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Galapagos
I corsari che hanno depredato Telecom Italia
«La madre di tutte le privatizzazioni» (come fu definita l’uscita dello stato da Telecom nel 1997) seguita a fare vittime: i dipendenti. Per fortuna non sono
morti fisiche, come nel caso dei quasi 30 suicidi in Telecom France, ma sono licenziamenti, mascherati da procedure di mobilità. E la cosa strana è che mentre Telecom France ha annunciato le scorse settimane circa 10 mila nuove assunzioni, Telecom Italia e vuole fare fuori altri 7 mila dipendenti. Che non sono i primi: otto anni fa - nel 2002 - nel colosso telefonico italiano lavoravano oltre 107 mila persone che alla fine del 2009 erano scese a 71.384. Un taglio di 36 mila dipedenti non è poca cosa: significa che un lavoratore su tre è stato mandato a casa o «girato» a società di comodo dove i diritti sono talmente esili
che spesso non si vedono. I quasi 7 mila che il management vuole eliminare
ora (per 3.700 le procedure sono già iniziate) significano un nuovo taglio
di poco meno del 10% della forza lavoro. Ma è necessario questo nuovo
taglio?
Secondo la logica del capitale, purtroppo la risposta è sì, anche se nell’ultimo anno la Telecom ha seguitato a distribuire dividendi agli azionisti. Il problema è che a a partire da quella maledetta privatizzazione del ’97 la Telecom è stata letteralmente saccheggiata. Vale la pena ricordare che per il 36% del capitale in quell’anno lo stato incassò 26 mila miliardi di lire, circa 12,5 miliardi di euro. L’obiettivo era di formare un nocciolo duro di capitalisti-gestori della società, ma fallì sul nascere: invece del nocciolo duro si formò un «nocciolino» che con poco più del 6%controllava e gestiva Telecom. Il capitalismo italiano in quella occasione non fece bella figura. E in seguito ne fece di peggiori.
Neppure un anno e mezzo dopo alcuni «capitani coraggiosi» - definizione di D’Alema - capitanati da Colaninno, lanciarono una Opa (attraverso la Tecnost) su Telecom e con circa 61 mila miliardi di lire - quasi tutti a prestito - ne assunsero il controllo. Poi Olivetti (di Colaninno) e la Teconst si fondono e a controllare Telecom (con il 22% di Olivetti) è una società lussemburghese: la Bell. A questo punto iniziano i saldi per far cassa e pagare l’enorme debito: in testa Sirtie Italtel. Poi un nuovo scandalo: la Bell (che ha il controllo indiretto di Telecom), viene ceduta a una nuova cordata che per il 23% della Olivetti posseduta da Bell versano ai capitani coraggiosi 4,175 euro per azione, contro
un valore di mercato di 2,25 euro. Una plusvalenza enorme (1.5 miliardi) per chi vende. Un affare per chi compra (Tronchetti Provera e i Benetton) che riescono a evitare il lancio di una Opa, senza che nessuna autorità di controllo abbia qualcosa da ridire. Solo il fisco osò aprire bocca sostenendo che Bell era una società falsa lussemburghese. Ci fu un accertamento con adesione e alla fine i soci di Bell dovettero scucire 156 milioni di euro. Cioè niente. Alla fine dell’operazione Telecom è controllata dalla finanziaria Olimpia partecipata al 60% da Tronchetti Provera.
Nel 2003 un altro scandalo: la fusione tra Telecom e Olivetti. In questo modo tutti i debiti contratti dalla società acquirente vengono addossati alla società preda, cioè la Telecom. Nel 2007 altro passaggio di proprietà: una cordata con a capo la spagnola Telefonica rileva la quota di Tronchetti Provera: il 24% circa di Telecom finisce in una nuova società chiamata Telco. Intanto i debiti crescono e la redditività diminuisce. Il valore delle azioni che al momento della privatizzazione era superiore ai 5 euro è sceso a meno di un euro.
Su Telecom hanno mangiato in tanti, ma a pagare sono stati in tanti: i piccoli azionisti che in una società annunciata come public company non hanno mai contato nulla e, soprattutto, i lavoratori. Forse varrebbe la pena ricominciare da
capo pubblicizzando ai prezzi attuali il 36% di Telecom. Non lo vieta alcuna legge europea.
- 31/07/2010 [9 commenti]
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Tuttavia, non si può però neppure sposare in toto la tesi che i veri industriali, quelli che crescono le loro fabbriche passo a passo spesso con dedizione e talento, siano la faccia buona del capitalismo: questo suona come uno schema vecchio come il cucco e ampiamente superato dalla realtà Al giorno d’ oggi, illudersi di prescindere dalla parte finanziaria nella gestione delle aziende è banalmente ingenuo ed irrealistico.
A mio avviso, invece, ogni caso merita semplicemente un’ analisi specifica e puntuale senza cercare per forza di montarci sopra uno schema “tipo” più o meno generale.
