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COMMENTO
23/06/2010
  •   |   Guido Viale
    L'abbaglio ideologico

    Il Foglio di sabato scorso ha dedicato un'intera pagina a commentare un mio articolo sulla crisi della Fiat di Pomigliano corredando il servizio con il pugno di Lotta Continua, il gruppo in cui ho militato negli anni settanta e che si è dissolto 34 anni fa. Troppa grazia. La cosa ha offerto a molti miei critici l'occasione per dare la stura ai più triti stereotipi sugli anni 70 e sull'ambientalismo, quasi non avessero mai letto o sentito parlare prima di green economy o di riconversioni produttive.

    Per Stefano Cingolani: «In certe assemblee gauchiste c'era chi si alzava proponendo che la Fiat fornisse brandine agli ospedali». Che assemblee avrà mai frequentato Cingolani in quegli anni? Non certo l'assemblea operai-studenti di Mirafiori, dove si parlava di cose molto serie, che hanno fatto la storia del paese. Scrive Sergio Soave: «Viale ripropone la tesi dell'imminente crollo del capitalismo». Ma quando mai? E riassume il mio pensiero così: «una nuova sintesi di deindustrializzazione e mangiatori di fragoline di bosco». Francesco Forte mi attribuisce «la teoria per cui il capitalismo è un imbroglio e l'economia di mercato una mistificazione». Magari lo penso; ma non l'ho certo scritto e non sta tra le premesse del mio discorso. Analogamente Gianni Riotta, sul Sole24ore, mi accusa di «dare del venduto a Cisl e Uil e quasi tutta la Cgil», e addirittura, al premio Nobel Paul Krugman, per aver scritto che per dar credito al piano della Fiat per Pomigliano bisogna essere in malafede o dementi. Sul dementi mi attengo al giudizio degli interessati. Ma si può essere in malafede senza essere venduti. Basta dar credito senza dare spiegazioni a cose che non lo meritano. E' quello che fa Riotta e, con lui, quasi tutti i sostenitori del piano Marchionne: non si chiedono se il piano è credibile. Su questo punto diamo la parola al Foglio.
    Scrive Ernest Ferrari: «D'accordo, il piano di sviluppo targato Marchionne è irrealizzabile». Risponde Bruno Manghi: «Quella di Marchionne è una scommessa che nessuno può prevedere con certezza come finirà». Ammette Riccardo Ruggeri, uno che conosce la Fiat «dall'interno»: «Sui sei milioni di macchine Viale non ha tutti i torti». E aggiunge: «Magari tra non molto Marchionne chiederà altri sacrifici, perché il mercato non tira. Marchionne l'ha fatto capire più di una volta». Poi precisa: «ho paura che stia tornando la moda dei volumi (di vendite)piuttosto che dei talenti...anche alla Volkswagen hanno sposato la teoria dei volumi; ma ci hanno messo 15 anni, investendo una montagna di soldi». «Insomma, c'è aria di bluff?» chiede l'intervistatore. E lui risponde: «Marchionne fa quel che può».
    Anche Cingolani si chiede: «Chi può garantire che le auto non restino sui piazzali? E quanto costeranno i modelli sfornati dalle catene di montaggio?» Domande senza risposta. Cingolani le affronta con un suo personale «piano B»; questo sì, datato agli anni '70: quando i cosiddetti paesi emergenti adottavano le tecnologie abbandonate dai paesi più industrializzati, e questi passavano a produzioni a più alto valore aggiunto (Era la teoria di Hirschmann delle "anatre volanti", che si alzano in volo in ordine, una dietro l'altra). Ma oggi Cina, India e Brasile hanno, sì, costi del lavoro e ambientali più bassi; ma anche livelli tecnologici paragonabili ai nostri e capacità di ricerca e sviluppo superiori (anche perché da noi scuola e ricerca sono state gettate alle ortiche). Inoltre, senza impianti di assemblaggio a portata di mano, l'innovazione tecnologica e organizzativa non ha verifiche. Quindi, perché il distretto automobilistico torinese possa mantenere i suoi atout in campo motoristico e dello styling, una parte del montaggio dovrà comunque restare in Italia. Ma non è detto che tocchi a Pomigliano. Nell'assemblaggio, più che altrove, a contare sono i costi. Lo conferma Michele Magno: «La sorte dello stabilimento campano è legata a un drastico abbassamento dei costi». L'unico a non nutrire dubbi sul piano Marchionne è Francesco Forte. E sapete perché? Perché «il piano è stato valutato positivamente dalle banche e dalla borsa»: due istituzioni che hanno raggiunto la credibilità più bassa della loro storia.


