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Loris Campetti
La nuova classe operaia
Una nuova classe operaia è entrata in gioco. Un paio di generazioni di giovani sta portando nelle lotte sindacali dei metalmeccanici passione e determinazione, rafforzate da un prezioso senso di appartenenza nell’organizzazione di cui si fidano. E si sono date una rappresentanza diretta nelle fabbriche con le stesse caratteristiche. I delegati e le delegate della Fiom giunti da tutt’Italia nel luogo simbolico del conflitto, Pomigliano d'Arco, hanno una certezza: tocca a noi giovani difendere le conquiste sindacali, civili e politiche che i nostri padri e i nostri nonni hanno strappato con le lotte.
La stagione è cambiata, quella delle grandi conquiste è alle loro spalle, oggi bisogna difendersi da usa la crisi per far piazza pulita dei diritti e riportare tutto il potere nelle mani dei padroni, avendo a mezzo servizio una politica subalterna. Si chiede il segretario Landini: «Ma in Parlamento, chi è in maggioranza e chi all’opposizione?». Queste ragazze e ragazzi orgogliosi e combattivi di Pomigliano, degli altri stabilimenti Fiat, dei grandi gruppi e delle
aziende del sud sanno di vivere questa stagione, vedono che gli attacchi alla
Costituzione arrivano da tutte le parti, pensano che bisogna unificare le lotte e hanno in comune con i padri e i nonni la dignità. Un concetto si traduce nel rifiuto di barattare il valore del lavoro con il valore dei diritti perché «il lavoro senza diritti non ha valore».
«In fabbrica, in ufficio, a scuola, a casa senza diritti siamo solo schiavi», sta scritto nello striscione che fascia il palco del cinema-teatro Gloria. Accanto un altro striscione: «La Panda per fare quello che gli pare», a sinistra Marchionne
e a destra la Panda, vettura «schiavi in mano». Mario, delegato di Pomigliano, apre i lavori ringraziando le centinaia di operai e degati che rappresentano
la geografia metalmeccanica italiana e viene subito interrotto da standing ovation. Ringrazia la solidarietà «attiva» fatta non di e-mail ma di scioperi, messi in campo da chi sa che se Marchionne passasse a Pomigliano si aprirebbe una breccia pericolosissima e l'onda anomala travolgerebbe contratti, leggi, Costituzione e l'intero sistema di relazioni sindacali. La Fiat battipista, un'altra volta. Per questo «Pomigliano non si piega» è diventata la parola d'ordine dell'intero movimento. In sala e sul loggione si riconoscono volti e storie note nella crisi, scalatori di tetti e occupanti di strade, autostrade, ferrovie, comuni. Tutti coniugano insieme lavoro e diritti. Come i raccoglitori di pomodori di Rosarno o gli operai Indesit. Mario rende onore ai 1.800 eroi che hanno votato
no, rifiutando il ricatto Fiat, resistendo a pressioni e minacce dei capi, fottendosene dell'occhio degli spioni. Hanno votato no allo scambio lavoro-diritti, vogliono il lavoro, sono pronti ad aprire una vera trattativa con la Fiat perché finora c’è stato solo un diktat. Una trattativa sulla produttività, sui turni anche, ma nel rispetto della dignità di chi butta il sangue alla catena di montaggio: «Sul diritto a scioperare, ammalarsi, mangiare nella pausa dal lavoro e non al termine del turno e solo se non ci sono straordinari, non apriremo brecce». E giù applausi. Ricorda il gioco sporco di Fim e Uilm che hanno «tradito la delega ricevuta dai lavoratori» per entraee nel coro. «Cari compagni della Cgil, state attenti ai rapporti unitari futuri con Cisl e Uil». E conclude, dall'alto dei suoi 35-40 anni: «Questa vicenda mi ha fatto invecchiare in fretta. Ma voi che siete qui mi date la forza di andare avanti. Vi bacerei uno a uno».
Chi - lontani e vicini - sperava che il passaggio del testimone Fiom da Rinaldini
a Landini potesse «ammorbidire» la linea dei meccanici Cgil, in questi giorni è rimasto deluso. Con l’assemblea di ieri, poi, ogni residua illusione finisce nel cestino. Landini, più giovane di Rinaldini, parla come i suoi operai, viene dalla fabbrica e raggiunge il loro cuore. dice con parole dirette quel che tutti provano: fierezza, razionalità, autonomia (dai padroni, dal governo, dai partiti), democrazia verso l’alto e verso il basso. Ricostruisce la vertenza sbugiardando i luoghi comuni - l’assenteismo, l’idea fessa secondo cui Pomigliano è un caso speciale, non un messaggio generale - e ripete la disponibilità Fiom a trattare davvero, sul lavoro, sulla produzione, non sui diritti. «La Fiom non chiederà mai
ai lavoratori di votare contro la Costituzione». Applausi. Landini convince, è un vero sindacalista e ha dalla sua la rete di delegati e dirigenti costruiti sapientemente nella stagione di Rinaldini. Tutti e due vengono, forse non a caso, da Reggio Emilia. Tutti e due hanno lavorato con Sabattini, conoscono il valore dell’autonomia, anzi dell’indipendenza. Persino dentro la Cgil che fatica a far sua fino in fondo la lotta di Pomigliano, come faticò a far sua quella di Melfi che riuscì a liberarsi da un giogo stretto da Romiti non dissimile da quello che vorrebbe stringere Marchionne, che pensa che quel che si può fare in America, compresa la messa in mora dello sciopero, si possa fare ovunque.
