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Loris Campetti
Sognando Valletta
Dal ricatto alla rappresaglia, la trasformazione di Sergio Marchionne in Vittorio Valletta procede alla velocità della luce. Il suo obiettivo è isolare e colpire la Fiom e piegare ogni resistenza operaia, prima con il ricatto e oggi, appunto, con i licenziamenti per rappresaglia contro l'unico sindacato che non è si piegato al suo cospetto.
L'amministratore delegato della Fiat non ha digerito l'esito del referendum di Pomigliano da lui stesso imposto, nell'intento di proclamare la pax taurinensis nella fabbrica campana ribelle. Il ricatto - lavoro in cambio di diritti - era stato rispedito al mittente dal 40% degli operai, e Marchionne, dopo giorni di rabbioso silenzio nella sua residenza americana, aveva dovuto abbassare la testa confermando l'investimento a Pomigliano per la produzione della Panda. Non era riuscito a isolare la Fiom, che anzi aveva raddoppiato i suoi consensi in fabbrica. Addirittura, la pax - presentata con una lettera agli operai in cui il postmarxista «liberal» decretava la fine della lotta di classe - è saltata a Torino, e a Melfi, e via via in tutte le fabbriche del gruppo. A Mirafiori si sciopera per avere quel che gli accordi prevedono, il premio di risultato: visto che si distribuiscono dividendi agli azionisti e optional milionari ai dirigenti, gli operai con uno stipendio falcidiato dalla cassa integrazione non capiscono perché a pagare debbano essere sempre e solo loro. Marchionne non ha fatto attendere la sua risposta: licenziato un delegato della Fiom. A Melfi si sciopera da due settimane contro l'aumento intollerabile dei ritmi, con la pretesa Fiat che la riduzione del lavoro da tre turni a due non comporti riduzione della produzione, imponendo agli operai di un turno la cassa integrazione e a quelli dei due turni restanti di spaccarsi la schiena alla catena di montaggio. Anche a Melfi la risposta è arrivata fulminea: un operaio in sciopero licenziato e due delegati della Fiom sospesi, in attesa di licenziamento. Marchionne tenta di praticare l'obiettivo, estendendo a tutti i dipendenti il divieto di sciopero illusoriamente strappato a Pomigliano con un diktat subìto dal 60% della fabbrica. Contro queste aggressioni la Fiom ha indetto per domani lo sciopero generale di tutto il gruppo Fiat.
Forse Marchionne sta sbagliando i conti. Non siamo negli anni Cinquanta, quando Valletta, con i soldi dell'ambasciatrice americana Luce - che consegnava gli «aiuti» del piano Marshall in cambio della liquidazione della Fiom e del licenziamento dei comunisti - e la polizia di Scelba, riuscì a piegare la resistenza operaia. Oggi, è vero, anche Marchionne ha un amico americano, e molto più potente della Luce, ma è escluso che a Obama freghi qualcosa della Fiom, di Pomigliano, Melfi e Mirafiori. Ma soprattutto, la Fiom del 2010 è altra cosa dalla Fiom dei primi anni Cinquanta che scioperava contro l'aggressione americana alla Corea nella guerra che infiammò il 38° parallelo, perdendo così il suo radicamento tra i lavoratori. Oggi la Fiom non sciopera contro l'embargo Usa a Cuba ma in difesa delle condizioni di lavoro, dei contratti, delle leggi e della Costituzione. E così aumenta i consensi nelle fabbriche. Dovrebbe rifletterci, Sergio Marchionne.
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Purtroppo dall'altra parte ci sono improvvisatori per lo piu' arrivisti e gli operai avranno modo di valutare la situazione, sempre che smettano di guardare la televisione. 16-07-2010 01:27 - Murmillus
Ricordarvelo, voi che siete i premi nobel della sconfitta, e' fiato sprecato. 15-07-2010 17:59 - tiny tove
Loro ci guardavano mentre gli dicevamo che fra pochi mesi,avrebbero lasciato tutto.
Oggi invece i padroni sono così sicuri di aver stravinto che non si preoccupano più di far tardi la sera e di andare a vivere alla dolce vita scorazzando per viados e droghe.
Invece si dovrebbero preoccupare e non poco.
Loro credono che dato che nessuno gli rompe le gambe,tutto sia a posto e che tutto vada bene.
invece è proprio il contrario.quelli che prima gli rompevano le gambe sono dispersi o in galera,ma sono rimasti gli operai e la gente che non ce la fa più a campare.
Non ci sono più i Curcio e i Franceschini,ma ci sono mille giovani operai che devono entrare in fabbrica e prendere meno dei loro padri che almeno loro erano ignoranti e non avevano studiato come loro.
Questa nuova generazione di schiavi informati,sanno che stanno vivendo una ingiustizia.Lo sanno e stanno prendendo sempre più coscienza che il loro futuro è nella rivoluzione o nello sciavismo più vile di quello passato.
Tutti uniti contro gli operai.Tutti a dire a questi ragazzi che fa bene e che devono mangiare pane e merda!
Ma questi ragazzi non saranno da meno dei loro predecessori.Devono solo avere una spintarella.
Vedrete come partiranno a razzo fra non molto.Chiamate tutti i Valletta del mondo che non basteranno a contenerli tutti! 15-07-2010 17:26 - maurizio mariani
non ci fossero stati problemi di fabbrica non ci sarebbero stati sciperi, negli anni '50 e neanche oggi.
Il problema poi è vincerli gli scioperi, non procalamarli, ma questa è una questione che non riguarda la corea e non riguarda nemmeno i cortei interni di oggi: riguarda i rapporti di forza concreti basati sempre sull'espansione o riduzione della base produttiva.
Fiat, male e modo suo ne propone un modello.
Noi proponiamo il rispetto di principii.
Non mi facesse male al cuore direi a campetti "scommettiamo chi vince?".
Glielo direi sicuro che vincerà la fiat, purtroppo.
proclamare le magnifiche sorti e progrssive della FIOM non aiuta ad evitare la sconfitta.
arripurtoppo. 15-07-2010 16:40 - valerio caciagli