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Giuliano Battiston
Arcipelago Islam
Nel suo celebre discorso all'università cairota di Al-Azhar, Barack Obama reclamò la necessità di un nuovo inizio, «basato su interesse e rispetto reciproci», tra gli Stati Uniti e i musulmani nel mondo, e si assunse la diretta responsabilità, «in quanto presidente degli Stati Uniti, di combattere contro gli stereotipi dell'Islam dovunque si presentino». Poco più di un anno è passato da quel 4 giugno 2009 che a molti sembrò prefigurare la costruzione di una nuova strategia diplomatica e, insieme, di una cornice narrativo-simbolica opposta a quella del suo predecessore, e la battaglia di Barack Obama contro le letture semplicistiche, parziali e politicamente orientate del complesso mondo islamico sembra essere più necessaria che allora.
Lo dimostra l'interesse polemico suscitato dal saggista americano Paul Berman che nel suo ultimo libro, The Flight of the Intellectuals, critica pesantemente l'acquiescenza degli occidentali verso l'Islam moderato (accusato, sotto le sue vesti liberali, di nascondere progetti egemonici radicali, violenti e jihadisti) e per questo si è meritato - dopo quelle di Pankaj Mishra sul «New Yorker» e di Andrew March su «American Prospect» - le critiche severe di Marc Lynch, docente di Scienze politiche e Direttore dell'Institute for Middle East Studies alla George Washington University. Il quale, su «Foreign Affairs», smontando i presupposti ideologici sottesi alla «cultura di guerra» di Berman che «marginalizza i pragmatisti e rafforza gli estremisti», ribadisce la necessità di distinguere i grandi mutamenti e la competizione antagonistica tra i gruppi riconducibili all'Islam politico.
Processi irreversibili
Nel tentativo di analizzare l'islamismo - sostiene infatti Lynch - sono possibili due approcci: «il primo vede l'islamismo essenzialmente come un unico progetto con diverse varianti, in cui le similitudini sono più importanti delle differenze»; il secondo invece riconosce «le differenze nell'ideologia e nel comportamento dei vari filoni islamisti». A questo secondo orientamento, che rappresenta per Lynch uno strumento essenziale per indebolire l'idea fittizia che l'Occidente sia in guerra con l'Islam, e che distingue e differenzia anziché accomunare indistintamente, che articola e argomenta anziché sentenziare e accusare, si ispirano diversi testi, pubblicati di recente, dedicati all'arcipelago dell'Islam politico.
Tra questi, va segnalato innanzitutto la (tardiva) traduzione italiana di Islam, Popolo e Stato. Idee e movimenti politici in Medio Oriente (traduzione di Mattia Guidetti, Jaca Book, euro 28, pp. 256) di Sami Zubaida, professore emerito di Scienze politiche e Sociologia al Birbeck College di Londra. Un libro, come ricorda l'autore introducendo la terza edizione, scritto negli anni Ottanta, nel decennio successivo alla rivoluzione iraniana del '79, quando cioè l'Islam politico rappresentava ancora una novità, e nel quale non vengono solo criticate esplicitamente le spiegazioni «essenzialiste», che assumono il fenomeno islamico «come un'emanazione delle essenze culturali dei popoli musulmani, considerate storicamente senza soluzione di continuità», ma viene contestualizzata la nascita e la natura dell'Islam politico moderno. Quell'insieme di «idee e movimenti, per lo più di opposizione, che in un modo o nell'altro vogliono istituire uno stato islamico, e che ne cercano il modello nella 'storia sacra' della comunità politica dei fedeli delle origini stabilita dal Profeta Muhammad a Medina nel VII secolo».
