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Marco Revelli
La loro morale e la nostra
Quella di Pomigliano è stata davvero una grande lezione. Una lezione politica,
sociale, e anche – lo so che il termine oggi appare desueto, e lo si pronuncia con un certo pudore come con le parole sconvenienti – morale.
L’accordo imposto dalla Fiat era, in modo fin troppo esplicito, una proposta indecente. I suoi contenuti prefiguravano una condizione di lavoro servile, nel senso tecnico del termine, pre-moderna, comunque estranea alla stessa «modernità industriale» e incompatibile con il nostro quadro costituzionale: un lavoro senza diritti né soggettività, esposto al nudo potere materiale e discrezionale dell’impresa, in una condizione di extra-territorialità giuridica che fa della fabbrica un luogo separato com’erano nel medioevo le pertinenze ecclesiastiche. E tuttavia era tremendamente difficile dire di no. Difficile per il sindacato, posto di fronte al dilemma mortale tra rifiutare, riaffermando il proprio ruolo ma rischiando di perdere il contesto in cui esercitarlo, o subire, e cancellare così il senso stesso del proprio esistere come sindacato. E ancor più difficile per gli operai, da mesi col salario falcidiato dalla cassa integrazione e posti di fronte alla prospettiva del nulla in un’area come quella napoletana già afflitta da un livello di povertà endemica. Eppure il plebiscito non c’è stato. E il messaggio che viene da quella fabbrica che in tanti avevano disprezzato - considerandone i lavoratori come una massa di pezzenti alla disperazione, pronti a tutto pur di conservare il misero salario, o un’accolita di lazzaroni turco-napoletani, assenteisti e furbacchioni - è una sintesi di realismo, d’intelligenza
e dignità.
Quel rapporto non previsto da (quasi) tutti, di 60 a 40; quell’equilibrio inatteso tra i «sì» della paura e i «no» dell’orgoglio, dice che quella fabbrica, che gli «operai di Pomigliano» - tutti, presi nel loro insieme di «comunità operaia» - subiscono il ricatto di Marchionne, ma non vi aderiscono «anima e corpo». Lo subiscono col corpo, che «pesa», appunto, e fa piegare la bilancia verso il sì (con realismo, potremmo dire). Ma non gli cedono anche l’anima. Non concedono allo strapotere del più forte la soddisfazione impietosa di un consenso servile che li umilierebbe e li priverebbe di ogni autonoma volontà. Si piegano, perché il rapporto di forza non consente alternative, ma mantenendo il rispetto di sé (con dignità, appunto).
Forse non ci siamo interrogati abbastanza su quei 1673 NO. Su quanto deve essere stato difficile – e drammatico – per ognuno di quegli operai e operaie, decidere, contro se stessi e, apparentemente, contro tutti. Mettere in gioco le proprie esistenze, il proprio futuro, il proprio reddito, le proprie famiglie. Uscire dalla particolarità del proprio calcolo individuale, che avrebbe suggerito l’eterno primum vivere, e porsi da un punto di vista «generale». Rappresentarsi come comunità di lavoro, in un mondo in cui tutto sembra disfarsi, ogni aggregato slegarsi, ogni identità collettiva dissolversi. Senza più rappresentanza politica alle spalle. Né appartenenza ideologica. Né cultura condivisa. In fondo che cos’è un articolo della nostra Costituzione di fronte al rischio di miseria per la propria famiglia? Che vale la difesa del contratto nazionale di fronte alla minaccia concreta della scomparsa della propria fabbrica e del proprio salario? E che cosa costa, d’altra parte, un piccolo compromesso con se stessi? Un minuscolo gesto di sottomissione – il segno su una scheda - se serve per garantirsi un sia pur stentato futuro di lavoro (e magari la possibilità di rimettere tutto in discussione, una volta «passata ‘a nuttata»)? Il nudo calcolo di utilità (individuale) non avrebbe lasciato margini d’incertezza.