    Fatto sta che, se è improbabile riuscire a vendere sei milioni di auto all'anno (un raddoppio della produzione) sui mercati di un'industria sovradimensionata e oggetto di una feroce concorrenza non solo tra gruppi industriali, ma anche tra Stati, l'aumento della produzione in Italia da 600mila a 1,4 milioni di vetture è ancora più improbabile; soprattutto perché questa produzione dovrebbe per due terzi essere smerciata in Europa. Le sorti di Pomigliano sono legate a questi obiettivi. Qualcuno ha provato a spiegare come raggiungerli? O si vuole far credere che l'unico vero problema è l'abnorme tasso di assenteismo e che un maggiore impegno contro di esso rimetterebbe le cose a posto?
    Persino Riotta introduce qualche variabile in più. Oltre all'assenteismo, scrive «per giocare nella Coppa del mondo del lavoro» bisogna fare i conti con «clientele, performance scadenti, familismo amorale, raccomandazioni». A cui io aggiungerei doppio e triplo lavoro (ma non sarà un problema di salari insufficienti?), degrado del territorio, monnezza (da non dimenticare), sfacelo amministrativo, corruzione, collusioni politiche, camorra. Tutti problemi che non si sono certo fermati ai cancelli della fabbrica, ma che sono ben presenti al suo interno.
    Nel management più ancora che tra le maestranze. Pensare di isolare la fabbrica dal territorio e di risolvere i suoi problemi con la disciplina del lavoro è utopia vana e crudele.
    Nel 1968 la Fiat pensò di inquadrare con una disciplina di ferro 15mila nuovi assunti, messi al lavoro a Mirafiori tutti d'un colpo, senza preoccuparsi di che cosa sarebbe successo fuori della fabbrica: nel tessuto urbano di una città che tra l'altro era "sua", ma dove per i nuovi assunti non c'era nemmeno un posto per dormire. Ne nacque una lotta che ha sconvolto gli stabilimenti del gruppo per i successivi dodici anni. Adesso si pretende di mettere in riga, con un accordo sui turni e i ritmi di lavoro e con i limiti posti al diritto di scioperare e ammalarsi, uno stabilimento industriale i cui problemi nascono soprattutto dal degrado del tessuto sociale circostante. Non dice niente, per esempio, il fatto che a presidiare il gazebo installato a sostegno dell'accordo ci fosse il sottosegretario Cosentino, incriminato per camorra, ma "immunizzato" dal Pdl?
    Nessuno, prima di Prodi, aveva ancora fatto notare che la "rieducazione" degli operai di Pomigliano - per usare il termine carcerario che ben si adatta al modo in cui l'establishment italiano, politico, sindacale, imprenditoriale e giornalistico, sta affrontando il loro futuro - è già stata tentata due anni fa: con la sospensione dell'attività lavorativa, l'invio forzato di tutte le maestranze a un corso di formazione, il riadeguamento degli impianti, la rimessa a nuovo dei capannoni. Senza risultati.


