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COMMENTO
21/06/2010
  •   |   Francesco Paternò
    Pomigliano, America

    La storia è piena di governi di centrosinistra che hanno fatto politiche di destra, o di Kennedy che hanno fatto un Vietnam. L’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, sta scrivendo il suo personale capitolo con il diktat nella vertenza di Pomigliano, dopo avere esibito una cultura liberal nei suoi interventi pubblici. Un prima e un dopo Cristo, come sottolineava anche Eugenio Scalfari citando lo stesso Marchionne, che implica un anno zero. E l'anno zero è stato la conquista della Chrysler, dove il capo della Fiat ha sperimentato quanto vuole imporre oggi a Pomigliano. Lo schema è assai simile: mettere in discussione i diritti dei lavoratori, prima ancora che provare a risolvere con altri mezzi una crisi. Nel caso campano, record produttivi negativi in una fabbrica inquinata anche dalla camorra.

    «Non c’è dubbio che la produttività e la flessibilità rimangono gli elementi chiave del nostro sviluppo industriale. Ma sono convinto, non solo sulla base della mia esperienza in Fiat ma anche in altre realtà industriali europee, che si può e si deve cercare il dialogo costruttivo. E che le soluzioni si possono trovare». E’ il Marchionne liberal che prende la parola nel giugno del 2006 di fronte all’Unione industriali di Torino. E’ il manager che scrive di suo pugno i discorsi, con citazioni che vanno da Lewis Carroll a Machiavelli, da Mark Twain addirittura a Karl Marx. E’ il Marchionne che si tiene a distanza dalla politica romana, che trova intollerabile uno come Silvio Berlusconi, che non ama stare né sui giornali né metterci bocca, pur essendo il suo gruppo proprietario della Stampa e azionista del Corriere della Sera, dove la Fiat usa scegliere i direttori. E’ il manager cresciuto in Canada, dove ha acquisito il secondo passaporto e la lingua degli affari che padroneggia fin nelle intonazioni. Uno che vive praticamente di lavoro e che negli ultimi due anni, in conversazioni private come nelle assenze pubbliche (non si è visto nemmeno all'ultima assemblea di Confindustria), manifesta il disagio di chi non si sente a casa. Di chi si è stufato di un paese dove il governo non ha una politica industriale e il sindacato non vuole chinare la testa. Mentre altrove, dice e ripete pensando all’America, le cose sono già cambiate.

    Nell’estate del 2008, nell’incipit della più grave crisi finanziaria mondiale dei tempi moderni, è questo Marchionne a intuire che le cose nell’auto - come in altri settori chiave dell’economia – non saranno più le stesse. La barca Fiat va, dopo averla salvata dal baratro, ma è un nano mondiale e certo gli utili più importanti non vengono dal comparto auto. E’ allora che annusa l’affare Chrysler, la più piccola delle tre di Detroit sull’orlo del fallimento (insieme al colosso General Motors), è lì che la sua cultura anglosassone diventa una leva formidabile per spiegare che il nano italiano può essere un partner affidabile. Alla Casa Bianca è appena arrivato Barack Obama, che per non precipitare subito insieme ai titoli di Wall Street salva banche, assicurazioni e poi l’industria. Se nel 2001 il suo predecessore George Bush tiene in volo le compagnie aeree con soldi pubblici dopo l'abbattimento delle Twin Towers, Obama tiene in strada l’auto di Detroit con 62 miliardi di dollari di prestiti agevolati. Ford esclusa, che ringrazia e fa da sola, dopo avere ottenuto prestiti dalla banche prima della crisi e fatto cassa vendendosi marchi che non sapeva gestire.

    A Washington, Marchionne fa il miracolo: convince Obama che solo la Fiat può salvare la Chrysler in cambio di una bancarotta pilotata, cioè soldi cash dall’Amministrazione e bad company con tutti i debiti da un’altra parte. La Casa Bianca prende l’offerta al volo: è l’unica e altrimenti dovrebbe mandare a casa 300.000 lavoratori, come dirà successivamente il negoziatore di Obama, Steve Rattner. Nel patto di ferro, s'intende che se va male è colpa dell’italiano, se va bene la vittoria è comune.