Venendo al caso in specie, ovvero la vicenda Telecom, chi sono in concreto quelli che hanno depredato l’ azienda? Io penso più o meno tutti quelli che ci hanno messo sopra le mani. I loro “complici”? I politici dei vari governi che si sono succeduti, avallando puntualmente le varie “strategie” ed alchimie finanziare, inventate molto abilmente per gettare fumo negli occhi all’ opinione pubblica (leggi: il popolino) ed anche ai media. Anche la Consob, molto “distratta” e pochissimo attenta ai diritti dei piccoli azionisti (dei quali personalmente faccio parte), non è che abbia poi fatto una gran bella figura, omettendo in toto il suo dovere di “guardiano inflessibile” dei mercati (e questa non è che una delle innumerevoli occasioni, tra le quali occorre segnalare come “perla” la famosa vicenda “estera” della FIAT di qualche anno fa, quando la “prestigiosa” famiglia s’ inventò un meccanismo abbastanza “paraculo” per evitare l’ OPA sul 70% degli altri titoli in mano al mercato; questa però è un’ altra vicenda)...
E’ anche vero che l’ accoppiata Colaninno / D’ Alema ha fatto danni giganteschi in questa azienda. Chi sono questi due soggetti? Uno è una specie di capitalista cresciuto alla “squola” di De Benedetti, un “maestro” con un curriculum di storico affossatore di aziende (Esempio: l’ Olivetti) che ha puntualmente spolpato e riempito di debiti (da ripagare con i dividendi, per cui addio agli investimenti industriali!). Il suo allievo ragioniere ha seguito esattamente lo stesso schema. Essendo però entrambi di sinistra e professando la (finta!) fede nelle sorti e progressive… guai a contestarli, vero compagni?!? Invece D’ Alema, forse da buon neofita dei mercati finanziari e della City di Londra, ha cercato di vestire i panni dell’ apprendista stregone, cercando in qualche misura di portare una ventata d’ aria fresca (la nuova razza padana dei Colaninno, degli Gnutti, ecc.) ma finendo invece per essere scottato e bruciato da questa brutta storia. Non parliamo poi del “Tronchetto dell’ infelicità”: al riguardo basta ricordarsi delle intemerate di Grillo…
Come ne escono la finanza e la politica italiane da questa lunga vicenda? Molto male, sinistra compresa.
Per essere poi precisi e per dire la verità in toto, è una grossa palla anche sostenere che ai tempi che furono la Telecom fosse proprio un “gioiellino” (credo che allora si chiamasse ancora STET), ma piuttosto era un carrozzone pubblico dove il clientelismo ed il parassitismo più sfrenato la facevano da padrone. L’ autore di questo articolo qui è molto reticente e si dimentica di dire la verità nuda e cruda, ma forse essendo a priori a favore delle partecipazioni statali e della proprietà pubblica, è leggermente di parte e reticente, o forse vede le cose con gli occhiali rosa, scambiando i propri “desiderata” con la realtà: semplicemente Telecom godeva di fantasmagoriche, irripetibili ed enormi rendite di posizione che le permettevano anche di poter scialare un minimo negli investimenti e nella manutenzione della rete. Essendo poi arrivata la famigerata “concorrenza” che come noto riduce rapidamente i margini di guadagno, tutto il grasso che c’ era è stato in parte tagliato (investimenti nella rete compresi). Anche questo è un fatto credo lapalissiano e fa parte della logica economica dei sistemi anche moderatamente aperti...
Infine, una nota personale: la proposta di Maurizio Mariani circa cosa fare in questo caso con i bastoni ed anche la parte sulle ville dei padroni ha una sua logica, magari leggermente estremista, ma tutto sommato non avulsa dalla realtà… 14-07-2010 22:23 - Fabio Vivian
Perchè lor signori invece di rientrare dal debito elargiscono agli azionisti lauti dividendi? Forse perchè in questo modo tutti gli anni incassano gli interessi sommati ai dividendi?
In questo modo tutti gli anni hanno cospicui profitti. La Telecom è ancora una gallina dalle uova d'oro, e caso mai la situazione dovesse peggiorare e la Telecom fallire loro potrebbero sempre rifarsi sulla rete di Telecom, che è un asset dal valore inestimabile.
Quindi manteniamo la Telecom con un forte debito, incassiamo utili e dividendi, e andiamo a piangere dal governo e dai sindacati chiedendo un aiuto pubblico sotto la minaccia di cospicui licenziamenti.
Sono proprio dei pirati, e la sinistra gli ha spianato la strada abbagliata dai lustrini del libero mercato, del privato è bello e il pubblico inefficente e inefficace.
viva i boiardi di stato!!!! 14-07-2010 18:50 - taba
Misero delle condizioni capestro come l'abolizione della golden share. Ale porte c'era l'appuntamento dell'Euro.
Alla domanda retorica di Fulvia, risponderei che i partiti divisi della sinistra alternativa, ora come allora, erano occupati a dividersi.
Non c'è cosa che gli riesca meglio.Sono o non sono l'ombelico del mondo?
C5 14-07-2010 15:20 - chomsky5
Hanno fatto della TELECOM una porchetta da spolpare e ora che si sono fregati tutto dicono agli operai e agli impiegati che non hanno un buon futuro!
Gli operai e gli impiegati che hanno fatto grande l'azienda dovrebbero prendere dei bastoni,regarsi nelle case dove alloggiano questi signori e distruggere tutto quello che hanno accumulato.Starebbero guasi pari se le loro ville se le portassero via a pezzetti con i loro mobili come hanno fatto per anni con la loro azienda!
Al furto si risponde con il furto!
Anche la Bibbia(testo sagro letto da tutti i cristiani,i mussulmani e gli ebrei) approva quanto dico!
Occhio per occhio!
Dente per dente! 14-07-2010 07:57 - maurizio mariani