All’assemblea non c’era Epifani, impegnato in Canada. Non c’era chi dovrebbe
prendere il suo posto, Camusso, impegnata altrove. C’era Scudiere, promosso dalla segreteria piemontese a quella nazionale. Ha difeso diritti e Costituzione, ha chiesto «realismo», «disponibilità», «modernità», «confronto». Qualche applausino educato per l’ospite. Dal palco interventi a decine, chiude Mimmo di Pomigliano, «fiero di far parte della Fiom». Ha un’idea: «Al centro le persone che lavorano, non il mercato. La nostra forza sta nel 40% degli operai che hanno avuto coraggio e dignità facendo fallire il piano ordito dalla Fiat», e invita la Cgil a prender nota. Il domunento finale letto da Landini passa all’unanimità:
chiama alla lotta la Cgil, fissa appuntamenti, una marcia su Palazzo Chigi da Termini Imerese che coinvolga tutte le regioni, già a luglio.Appuntamento a lunedì, quando la Fiom consegnerà nelle mani di Fini 100mila
firme per una legge su democrazia e rappresentanza e terrà davanti a Montecitorio un Comitato centrale aperto a chiunque abbia a cuore diritti, democrazia, Costituzione.
- 31/07/2010 [9 commenti]
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Gli imprenditori hanno incassato negli ultimi 10 anni tutte le varie forme di precariato che i governi (TUTTI) gli hanno concesso, hanno puntato a dividere gli operai tra di loro grazie anche all'utilizzo di manodopera straniera ancora più ricattabile, ignorando nel nome della produttività anche le norme sulla sicurezza sul lavoro.
Lavoro come operaio in una azienda di grandi dimensioni impegnata nella ricostruzione del dopo terremoto in Abruzzo che agisce in piena libertà facendosi le regole praticamente da sola nella totale assenza di diritti dei lavoratori.
Discutendo della mia situazione con il responsabile FILLEA-CGIL di zona e spiegando in particolare le precarie condizioni di sicurezza (solo 1 anno fa in questa azienda è morto sul lavoro in ragazzo di 27 anni) sapete cosa mi sono sentito rispondere?
"Si quell'azienda non è in regola e non dovrebbe nemmeno lavorare...ma vedi...il proprietario è vicino agli ambienti PD...e ci hanno chiesto di lasciarlo stare..."
Meditate gente. 03-07-2010 15:13 - duke
La situazione non è rosea perchè la trascuratezza e la collaborazione da commensali non hnno fatto evolvere la situazione italiana ma conservare e finire poi con il decadere.
Hanno buttato e stanno buttando la ricerca, la scuola, quindi la specializzazione per trastullarsi sulle pie illusioni della reddittività di carta e non di lavoro, di prodotti finiti.
Il ns si sà è uno stato che ha un buon patrimonio aristico, non ben curato e tutelato, di questo passato ne dovremmo andare orgogliosi, valorizzarlo, ma certamente da solo non può garantirci un agiato futuro, come del resto non può e non riesce a farlo il turismo.
Non avendo nulla se non delle tipicità locali ora in analisi c/o UE, l'unica è la trasformazione, la tecnologia che per opportunità diverse sono abbandonate in quanto questo stato è governato come uno stato con abbondanti risorse minerarie proprie, mentalità instaurata da anni di assistenzialismo all'industria e dalla dismissione dell'industria di stato, strada questa facile per rimpinguare le casse dello stato e forse favorire il privato. 03-07-2010 13:17 - Gromyko
Coloro che fanno il doppiolavoro e scaricano il lavoro che gli spetta sulle spalle dei compagni di fabbrica...dove li mettiamo?
Allora forse ci sta pure che l'azienda in certi giorni....guardi un po' meglio dove stanno i malati veri e quelli finti....
Gli operai onesti non hanno paura dei controlli ai certificati falsi, e i sindacati (leggi FIOM) non possono pretendere che la gente onesta rimanga senza lavoro per proteggere gli amici loro, assenteisti e paraculi... 02-07-2010 23:45 - stefano
il diritto alla malattia aprendo ai 18 turno ed al turno senza interruzione.
Sono assai pessimista sullo sviluppo degli eventi. 02-07-2010 20:57 - pietro ancona
Volevano che in Italia ci fosse solo una sacca di lavoro altamente professionale e di distribuzione.
Ma dopo tutte le finanze dei paesi capitalisti sono precipitate.
Perche?
Perche i soldi si fanno solo con il plusvalore!
Pensavano che era superata la fase della fabbrica e che si doveva decentrare tutto il lavoro.
Ma dopo,quando le loro teorie sono state messe in pretica,abbiamo visto che cosa fossero.
Tutte teorie astratte e inesatte.
Solo la teoria marxista,ritorna come un fantasma e sbaraglia tutti i borghesi intellettualoni che parlavano tanto e ci hanno portato alla crisi più spaventosa di tutti i tempi.
Ora ecco che gli operai servono.Marchionne deve aprire in Italia.Obama apre in Amerika e i tedeschi ritornano in Germania.
Si torna in fabbrica.
Si riaprono le brutte fabbriche.
Si ritorna al made in Italy.
La confindustria cerca accordi con i sindacati.
Ma questa nuova classe operaia che sta entrando in fabbrica ha studiato e capisce.
Ora si tratta di rimettere in piedi un grande movimento. 02-07-2010 19:01 - mariani maurizio