    D’intesa con i governi statunitense e canadese che fanno fortissime pressioni sui lavoratori grazie ai prestiti pubblici sospesi come una mannaia, il nuovo padrone della Chrysler impone ai lavoratori un taglio dei salari, dell’assistenza sanitaria, delle pensioni e una limitazione dei diritti, come quelli di sciopero e dei salari d'ingresso, oggi inferiori fino al 70% rispetto a chi il posto lo mantiene ancora. I sindacati, che si affrettano a dire sì prima delle banche al piano Obama-Marchionne, ottengono in cambio il 55% delle azioni dell'azienda (il 65% in General Motors, dove il nuovo contratto è identico) e un posto in consiglio di amministrazione, senza diritto di voto. Ma non è una vittoria. «Un alto funzionario del Tesoro – commenta beffardo il Wall Street Journal – ha descritto la decisione di dare la maggioranza al fondo pensioni del sindacato come semplice pragmatismo: fare contento il sindacato è essenziale per la salute di lungo termine di un costruttore».

    Tornando dall'America, Marchionne comincia a dire in Europa che «tutelare l'occupazione è ammirevole» ma che «non si possono forzare le imprese a farlo», quanto basta perché i sindacati tedeschi si mettano preventivamente di traverso nella campagna italiana per l'acquisizione della Opel. Marchionne opera però in perfetta e necessaria sintonia con l’azionista di maggioranza John Elkann, come lui di formazione anglosassone e prevalentemente finanziaria. E non è un caso che il giovane Elkann diventi presidente del gruppo al posto di Luca Cordero di Montezemolo il 21 aprile scorso, nel giorno dell’annuncio del piano quinquennale della Fiat, con il caso Pomigliano al centro. Né che il dopo Cristo di Marchionne si fermi per un momento anche a Maranello.

    La Ferrari è un po' la stella polare del gruppo torinese, anche se nel 2009 le cose non sono andate benissimo come nell’anno record 2008. Un mese fa, i sindacati ricevono un inaspettato diktat dell'azienda: niente premio di produzione, pure previsto nel contratto, se i lavoratori non accettano preliminarmente una serie di nuove condizioni. La Fiom parla di un cambio di atteggiamento imposto da Torino e fa muro. L'azienda ci ripensa, riconosce il premio e le parti trovano velocemente un buon accordo. Ma il diktat fallito è un pessimo segnale, aspettando Pomigliano. E forse un altro Nixon che chiuda un altro Vietnam.