    Chi può credere, allora, che Marchionne voglia ritentare l'esperimento, investendoci sopra 700 milioni? Rischiando anche di mettere in crisi i suoi rapporti con il partner polacco, che in questa fase è uno dei pochi atout a sua disposizione? Non è forse più sensato ritenere, o almeno ipotizzare, che Marchionne voglia sbarazzarsi di Pomigliano, oltre che di Termini Imerese; e non potendo farlo senza mettere in crisi i suoi rapporti con governo, opposizione, sindacati e maestranze - magari provocando anche una rivolta tra la popolazione - cerchi solo il modo per farne ricadere su altri la responsabilità? Se non sarà l'esito del referendum (verosimilmente non lo sarà) sarà la Fiom. Se non sarà la Fiom sarà l'iniziativa di base; o il "disordine" del territorio; o i contenziosi in tribunale; o un ricorso alla Corte Costituzionale. O, più semplicemente, il prossimo aggiornamento sulla situazione dei mercati. Intanto, a segnare un punto, è stata la politica antioperaia di tutto il governo.
    Sembra però che la conversione ambientale dello stabilimento di Pomigliano, o di altre fabbriche in crisi, urti contro la centralità della produzione automobilistica (una volta la centralità era della classe operaia, ma i tempi sono cambiati). «E' indubbio - scrive Michele Magno - che il settore automobilistico, pur maturo sul piano merceologico e tecnologico, continui a incarnare lo spirito del tempo»; perché «continua a svolgere un ruolo cruciale sia nella formazione del Pil, sia nella dinamica occupazionale»; e perché «il cuore delle innovazioni organizzative...continua a pulsare qui».


    Nessuno però ha proposto di chiudere il settore automobilistico dall'oggi al domani. Basterebbe non strafare con i volumi, come raccomanda anche Ruggero. E non gravare un gruppo già provato con un peso che probabilmente non può sostenere. «E' in gioco - continua Magno - il futuro di quel che resta della classe operaia meridionale». D'accordo. Ma, proprio per questo, non sarebbe bene pensare a delle alternative per uno stabilimento così a rischio?
    Per verificare se è vero che l'azienda vorrebbe sbarazzarsi di Pomigliano bisognerebbe poterla mettere di fronte a una alternativa praticabile, esigendo impegni precisi a garanzia del processo di conversione. Non certo di assumerne la gestione, per la quale vanno comunque individuati soggetti, attori e culture aziendali differenti. Bensì la cessione degli impianti e il finanziamento della transizione. Ma oggi un'alternativa del genere non c'è. Nessuno ci ha pensato; e nessuno sembra neanche in grado o disposto a pensarci; anche se l'adozione di un'alternativa praticabile converrebbe sicuramente sia alla Fiat, che ai lavoratori, che al paese. E anche al pianeta.
    Ma nessuno potrebbe mai pensare di avviare la riconversione di uno stabilimento industriale alla green economy con una semplice stretta della disciplina di fabbrica, come molti pensano - e sperano - che si possa fare invece trasferendo la Panda a Pomigliano. Perché una conversione produttiva di quella portata e con quelle finalità è proprio l'opposto di quell'idea "larvatamente autoritaria" di chi dice «Farò io il vostro bene» pensando di poter «pianificare le svolte dello sviluppo», come sostiene Bruno Manghi sul Foglio e Riotta ripete sul suo giornale.
    Infatti, se non si può pensare di cambiare una fabbrica solo con la disciplina, occorre passare attraverso la mobilitazione delle forze sane del territorio, una discussione sulle ragioni della conversione, un coinvolgimento delle risorse intellettuali delle comunità interessate. Per poi procedere a verifiche di mercato, a progettazioni di massima, e alle battaglie per impegnare i diversi livelli del governo locale e nazionale. Sono cose che non si preparano né in un giorno né in un anno; c'erano però da anni molti motivi per cominciare a lavorarci. Ma non è mai troppo tardi. Perché se il piano Marchionne è un bluff, bisognerebbe evitare di ritrovarsi nella situazione di Termini Imerese, dove ogni giorno si escogitano altri bluff con il solo scopo di «tener buoni» gli operai lasciati sul lastrico.