Di contro alle letture essenzialiste à la Paul Berman, che si riferisce all'Islam «fondamentalista» e all'Islam tout court come a una forma di religione caratterizzata da uniformità ideologica e da una visione monolitica e impermeabile alle idee e alle concezioni «moderne» e occidentali, Sami Zubaida ricorda come «gli edifici dottrinali e politici che si costruiscono a partire dai 'fondamenti' possano differire largamente»; che l'islamismo ha mostrato una grande diversità di ideologie e stili politici; che «qualsiasi ritorno alle 'fonti' comporta una costruzione di queste fonti in linea con le conclusioni desiderate». E, soprattutto, che revival religioso, «fondamentalismo» e Islam politico sono reazioni politicizzate a irreversibili processi di secolarizzazione. In questo senso, sostiene Zubaida, i movimenti islamici, proprio perché operano ideologicamente (anche laddove le loro aspirazioni vengono teorizzate come panislamiche) all'interno dei paradigmi politici di stato-nazione e «popolo» ispirati dall'Occidente, possono e devono essere compresi solo nei termini dettati dalle condizioni socio-economiche contemporanee, oltre che attraverso un'analisi attenta dei particolari processi di istituzionalizzazione della religione all'interno dei confini statali entro cui si manifestano. Processi dagli esiti imprevedibili e diversi, come dimostrano il caso dell'Iran, «dove la rivoluzione islamica si è normalizzata in uno stato 'regolare'», e dell'Egitto, dove «la richiesta di uno stato islamico è stata dismessa a favore di una islamizzazione conservatrice della società e della condotta dei costumi a tutti i livelli della società».
Al pari di Sami Zubaida, anche Georges Corm, economista e storico, già docente di Pensiero politico arabo contemporaneo, Sociologia dello sviluppo e Storia economica nelle università libanesi, ministro delle Finanze in Libano dal 1998 al 2000, rifiuta un'analisi limitata ai riferimenti storico-religiosi. E nella sua Storia del Medio Oriente. Dall'antichità ai nostri giorni (Jaca Book, pp. 175, euro 16, traduzione di Ida Bonali), si disfa dei sistemi di periodizzazione stabiliti per la storia europea, così come del «prisma politico dell'analisi storica contrassegnata dalle suddivisioni 'nazionali' che l'Europa si è forgiata», e offre una conoscenza «profana» di questa regione del mondo, identificando la «geologia delle culture» che si è formata in Medio Oriente sui grandi zoccoli geografici regionali: l'Anatolia, l'altopiano iranico, la bassa (babilonese e caldea) e l'alta Mesopotamia e l'Egitto.
Nel suo itinerario lungo l'evoluzione del Medio Oriente, dall'antichità fino all'occupazione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti passando per il periodo del dominio coloniale, Corm individua tre modelli specifici di resistenza e reazione al dominio europeo e di modernizzazione: quello turco, «forgiato dall'ideologia laica e nazionalista degli ufficiali dei Giovani Turchi che nasce alla fine del XIX secolo, nonché dal kemalismo»; quello arabo, più precisamente nasseriano, «di rivoluzione e dittatura militare nazionalista, vagamente ispirato al modello kemalista»; quello iraniano, fortemente segnato dal nazionalismo europeo e «caratterizzato da una miscela contraddittoria di conservatorismo e di progressismo nei religiosi, di antimperialismo e di rivolte sociali contro gli interessi della corte reale e dei ricchi proprietari terrieri». Per poi tentare di delineare le ragioni che stanno alla base «della decadenza del Medio Oriente a partire dal XVIII secolo», tra le quali annovera l'uso selettivo e occasionale del diritto internazionale da parte delle potenze occidentali, che continuano a intervenire con operazioni «dal carattere ibrido e contraddittorio, insieme democratico e coloniale».
Un fenomeno moderno
Anziché concentrarsi in maniera specifica, come fa Corm, sull'aspetto geografico e sulla roccaforte regionale dell'Islam, su quella «zona strategica fin dalla spedizione di Napoleone Bonaparte» che è il Medio Oriente, Berverley Milton-Edwards, docente di Politica e Relazioni internazionali alla School of Politics della Queen's University di Belfast, punta l'attenzione «sul mondo musulmano nella sua totalità, o meglio ancora su quei paesi in cui la maggioranza della popolazione è di fede musulmana». E nel libro Il fondamentalismo islamico dal 1945 (presentazione di Francesca Sforza, Salerno Editrice, 18 euro, pp. 240) ricostruisce la storia del fondamentalismo islamico in chiave politica (perché l'Islam, sostiene l'autrice, sin dalle sue radici nell'Arabia del VII secolo «è sempre stato collegato alla politica»), contestando l'idea che l'Islam sia un «anacronismo, una casa monolitica sotto il cui tetto risiede un miliardo di musulmani» e dimostrando l'infondatezza della tesi secondo cui il fondamentalismo islamico sarebbe in rotta di collisione col secolarismo: una tesi, scrive Milton-Edwards, «che si è rivelata incapace di comprendere che islamismo e fondamentalismo sono sostanzialmente un fenomeno moderno».