E infatti per la stragrande maggioranza degli «attori pubblici» – politici, opinion leader, imprenditori e intrattenitori – quel voto e quel comportamento è risultato del tutto incomprensibile. Per (quasi) tutti quelli che stanno «in alto» (e anche per molti che stanno «in mezzo» e persino per qualcuno che dovrebbe esser vicino a chi sta «sotto») gli operai di Pomigliano sono apparsi dei pazzi. Pericolosi incoscienti. Nella migliore delle ipotesi degli irresponsabili verso sé e verso gli altri. Per l’Italia che conta, l’«agire orientato a valori» – per usare un’espressione weberiana – sta fuori dal mondo: «Ancora una volta constatiamo che c’è un sindacato e anche una parte dei lavoratori, che non comprendono le sfide che hanno davanti», ha dichiarato Emma Marcegaglia. E ha rivelato così l’immenso vuoto morale che caratterizza il mondo imprenditoriale italiano. L’assoluta incomprensione dell’importanza del fattore etico in politica e in economia, destinata a produrre catastrofiche cadute politiche (una borghesia che accetta un Brancher fatto ministro solo per sfuggire ai giudici è una borghesia che vale davvero poco). E anche clamorosi errori imprenditoriali, come quello di chi consiglia o si propone di «lavorare» a Pomigliano solo con gli autori del «sì» considerandoli più affidabili e non accorgendosi che di un uomo disposto a difendere la propria dignità a costo di sacrifici, di uno capace di tenere «la testa alta», ci si può fidare ben di più, dal punto di vista professionale, che di chi finge di condividere un ricatto (come ha magistralmente scritto Ermanno Rea).
È questo, lo si vede bene oggi, il grande deficit culturale dell’imprenditoria contemporanea: questa sottovalutazione del senso morale nell’agire individuale e soprattutto collettivo, per ridurre tutto a «calcolo di utilità» personale. Questo disprezzo cinico e sistematico di ciò che offre un punto di vista condiviso al di là del puro «utile personale». E che produce, per questo, visione del bene comune e appartenenza. Rispetto di sé come condizione del rispetto degli altri (le basi, insomma, di quella «modernità industriale» che a Pomigliano si vorrebbe cancellare).
Non è fenomeno solo italiano. È la verità del capitalismo contemporaneo nell’epoca della globalizzazione, ridotto al suo nudo hard core materiale del conto profitti e perdite. Privo dell’orizzonte valoriale che aveva animato, in qualche misura, la fase aurorale della borghesia: di quell’Etica del capitalismo
di cui scrisse Max Weber, e che permise ai suoi protagonisti di aspirare a una qualche egemonia nell’orizzonte della modernità. Un capitalismo, ormai, risolto senza residui nella quotidiana struggle for life, senza promesse di emancipazione e senza virtù per nessuno. Semplice ostentazione di un rapporto di forza che si misura sul successo effimero e quotidiano e valuta gli uomini col peso falso delle cose. Un capitalismo da ère du vide di cui la crisi fa emergere la «verità», nei suoi aut aut tanto assoluti quanto inerti: nell’imperiosità di quel suo «prendere o lasciare», quando ciò che si prende o si lascia è solo la traccia di una nuova servitù… Il nichilismo compiuto della «società del fare».
È toccato al povero Marchionne, nonostante i suoi maglioncini casual e le sue scarpe da tennis, la sua aria da nomade cosmopolitico e il suo linguaggio da liberal anglosassone, diventare l’emblema di questo capitalismo del crepuscolo,
non più animato dall’etica dell’imprenditore «produttore» (in qualche misura simile all’«etica del lavoro» del suo antagonista sociale simmetrico, l’operaio-produttore), ma segnato dal vuoto dell’anima dell’epoca del consumo e dell’ipercompetitività transnazionale, dove gli uomini e il tempo perdono di spessore, e finiscono per essere «consumati» essi stessi da un’impresa fattasi fine a se stessa.
Quelli di Pomigliano no. In un paese in cui abbondano «i mezzi uomini e i quaqquaraquà» (per dirla con Sciascia) hanno dimostrato che esistono ancora degli uomini. Che tra servi e padroni – tra la moltitudine dei servi che occupa il nostro paese e il castelletto dei padroni/predoni che lo depreda - ci sono ancora delle «persone». E hanno aperto una breccia simbolica incalcolabile. Immaginiamo che cosa sarebbe oggi l’Italia se una fabbrica-simbolo come Pomigliano avesse sancito plebiscitariamente la resa senza condizione a quella logica servile. Se non ci fosse stato quel segno di dignità che, coriaceo, resiste. E parla a tutti.D’altra parte, non fu proprio Giambattista Vico – da cui lo stabilimento di Pomigliano, con involontario paradosso, prende il nome – a celebrare «l’origine della nobiltà vera, che naturalmente nasce dall’esercizio delle morali virtù; e l’origine del vero eroismo, ch’è domar superbi e soccorrere a’ pericolanti»…?