I COMMENTI:
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  • Articolo ineccepibile e condivisibile (anche da chi come me non è di sinistra) che sottoscrivo almeno al 90%. L' unica parte non convincente è quella finale dove si prospetta la conversione alla green economy: sorry, ma fino ad oggi stiamo parlando solo di uno slogan e/o parola d' ordine molto di moda dalle vostre parti. Non perchè la green economy non esista, almeno in prospettiva futura, ma perchè una tale riconversione indstriale richederà molti decenni (ancora tutti a venire!) per essere implementata realmente. E' come per l' energia "verde": molto charmant, pulita, simpatica, ecc. ecc. ma ad oggi quale frazione di tutta l' energia prodotta è realmente tale? L' uno o il due percento? Comunque bruscolini. Questa è la realtà odierna, il resto sono solo (pur ottimi!) propositi e/o desiderata... 04-07-2010 11:41 - Fabio Vivian
  • PRODUCI-CONSUMA-OBBEDISCI-CREPA...........................Di fronte alla arroganza cinica del potere e del capitalismo in fase di FINALE DISFATTA ....MORALE, ECONOMICA E MILITARE ...vorrei fare un commento un po alternativo e differente dal solito, fuori forse ma non del tutto dal tema....Ma non vi pare che stiamo vivendo in una allucinante societa' di poveri schiavi omologati DAL ORDINE IMPERIALE DEL PRODUCI-CONSUMA-OBBEDISCI-CREPA????...masse silenziose aggressive, di pelati
    seduti col telecomando in mano come siringa a drogarsi delle beatitudini delle oligarchie putride che ci comandono.. magari sniffando cocaina SUPER TAGLIATA... DROGA CHE INGRASSA LE FINANZE DEI GANGSTERS DELL'IMPERO!!!.Che scenari squallidi...paiono quelle dure ballate da periferia orribile , emarginata ed alienata delle canzoni- poesie di Lou Reed, Iggy Pop, od il grande mai dimenticato Joe Strummer dei Clash purtroppo deceduto troppo presto...il NO FUTURE dei Sex Pistols.....!!!!
    Riaprendo i ponti con lo scorso secolo per non tirare fuori discorsi ideologici marxisti o DI ATTUALITA DI SOCIALISMO, di comunismo..per non entrare in battibecco WEB con i soliti noti anticomunisti ben mascherati dietro una fraseologia sinistrese ...VIENE SPONTANEO RICORDARSI GLI ANNI 6O ED IL RIFIUTO totale DI MOLTI geniali PRECURSORI DEL NO!!!! AL PENSIERO UNICO... Si le generazione degli hippies degli anni 70 : Pasolini che aveva l'ossessione della "omologazione" ASSASSINATO PERCHE PARLAVA DEI SEGRETI DI STATO... Allen Ginsberg, FINITO ANNI IN INDIA Jack Kerouac..eterno fuggitivo,Bruce Chatvin il grande nomade inglese morto precocemente dopo essere fuggito a piedi per il mondo...Herman Hesse il padre di tutti i figli dei fiori... e la sua fuga il suo famoso Pellegrinaggio in oriente alla ricerca di nuovi valori di vita, di ideali nuovi. sir William Burroughs, tossicomane terminale che giro' mezzo mondo per poi denunciare che era uno schiavo della cupòla mondiale del narcotrsffico.. tutti uniti per sfuggire alla stritolante ed alienante OMOLOGAZIONE...Per non scordare Fernanda Pivano..il povero Angelo Quattrocchi perduto da poco, Matteo Guarnaccia ...insomma i precursori del rifiuto del pensiero unico dell'impero...gli eterni fuggitivi zaino in spalla cercando altri luoghi geografici storici ,di spazio- tempo.. lontani il piu possibile da questa alienante e violenta societa' capitalista che azzera tutto e tutti....Un ricordo di quella generazione della Hippie Trail ovvero della rotta Hippie si quelli di Katmandu,Kabul, India ,Goa...ormai DINOSAURI ESTINTI...MA IL CUI PENSIERO E' ANCORA ATTUALISSIMO.... CONCLUDO QUESTO ARTICOLO CERTAMENTE NON SCRITTO PER GLI SQUALLIDI MORTI VIVENTI SCHIAVI DEL DUCETTO p2 CON QUESTA FRASE: meglio pochi e brevi sognatori anni da fricchettoni che una vita da spenti schiavi coglioni!!!!..IN QUEI TEMPI PREISTORICI SI DICEVA :
    TURN -ON...DROP-OUT...RISE_UP..
    Ciao grazie!!!. 24-06-2010 11:51 - rick
  • L'articolo del Foglio è la risposta irritata del sistema egemonico criminal-politico-imprenditoriale a chi cerca di risvegliare lo spirito critico della gente.