I COMMENTI:
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  • NUOVA FIAT PANDA 700 MILIONI DI EURO SCHIAVI IN MANO
    Made in Pomigliano 23-06-2010 00:49 - Alessandro Colombi
  • Chiudere Pomigliano mi sembra proprio un' altra idea geniale ed utile della fantastica accoppiata FIOM / sinistra-sinistra. Complimenti, compagni! Che faranno gli operai, secondo voi? Votaranno NO? Lo sapremo tra poco. Se così fosse, mi sembrerebbe suicida, a meno di credere nel "tanto peggio, tanto meglio"... La FIOM si appella ad improbabili ed inverosimili diritti costituzionali che l' accordo violerebbe, ma dov' era quando lì c' erano tassi d' assenteismo fuori linea? Il mondo è globale, la concorrenza è a 360 gradi e può venire dalla Polonia (piano B) e/o dalla Serbia (piano C). Probabilmente prima si stava meglio, protetti dallo "stato-mamma", dall' assistenzialismo, dal "tanto paga pantalone", dal poter prescindere a livello aziendale dal conto economico, di cui la stessa FIAT ha ampiamente goduto, così realizzando numerosi "investimenti" (!?!) guidati dalla politica ed in realtà buttando i soldi dei cittadini "italioti" nel cesso (esempio lampante: Termini Imerese). Oggi tutto questo è finito, cancellato, distrutto dalla crisi economica e dalla globalizzazione. Adesso in Italia e più precisamente a Pomigliano, in questo preciso momento, non si tratta di scegliere tra improbabili ed inesistenti "politiche industriali" alternative, ma se vivere o morire (metaforicamente parlando, sia chiaro!). Non vi piace? Non piace alla FIOM? Fatevene una ragione. Camillo ha ragione a dire che non esiste un piano industriale a lungo termine, un' idea di sviluppo sistemica, ecc. ecc., ma penso che non sia questa l' agenda dell' oggi, qui in Italia e più in particolare al sud. E' in atto un gigantesco spostamento di ricchezza dai paesi occidentali a quelli del BRIC e dell' ASIA. Non capirlo e non cercare d' adeguarsi alla meno peggio, scegliendo delle opportune anche se dolorose strategie "difensive", significa banalmente non saper leggere la realtà odierna tout-court. I BEI TEMPI ANDATI DEL BENESSERE SONO FINITI! Prima lo si capisce, meglio è per tutti e soprattutto minori disastri ne verranno alla declinante situazione italiana, in cui tutti noi ci troviamo immersi. L' opzione Marchionne, oggi ed adesso, è di gran lunga il minore dei mali: nella peggiore delle ipotesi sarebbe un buon prolungamento di una lenta agonia, nella migliore, invece, l' inizio di una riscossa (forse improbabile, ma non del tutto impossibile!). Inoltre, è un modo per trattenere gli investimenti al sud invece che dirottarli altrove ed anche per dare un po' di lavoro in loco, visto che lì non abbonda di sicuro. Inoltre, può anche servire a depotenziare, magari, un fenomeno che molti, tra cui lo stesso "eroe civile" Saviano, aborrono, ovvero quella "simpatica" organizzazione che si chiama camorra oppure "O-Sistema". O si preferisce fare un bel deserto (o campo di calcio?!?) a Pomigliano? Poi anche i "bravi guaglioni" del posto x chi lavorerebbero, indovinate un po'? Invece cosa fa la FIOM? Banalmente fa ciò che da molto tempo a questa parte ha sempre fatto la cosiddetta sinistra antagonista, portandola ai noti disastri ed ai minimi storici attuali: nasconde la testa sotto la sabbia, parlando d' altro (democrazia, presunti diritti negati, ecc ecc.). I risultati pratici x la sinistra sono sotto gli occhi di tutti: "desaparecidos" dal Parlamento Nazionale (finalmente, per quanto mi rigurada!) grazie al voto democraticamente espresso dai cittadini; ritengo che se questo cosiddetto referendum passerà, la FIOM dovrà ripensare a parecchie cose, oltre che a gestire un probabile declino degli iscritti, in un futuro a breve-medio termine. Sicuramente invece continueranno a recriminare, a a cercare tartufescamente chissà quali altri cervellotici motivi di scontro, ecc. Un po' come i famosi giapponesi dispersi nella foresta, crederanno di combattere una guerra che hanno già ampiamente perso su tutta la linea! Tranquilli: fosse per loro, non se ne accorgebbero minimamente, ma la dura realtà gli suonerà a breve la sveglia. In conclusione, visto poi che siamo in tema automobilistico, scherzando ma non troppo: non si potrebbe "rottamare" la FIOM stessa, oltre che le numersose auto Euro 0 ed Euro 1 ancora circolanti? 22-06-2010 23:26 - Fabio Vivian
  • Maurizio, ma come fai a postare sempre per primo? Ps sul vaffa a questi personaggi quoto 100%. Anche Il Manifesto, quando ne parla, sembra invece alquanto intimorito dal criticare la Fiat, fateci caso. Sarà per non sembrare irrispettoso degli operai-schiavi? 22-06-2010 20:15 - Rasta
  • Qualcuno pero' dovrebbe spiegare prche' la produttivita' di Pomigliano e'cosi' bassa. La meta' di altri stabilimenti italiani. un quarto di quello polacco. Forse le ragioni sono che parte del personale e' assenteista...doppiolavorista, fannullone? In questo c'entra sicuramente la malavita organizzata, che ora sicuramente strilla contro l'accordo.
    Ovvio, ma allora non e' meglio firmare e lavorare onestamente per la Fiat, piuttosto che chiudere uno (o tutti e due) gli occhi e consentire alla camorra di mettere dentro suoi soldati che rubano lo stipendio?
    Perche' la Campania non puo' dare in rendimento e produttivita' quello che fanno gli altri? Mica siamo piu' stupidi, forse vogliamo solo essere piu' furbi, ma i tempi sono cambiati.Meglio un bel si all'accordo e diventare uno stabilimento modello che essere sempre considerati parassiti a carico della societa'. 22-06-2010 19:04 - stefano
  • POMIGLIANO: GLI ERRORI DI MARCHIONNE.