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Vorrei ricordare che, senza una «nostra» politica, una «nostra» morale contrapposta alla «loro», è destinata a restare soltanto una nobile testimonianza. I profeti disarmati periscono. Ancora un po’ di Machiavelli, per favore!
Gli operai di Pomigliano sono stati costretti a dire un no in apparenza solo o soprattutto morale al ricatto di Marchionne, perché sono stati disarmati politicamente dalla Sinistra, che a Marchionne e al governo non sa oppone niente di alternativo. E finiranno come gli “ultimi mohicani”, se quel no morale non scatenerà un no politico. Revelli, invece, si mette a fare la predica alla borghesia interplanetaria d’oggi, richiamando la sua «fase aurorale» e una presunta e mitologica Etica del capitalismo. Altro che “deficit culturale”! Questi sono i padroni. Il Valletta d’oggi è proprio il «povero Marchionne», pienamente integrato al mainstream dello sfruttamento globale. E che sia «capitalismo del crepuscolo» è tutto da vedere. Costoro anche il loro «vuoto dell’anima» lo riescono a far fruttare con determinazione.
Gianfranco La Grassa ha scritto sulla vicenda di Pomigliano cose lucide e condivisibili ed è un segno della miseria del dibattito politico che non possano apparire neppure su «il manifesto». Ne riporto brani in questo commento e vorrei che qualcuno ne discutesse almeno su questo blog :
«L’unica scelta possibile, non tanto per ragioni morali quanto proprio politiche, è di stare con quelli che difendono il loro posto di lavoro e nel contempo le loro condizioni di vita; soprattutto sapendo che hanno di fronte i vertici di un’impresa industriale da sempre alimentata (da ancor prima del fascismo) mediante aiuti e sussidi vari dello Stato, protagonista di imposizioni brutali, di innovazioni di facciata fortemente pubblicizzate come la “qualità totale” (in ciò aiutata da ignobili correnti “ultrarivoluzionarie” del tipo degli “operaisti”), di messa in sordina del settore auto per privilegiare altre attività, anche finanziarie. Assistiamo adesso all’ulteriore inganno, propagandato da destra e da sinistra, per cui la Fiat avrebbe acquistato a costo zero, rimettendola in piedi, la Chrysler; mentre siamo invece in presenza di un grosso favore fattole dall’amministrazione Obama affinché essa divenga un’importante “quinta colonna” degli Usa nel nostro paese. […]
Appoggio quindi ai lavoratori, ma consapevolezza che si tratta di battaglie di retroguardia, di battaglie della fine di un’epoca che ebbe ben altri fermenti oggi chiusisi con un sostanziale fallimento. Battaglie del genere non sono affatto inutili in sé; ma lo diventano alla lunga se non si trovano altri sbocchi, se non si riesce a individuare un agire nuovo per cui occorrono diverse categorie interpretative. Se non si capisce la configurazione sociale dei paesi europei, e del nostro in particolare, se non si trova il modo di coagulare nuovi blocchi sociali, si è persi. […]
La parziale lotta di Pomigliano contro la Fiat, accanto alle giuste esigenze di lavoro e di vita di migliaia di subalterni alle decisioni altrui, ha il significato – in questo momento assolutamente celato alla vista dei lavoratori – di opposizione (dunque inconsapevole) ad una non irrilevante (anzi!) “quinta colonna” dell’asservimento italiano agli Usa di Obama. Le forze sindacali, che pretendono di difendere i lavoratori, si battono solo per salvare, con misera “tatticuzza”, le loro posizioni di potere quali apparati di Stato; continuamente finanziati da quest’ultimo, fra l’altro, altrimenti non potrebbero pagare gli stipendi dei loro funzionari (non difensori dei lavoratori, sia chiaro, bensì soltanto funzionari). […]Ai lavoratori bisogna invece dire senza mezzi termini che lottano indubbiamente per giuste ragioni di vita e di lavoro, ma perderanno comunque, sul piano strategico e in un periodo di tempo non troppo lungo, sia le future battaglie sia le conquiste fatte in passato se non prenderanno coscienza di una grande verità “brechtiana”: in testa a loro marcia il nemico, che combatte contro un altro nemico per la spartizione dei posti di potere.
