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Uri Avnery
L'ipocrisia su Shalit
Scrivo queste righe davanti a una finestra che dà sul blu del mar Mediterraneo, e penso a quell'uomo rinchiuso non troppo distante da questo mare, a qualche decina di chilometri da qui. Gilad Shalit può guardare lo stesso mare dalla sua finestra? Ha una finestra davanti? Come sta? Come lo trattano?
È imprigionato da 4 anni. Shalit è diventato un simbolo vivente, un simbolo della realtà israeliana e dell'incapacità dei nostri leader di prendere una decisione, della loro viltà morale e politica. Se ci fosse stata la possibilità di liberare Shalit manu militari, il governo non se la sarebbe fatta scappare: gli israeliani preferiscono risolvere i problemi con la forza anziché compiere atti che possono essere letti come segni di debolezza.
Il salvataggio degli ostaggi a Entebbe nel 1976 è considerata una delle imprese più gloriose nella storia di Israele, anche se mancò un pelo al fallimento. Le vite di 105 ostaggi e soldati furono messe in gioco, ma alla fine fu un successo. In altri casi, invece, l'azzardo non riuscì. A Monaco nel 1972 per esempio, quando la posta in gioco era la vita degli atleti israeliani alle olimpiadi. O a Ma'alot nel 1974, quando la posta in gioco era vita di bambini di una scuola elementare. O il tentativo di liberare il soldato Nachschon Wachsman nel '94.
Se ci fosse stata qualche possibilità di liberare Shalit con la forza, gli israeliani avrebbero messo a rischio la sua vita, e probabilmente avrebbero fallito. Fortunatamente, per lui, la possibilità non si è presentata. Questo è un fatto su cui insistere. I nostri servizi segreti hanno centinaia di collaboratori nella Striscia di Gaza e sistemi di sorveglianza altamente tecnologici. Eppure pare non si sia ottenuto nessuna notizia su Shalit. Come è riuscita Hamas in questo obiettivo? Intanto ha impedito qualsiasi contatto con il prigioniero, nessun incontro con la Croce rossa internazionale o con personalità di spicco straniere. Solo due brevi video, quasi nessuna lettera. Il problema potrebbe essere superato se il nostro governo fosse pronto ad assicurare che non ha alcuna intenzione di liberare il prigioniero con la forza, in cambio dell'impegno di Hamas, magari garantito dagli Usa, a farlo visitare dalla Croce rossa. Senza questo accordo, le dichiarazioni moraleggianti di statisti stranieri su un possibile intervento della Croce rossa sono parole vuote e non meno ipocrite le richieste da parte di personalità straniere di «liberare i soldati sequestrati». Musica per le orecchie degli israeliani, che però non tiene conto che il centro della questione è uno scambio di prigionieri.
Gilad Shalit è vivo, un giovane con un destino che suscita forti emozioni umanitarie. Ma lo stesso vale per i soldati palestinesi. Anche loro sono vivi, e anche il loro destino scatena emozioni umanitarie. Sono persone le cui vite si stanno consumando all'interno di una prigione. Tra di loro ci sono leader politici puniti per fare parte di questa o quella organizzazione. Tra di loro ci sono persone che per gli israeliani «hanno le mani sporche di sangue ebreo» e per i palestinesi sono eroi nazionali che hanno sacrificato la loro libertà per la liberazione del loro popolo.
Il prezzo chiesto da Hamas può sembrare esagerato, mille prigionieri in cambio di Shalit. Ma Israele ha già pagato un prezzo analogo in passato, ed è diventato una sorta di rapporto standard. Hamas non può accettare il ribasso senza perdere la faccia. Le migliaia di prigionieri palestinesi hanno famiglie, padri, madri, mariti, mogli e figli, fratelli e sorelle. Esattamente come Gilad Shalit. Anche loro chiedono con forza e fanno pressione. Hamas non può ignorarli. Hamas ha fissato un prezzo secondo i precedenti. Da allora la richiesta non è cambiata. Senza dubbio un tale accordo rafforzerebbe Hamas. E verrebbe visto come la conferma del mantra «Israele capisce solo il linguaggio della forza».
Perciò la questione è o sì o no. Il sì significherebbe un colpo per Mahmoud Abbas, la cui linea conciliante non ha portato al rilascio di un solo prigioniero palestinese importante. Gli Usa hanno posto il veto sull'accordo perché rafforzerebbe Hamas, considerata un'organizzazione terroristica, e indebolirebbe Abbas, che considerano il loro uomo. Il no significherebbe la prigionia a vita per Shalit, e un pericolo per la sua vita.
Per 4 anni i nostri leader non hanno saputo decidere, così come non sono in grado di decidere per le questioni importanti (per esempio, due stati o uno stato di apartheid? Pace o insediamenti? Fare un accordo di pace con Abbas o negoziare con Hamas?). Incapaci di prendere una decisione si sono usati vari espedienti. Fra gli altri, l'affermazione che l'embargo di Gaza servisse per liberare Shalit, fin dall'inizio un pretesto falso. Il blocco è stato imposto per costringere la popolazione a rovesciare il regime di Hamas che aveva vinto le elezioni. Il legame con Shalit è servito solo come un alibi penoso.
Ora il blocco è stato in parte revocato. Una grande vittoria della flottiglia umanitaria, che i suoi organizzatori neppure si sognavano. La pressione internazionale ha reso inevitabile questo passo come effetto della stupida decisione di attaccare la nave turca. Il governo ha dovuto riconoscere che «il blocco non ha aiutato a liberare Shalit». I genitori di Shalit hanno protestato. Per loro c'è una connessione diretta tra il blocco e la sorte di loro figlio. Ma è chiaro che, dovendo rassegnarsi a cedere all'opinione pubblica internazionale e a revocare in parte il blocco, il premier Netanyahu e il ministro Barak non hanno pensato per nulla a Shalit.
I familiari di Shalit sono angosciati. Si può comprenderli, ma questo non vuol dire essere d'accordo con loro. Si sbagliano quando criticano la sospensione del blocco e quando chiedono che ai prigionieri legati ad Hamas detenuti in Israele sia proibito di ricevere visita dai loro familiari. Delle due, l'una. Se Noam Shalit, il padre, chiede che i mille prigionieri affiliati a Hamas vengano rilasciati in cambio della liberazione del figlio, non può allo stesso tempo sostenere la persecuzione dei prigionieri che fanno parte di Hamas. Non può chiedere un trattamento umano per il figlio, e nel contempo giustificare un trattamento disumano per la popolazione di Gaza. Questa posizione disorienta l'opinione pubblica e minaccia la campagna per liberare Gilad.
Il messaggio deve essere semplice, chiaro e diretto, e indirizzato a Netanyahu: decidere di fare lo scambio di prigionieri una volta per tutte. La sua incapacità di prendere una decisione rivela tutta la sua incompetenza come leader. Uno scenario terrorizzante. Se è incapace di prendere una decisione definitiva sulla sorte del soldato Shalit, come può prendere una decisione sulla sorte di tutti noi, non per un anno ma per le generazioni a venire?
Traduzione di Chiara Zappalà
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