    Ha fatto bene la FIOM a non firmare il contratto.
    Ha fatto bene, non solo perché l’ipotesi di accordo mortifica il diritto di sciopero,lo statuto dei lavoratori,il diritto alla malattia.
    Ha fatto bene perché i sacrifici richiesti non vengono in alcun modo compensati.
    Lo scambio non è tra lavoro e sacrifici.
    Lo scambio è tra sacrifici e la speranza di lavoro.
    Solo una speranza di lavoro può produrre una strategia mulitidomestica in un mondo globalizzato.
    Ma vediamo le cose più da vicino
    La Fiat investe 700 milioni di euro e offre lavoro a cinquemila operai,ma propone un contratto in cui interviene sul diritto di sciopero,diritto alla malattia,con deroghe alla normativa costituzionale(art 40) ,allo statuto dei lavoratori ,al contratto nazionale. Insomma mano libera nei rapporti con lavoratori sul salario ,sui turni di lavoro e quindi pause a fine turno,straordinari anche in queste pause e nei turni di riposi, sanzioni disciplinari e anche licenziamento in caso di sciopero su turni di lavoro e straordinari. Il tutto sulla base di un ultimatum:o si fa questo o la Fiat va a produrre all’estero.

    Dunque un sacrificio enorme viene chiesto ai lavoratori,ma ne vale la pena?

    Quali i risultati previsti per questo investimento,strutturali o congiunturali .L’operaio può stare tranquillo ,oppure da qui a qualche anno sarà costretto a ridiscutere l’accordo con riferimento non più all’operaio polacco,ma all’operaio cinese. E allora non ne vale la pena
    Tutto ciò non è dato sapere,eppure qualche ragionamento è possibile farlo,a partire dall’adeguatezza di questa ipotesi di accordo rispetto al mercato e alla competitività globale ,che è competitività del sistema Paese.

    Ma se si parla di globalizzazione se ne deve parlare a 360 gradi e non solo con riferimento al contributo operaio.

    E allora la prima domanda è questa: la Fiat è organizzata come una multinazionale o come una società globale?

    Le imprese globali considerano il mondo intero come unico mercato interno. Le diverse unità produttive non producono ciascuna per la propria ristretta clientela,ma al contrario la produzione è destinata ad ogni parte del mondo. La medesima cosa avviene per le funzioni aziendali e quindi per la R&S,il marketing,la finanza.
    Allo stato attuale la Fiat è una multinazionale con proprie unità produttive in Italia,Polonia e in Brasile,,ciascuna dotata di una propria clientela ,di una larga autonomia ed iniziativa nel proprio specifici locale mercato di riferimento.
    La Fiat in una società globale,in un settore globalizzato ,non è una società globale.

    La seconda domanda : la Fiat è attrezzata per la competizione globale?

    La Fiat in una competizione globale ,ha la necessità di utilizzare tutti i fattori competitivi ,non solo quelli del salario e dei turni di lavoro. E’ vero quello che conta è il costo del lavoro per unità di prodotto,e se il costo è minore perche la produttività è elevata ,allora può essere utilizzato questo differenziale per mantenere la competitività e i salari dei lavoratori italiani più elevati. Ma la produttività non si sviluppa solo sul versante dell’operaio cinese,ma anche su quello della formazione e scolarizzazione degli operai,della tecnologia dei macchinari,della innovazione di processo e di prodotto,degli assetti organizzativi.
    Quali gli interventi per la valorizzazione della forza lavoro,quali gli investimenti per la ricerca?

    Ma la competizione globale è competizione sistemica ,le imprese non competono da sole ma con tutto il Paese.

    E allora la terza domanda :quale contributo la Fiat ha chiesto allo Stato?

    Quale politica industriale,quali fattori competitivi di pertinenza statale,accompagnano questo investimento.

    Ha forse la Fiat reclamato una P.A. più efficiente ,la semplificazione del sistema decisionale istituzionale ,la infrastrutturazione informatica ed industriale,la scolarizzazione di massa più qualificata,una maggiore liberta dei flussi informativi ?
    Si è preoccupata l’azienda torinese di sollecitare questi fattori competitivi?
    La Crysler ha fatto il contratto con l’azienda italiana all’insegna della green economy,e in particolare ha puntato sulla tecnologia Fiat per la produzione di macchine piccole ,e quindi nel quadro del risparmio energetico.
    In quale contesto di politica industriale italiana si inserisce la costruzione della panda a Pomigliano?
    In nessun contesto ,perché in Italia il Governo non predispone una politica industriale per il Paese Eppure,in una società globalizzata, la sinergia tra politica industriale dell’impresa e quella statale è indispensabile.