(http://conflittiestrategie.splinder.com/post/22903199/ancora-pomigliano-di-glg-il-20-giugno-%25E2%2580%259910) 27-06-2010 10:03 - Ennio Abate
Se gli operai di Pomigliano avessero difeso una virtù morale fuori dalla storia perché insita nell'animo umano non resterebbero che 2 alternative per loro e per noi:
A)la resistenza operaia di pomigliano sarebbe destinata ad essere rapidamente sconfitta;
B)la tradizione (e non l'anima) antimoderna e controriformista del paese avrebbe la meglio comandando a Pomigliano e al Paese tutto di rimanere quello che è e è sempre stato: un posto arretrato in europa.
Per fortuna i NO di Pomigliano hanno anche un'altra valenza: vendere cara la pelle nella battaglia per la vita (struggle of life? oh yes, ma si può tranquillamente dire in italiano ed è meglio che le raccomandazioni dello zio prete vero antagonista storico della lotta per la vita!).
In questa battaglia (per la vita, perché se non arriva la Panda a Pomigliano non resta che inviare i curricula a sandokan) c'è la speranza di portare la Panda a Pomigliano con condizioni di lavoro migliori di quelle che converrebbero a Marchionne, che probabilmente ha tanti difetti, dal punto di visto dei lavoratori, ma non quello di essere cosmopolita. Il cosmopolitismo non può, infatti, essere considerato un difetto se non dai fascisti e dai preti. 27-06-2010 09:04 - valerio caciagli
Gli operai italiani,dopo dei tetti,oggi sfilano e disdegnano accordi .
Una classe che sta rapidamente salendo la china.Operai che scrivono sul Manifesto e sui giornali dove fino a un anno fa tutti si sarebbero meravigliati se un operaio avesse detto una sola parola.
Stiamo risalendo il pozzo, dove ci avevano sbattuto con forza e con la presunzione di chi pensa che mai saremmo rinati.
Post industriale.Operai fuori moda.Concertazioni e asservimenti.Tutti a dire che la classe operaia non era più il motore della storia.
Ora che abbiamo solo fiatato e abbiamo detto che faremo altro, ecco che tutti si allarmano.Alfano sta preparando carceri per gli operai ribelli.Stanno mandando spie e osservatori nei nostri raduni e convegni.Si sono tutti allarmati e spero che anche io cada,domani sotto il "rullo" della repressione.Penso che sarei molto più utile ai compagni se potessi scrivere da un carcere attraverso il mio avvocato.
La tensione sale!
Il paese sale.
Non date retta a quelli che vi dicono che va tutto bene.Va tutto male.Per noi va male perche perdiamo il posto di lavoro e siamo di nuovo per le strade,ma per loro andrà molto peggio,perche dovranno cambiare di nuovo lo stile di vita.Stiamo tornando precipitosamente a un livello altissimo di lotta di classe.Questa volta non basteranno i mille incantatori di serpenti che hanno avuto successo negli anni scorsi.
Oggi non gli basterebbe neanche ridarci il lavoro e riportare le cose a prima della crisi.
Oggi tutti gli operai, hanno aperto gli occhi.
Stiamo con il coltello alla gola.Ma chi ci regge il coltello è un omino piccolo e senza forza.Un pupazzetto che dovrebbe correre a casa e barricarsi invece di minacciare noi che siamo giganti!
Abbiamo soilo minacciato di fare delle cose e già si stanno cacando sotto tutti.Noi non siamo i ragazzi che incendiano i portoni delle banche.Quando ci siamo mossi noi,nella storia abbiamo bruciato le banche con dentro i banchieri.
Noi non scendiamo in piazza per dimostrare.Noi non abbiamo nulla da dimostrare.Come diceva il CHE prima di entrare con Fidel all'Havana:
Vincere o morire!
Vinceremo! 27-06-2010 08:23 - mariani maurizio
Quindi il sindacato per primo non si deve prestare a tutelare i disonesti. 27-06-2010 00:20 - stefano