    Complimenti a Guido Viale e al Manifesto, hasta la victoria! 24-06-2010 11:24 - Luigi
  • Guidi Viale è uno dei tanti cosiddetti"filosofi rivoluzionari" come Adriano Sofri e Toni Negri che dopo essere sopravvissuti a loro stessi credono di avere ancora qualscosa da insegnare al mondo. In realtà sono dei poveri morti viventi, anche se ancora non vogliono rendersene conto. Grazie tante. In campo rivoluzionario,preferisco il pensiero di Antonio Gramsci e quello di Enrico Berlinguer. 24-06-2010 11:07 - gianni
  • ... spiritosi, i mostri nuovi non avranno tempo di entrare in scena perchè l'ambiate la fa da padrone e non vedo come può essere altrimenti: quante maree nere ci attendono... voi di città non vi rendete conto di come le cose sono cambiate, basta osservare la devastazione che stà avvenendo per i raccolti per quel che c'è concesso tra una colata di cemento e l'altro: siamo alla frutta cari che disquisite sulle bischerate se dobbiamo accettare " compagni oppure no. . 24-06-2010 05:17 - enrico
  • caro Viale è sempre un piacere leggerti, le tue nobili e lungimiranti previsioni cadranno in testa(che dolore!) anche ai figli e nipoti di questi giornalisti pro regresso. La regressione capitalista è sotto gli occhi di tutti e difendere l'automobile come perno capitalista è anacronistico. 23-06-2010 19:27 - Renato
  • ma dove sarebbe nel pianeta un'alternativa di tipo green economy? si può prendere sul serio quest'alternativa produttiva quando l'automobile rappresenta il segmento centrale della valorizzazione del capitale?

    la realtà è un'altra. il radicalismo hardcore di mercato si è contraddetto, ricorrendo agli aiuti degli stati. lo stato, che prima era un ingombro burocratico, viene ora riconosciuto come necessario. sono cioè scoppiate le bolle speculative e si è passati in fretta e furia agli aiuti statali. una sorta di fusione a freddo tra neoliberismo e neokeynesianismo. però siamo ora nella situazione di stati sovraccarichi di spesa per i pacchetti di salvataggio di banche, assicurazioni, industria automobilistica etc. e intanto si chiede una politica di rigore. lo stato mentre salva le imprese schiaccia i salari (direttamente, o aumentando le tasse, o il costo dei servizi, o tagliandoli proprio). diventa impossibile far quadrare il cerchio: una pur fragile ipotetica ripresa non avrebbe ossigeno a causa della compressione della domanda. il neokeynesianismo è quindi anch'esso cotto e bollito. d'altronde i bassi salari sono il risultato della non-redditività dell'economia reale, e non il contrario (cioè la sovraproduzione a causa dei bassi salari). intanto la Fiat (lo stesso l'Opel in Germania) spera in ulteriori aiuti, perchè l'automobile ha una prospettiva a dir poco nera. i salvataggi infatti hanno posto le basi per la recessione. ma la crisi dell'industria automobilistica non è la crisi di un semplice settore produttivo tra i tanti ma un buco nero che risucchia l'intera economia. lo si vorrebbe soppiantare con la green economy?

    bè.. 23-06-2010 18:28 - lpz
  • Come avevo detto pocanzi,Marchionne usa la stampa di regime come cassa di risonanza delle sue "proposte indecenti".
    Tutti a fare il tifo per il Capo dei servi del padrone.
    Ma nonostante tutti i discorsi.Tutte le leccate di chiappe e tutte le bugie che si sono dette per far votare SI,hanno ottenuto un misero 66%.Ma allora stiamo crescendo!
    Avanti compagni che stiamo risalendo! 23-06-2010 17:35 - mariani maurizio
  • Il Foglio ha dedicato un'intera pagina? Wow, è una bella percentuale per l'unico giornale che nemmeno puoi comprare per incartarci le patate! 23-06-2010 16:44 - Rasta
  • anch'io voglio complimentarmi con Guido Viale per questo articolo: serio, approfondito, lontano dagli estremismi ideologici ma altrettanto lontano dall'aridità economicistica. Un esempio per tutti. 23-06-2010 15:20 - aiace
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