    In un società globale la competizione eè sistemica, Stato, capitale e lavoro fanno parte di un’unica squadra che opera in modo concertato rispetto alla concorrenza estera. E quindi pari dignità e non subordinazione ,collaborazione e non conflitto. E allora è compatibile con la competitività globale un sistema di relazioni industriali fondato sull’autoritarismo imprenditoriale e la subordinazione incondizionata dei lavoratori,e quindi sul conflitto,come quello evocato nella vertenza Pomigliano?

    In situazione siffatta, quale futuro ,quali prospettive per i lavoratori?
    Nessuna prospettiva. Nessuna luce alla fine del,tunnel. L’operaio italiano contro l’operaio polacco , e sullo sfondo l’operaio cinese, in una spirale senza fine. Usati violentati come armi di ricatto,fratelli contro i fratelli. E così oggi gli operai della CISL e della UIL contro quelli della CGIL,vanno a firmare un referendum suicida,perche non hanno alternative. Sperano di conservare il posto di lavoro a tempo indeterminato, perché così gli è stato assicurato,ma si ingannano.
    E mentre tutto ciò avviene sulla carne viva degli operai,nel silenzio colpevole dei partiti di sinistra,l’operaio che fa, rimane inerte ,subisce?




    E allora bando all’immobilismo,alla paura e scenda in campo l’impegno di tutti per allargare i conflitti non solo a livello spaziale,ma anche di categoria,perche laddove esiste uno sfruttamento là esiste la genesi di altri sfruttamenti. Dunque dimensionare il conflitto su spazi più vasti e su più strati sociali,perche se le imprese sono globali anche i diritti dei lavoratori devono essere globali. Al potere dell’imprese di andare a produrre all’estero, di utilizzare precari ed extra comunitari,deve corrispondere una omogeneità di diritti sociali,nei vari strati sociali e nelle varie parti del mondo,ma cominciamo dall’Europa. Diversamente il potere di decentramento industriale ,la presenza di precari e di extra comunitari,diventa un’arma di ricatto. E questo devono avere ben presente i sindacati ,se non vogliono essere subire ultimatum.
    Il compito è gravoso,ma qualcosa si può fare. Ma occorre lottare e resistere. 22-06-2010 18:15 - camillo
  • Vedo tempi durissimi per la FIAT. La Chrysler non vende e la sua reputazione per quanto riguarda l'affidabilita', fondamentale per vendere ato in USA, e' pessima. La FIAT gode una fama anche peggiore dopo il disastroso tentativo fatto alla carlona di entrare nel mercato americano senza pezzi di ricambio e con macchine che si arrugginivano dopo il primo inverno (negli USA gli inverni non sono come in Europa e il sale sulle strade corrode tutto). La New Holland e' l'unica casa FIAT che va relativamente bene ma la concorrenza con Kubota, per le macchine piccole o John Deere o Caterpillar per le grosse macchine e' spietata e difficile. Marchionne farebbe bene a non sprecare Ferrari distruggendole in Strada perche' ha margini molto esigui. Ogni psso falso puo' essere fatale a questo colosso con i piedi d'argilla, anzi di ruggine. 22-06-2010 15:44 - murmillus
  • quello della fiat è soltanto l'ultimo atto di una storia che inizia almento venti anni fa, se non prima, tutti noi di sinistra siamo concentrati da anni a criticare berlusconi cercando di capire perchè vinceva invece di capire perchè la sinistra perde.
    in questo paese la sinistra continuera a perdere finche non capira che persone come rutelli, la bonino e casini non sono persone candidabili perchè non sono meglio di berlusconi. oggi nessuno dice che tre anni per una persona dell'età di berlusconi sono tanti, il discorso però non è se lui si ricandida o no, ma che cosa propone l'opposizione, con chi stanno i partiti di opposizione con marchionne o con la fiom, be a me sembra chiaro che il pd sta con marchionne, cosi anche casini,c'è però da sottolineare che non basta dire un no senza se e senza ma, ma c'è da proporre una politica industriale diversa, che cerchi di mettere insieme la globalizzazione con i diritti dei lavoratori 22-06-2010 14:32 - massi
