoi migliori discorsi». Ma il più deluso è proprio il «popolo obamiano»: non dimentica che solo 22 giorni prima della catastrofe Bp, il 29 marzo Obama aveva posto fine a una più che decennale moratoria sulle trivellazioni d'alto mare e dato via libera a nuovi pozzi, per ottenere il voto di un paio di senatori su altri disegni legge. Naturalmente quei permessi non hanno nulla a che vedere con la catastrofe nel Golfo del Messico, e Obama ha avuto una bella sfortuna. Ma se voleva scrollarsi di dosso l'immagine che la marea nera sia la sua Katrina, non è certo con un simile discorso che ci riesce.
Viene da chiedersi perché allora il presidente abbia voluto trasmettere un messaggio che si è rivelato un passo falso. Perché Obama e i suoi consiglieri si sono resi conto di essersi fatti rinchiudere in un vicolo cieco politico. Non possono persistere nella strategia bipartisan con cui volevano governare perché i repubblicani non gli offrono la benché minima sponda. E non possono spostarsi su una posizione decisamente liberal perché non hanno i numeri: benché i democratici abbiano (per qualche mese ancora) una forte maggioranza (59 su 100 al Senato e 235 su 433 alla Camera), in realtà molti senatori e deputati democratici votano con i repubblicani e contro il proprio presidente. D'altronde i democratici avevano conquistato tali maggioranze proprio presentando candidati conservatori in circoscrizioni tradizionalmente di destra. Il problema non è nuovo: la deregulation reaganiana e lo smantellamento dello stato sociale rooseveltiano furono approvati da un Senato a maggioranza democratica. All'inizio della presidenza Obama, la spinta riformista era sostenuta, almeno in parte, dalla gravità, dall'eccezionalità della crisi economica.
Esauritasi l'emergenza, si è anche esaurita la spinta propulsiva per la presidenza. Che ora si trova in affanno e cerca di uscirne con un grande discorso (come quello del Cairo sulle relazioni con l'Islam), ma non trova più neanche quello.
- 30/06/2010 [23 commenti]
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Ma è un dato di fatto, leggendo questo articolo, che la genta là ragiona in questo modo, e il Presidente, a questo punto cruciale, forse non sa più neanche come presentarsi... 17-06-2010 22:06 - marco
Tutti gli americani,ogni volta che lo vedono si danno una ramanata nei pantaloni.
Ormai Obama è finito.
Pare che siano rimasti solo i texani a volergli ancora bene.Pare che gli vogliono fare una festa a Dallas! 17-06-2010 15:48 - mariani maurizio