  • Si sono fate e si possono fare le considerazioni più varie. Ma ho un dubbio che mi arrovella. La Cgil, non la Fiom è RIFORMABILE? 22-06-2010 12:19 - alfonso De amicis
  • Cito.
    "Questo stato ha un problema ed il suo problema sono quattro classi:
    politici, giudici, avvocati e prelati.
    Queste quattro classi sono in cortocircuito e stanno contocircuitando lo stato.
    Il politico doovrebbe fare le leggi secondo le regole del buon padre di famiglia che rispettano anche i figli non in linea con lui.
    I giudici dovrebbero applicare come il buon padre di famiglia.
    Gli avvocati dovrebbero tutelare il loro assitito come gli anticorpi tutelano la persona.
    I prelati, bè, dovrebbero seguire la lex divina!
    Nel ns stato non è così, queste quattro classi stanno portando alla rovina lo stato, stanno distruggendo il diritto ed il senso del diritto, della coesione sociale, del rispetto reciproco a causa dei conflitti d'interesse, dell'opportunismo, dell'egoismo e dell'egocentrismo.
    Politici corrotti, giudici ed avvocati idem, i prelati.... il diavolo se li porti, mele marce nelle cassette delle mele buone, tra di loro non si possono toccare salvo rarissimi casi in cui è necessario intervenire per evitare scalpore, per non disturbare la massa che deve solo ruminare.
    Avvocati corrotti che se segnalati all'ordine nulla cambia, giudici che commettono abusi che se segnalati all'ordine nulla cambia, non servono il cittadino, ma sono solo una società di mutuo soccorso.
    Se il cittadino scrive per chiedere giustizia, tutela, per ottenere il riconoscimento dei suoi diritti ed il loro ripristino viene tacciato di paranoia, nevrosi, psicosi ed è normale farlo per una classe dirigente abulica, dove potrebbe questa cercare scappatoie se non nell'uso basso e denigratorio della psicologia al fine del mantenimento dei propi agi senza scocciature?
    Solo il popolo può liberarsi da questo stato di deriva ed oppressione e non sarà certo con le votazioni, purtroppo, perchè l'avidità e stupidità di questi è ormai talmente tanto alta da sconfinare nella presunzione supponenza perversione intimidazione ed uso impropio delle forze di coercizione.
    Ogni mattina il cittadino onesto in questo paese si alza per riempirsi occhi, orecchi e naso di M.....sperndo che tutto cambi, ma tutto rimane = !"
    Ma chè l'è il ns? 22-06-2010 11:49 - Gromyko
  • Fare politiche antioperaie,oggi vuol dire essere progressisti e di sinistra.
    Marchionne dopo aver fatto "miracoli"con la classe operaia americana,oggi vuol fare la stessa cosa con noi.
    Ma quando impareremo a fare i conti?
    Loro dicono di essere per noi e tanto ci affamano e rendono la vita delle classi meno ambienti,invivibili.
    Ci dicono che lo fanno per noi,per non renderci disoccupati.Ma io dico:
    Non è meglio essere disoccupati e fare lavori per noi che andare ad arricchire chi pòi ci prende in giro e gira in ferrari rossa decapottabile?
    Non è meglio che i falegnami si mettano a disposizione degli edili e gli edili a disposizione dei meccanici e così via.
    Aboliamo anche i soldi.Diamo lavoro per lavoro.
    Lavoriamo per noi e quando la macchina di Lapo si rompe,se la agiusti da solo o con suo cugino.
    Usciamo noi da quelle brutte fabbriche.C'era un barbone sul film di Petri che ci diceva che stavamo tutto il giorno in fabbrica a far ricchi quei porci.
    Ci diceva che entravamo di notte e uscivamo sempre di notte.Tanto i padroni andavano con le loro ferrari a disturbare le nostre donne.
    Ma non è meglio che quella fabbrica bruci con tutti quelli che ci vogliono stare per 600/700 euro al mese.
    Ma si.Approfittiamo che ci hanno liberato e non siamo più schiavi come un tempo. Riprendiamoci la vita.Affanculo Marchionne e le sue proposte indecenti.
    Vaffanculo Agnelli e tutta la sua famiglia.
    Da oggi cominceremo a essere classe per se.
    Fondiamo anche noi circoli e organizzazioni,stile massonico,ma per noi!
    Noi,per noi! 22-06-2010 10:16 - mariani maurizio
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