Un fenomeno che a partire dal 1945, e proprio in virtù della sua matrice politica primaria, ha assunto un posto centrale nello scenario della maggior parte degli stati musulmani. E al «movimento-madre dell'islamismo contemporaneo», I Fratelli musulmani (Jama'a al-Ikhwan al-Muslimin) - la cui nascita non a caso è avvenuta in Egitto nel 1928, «in un periodo in cui il processo di modernizzazione e di secolarizzazione dello stato egiziano si era esteso a tutti i compartimenti del politico» - è dedicato il volume collettaneo curato da Massimo Campanini, docente di Storia dei paesi islamici all'Università di Napoli l'Orientale, e Karim Mezran, direttore del Centro Studi Americani di Roma e docente universitario: I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo (Utet, pp. 282, euro 22).
Distinzioni ambigue
Un testo utilissimo per diverse ragioni: perché non solo analizza in profondità (con il bel saggio di Anthony Santilli) le diverse fasi attraverso le quali il movimento fondato da Hassan al-Banna ha ottenuto legittimazione sociale e politica in Egitto, ma allarga la prospettiva a un'analisi regionale (con i testi di Campanini sul Sudan, di Daniele Atzori sulla Giordania, di Tiziana Giuliani sul Maghreb, di Marco Di Donato sulla filiazione di Hamas) e globale, con i testi di di Stefano Allievi e Brigitte Maréchal sull'influenza del movimento in Europa e di Mezran sulla Fratellanza musulmana negli Usa (in cui si riconosce «il potenziale politico positivo» che i movimenti islamici potrebbero giocare «nel permettere l'integrazione con la cultura e i valori politici del mondo americano»). E soprattutto perché è animato da una ricerca onesta e rigorosa, che giudica «ambigua, euro-centrica, occidentalo-centrica» la stessa distinzione tra islamismo moderato e islamismo radicale, ricusando le accuse di linguaggio biforcuto mosse ai movimenti islamisti «moderati» come «frutto di un pregiudizio ideologico». Per approdare alla consapevolezza che, se è vero che la «presenza contemporanea dell'Islam in Europa è probabilmente da considerare uno dei principali avvenimenti culturali della seconda metà del XX secolo», dobbiamo dotarci di un'adeguata attrezzatura concettuale. Di cui non possono far parte le tartufesche tesi di Berman sull'Islam fascista.
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di gianni - 06.08.2013 06:08












Ciò vuol dire che in effetti se ne sa davvero poco e si ricorre al modello religioso che si ritiene di conoscere meglio.
Mi permetto quindi suggerire l'acquisto e la lettura di un libro che ho trovato molto illuminante sull'islam e la sua evoluzione, perchè scritto da una marocchina di cultura francese, che insegna a Rabat.
Si intitola : ISLAM E DEMOCRAZIA ,(la paura della modernità), di MERNISSI FATEMA
Interessantissima , tra le tante cose, la tesi per la quale ha trovato ragion d'essere "l'odio" per le donne. 21-07-2010 17:05 - alvise
Ma quì si vedono mandrie di cammelli passare per le crune di aghi.
Anzi quì è più facile che un morto di fame diventi cattivo e prenda le armi contro suo fratello ricco,che il ricco accetti di dividere il pane con il suo fratello in Cristo!
Per questo dico che questa società è destinata a soccombere sull'Islam.
Loro almeno rispettano il principio di non dare soldi a usura.
Nell'Islam,non si possono dare soldi con interesse.
La banca del Vaticano lo fa! 18-07-2010 20:37 - maurizio mariani
Solo pochi hanno il coraggio di accettare quanto diceva Democrito: che tutto nell'universo (compresi noi stessi) è frutto del caso e della necessità, gli atei e gli agnostici sono tanto più da ammirare in quanto si sforzano di vivere questa vita senza un dio, un profeta o un libro sacro che gli dica cosa fare, gli atei e gli agnostici accettano di essere frutto del caso e della necessità e non vivono di illusioni religiose.
Se ci sono atei che si sposano in chiesa e fanno battezzare i loro figli, questo è un problema di coerenza personale e se la vedranno con la loro coscienza. Che ti come credente ti senta discriminato è ridicolo! Quali sarebbero le discriminazioni subite dai credenti?? Semmai siamo noi agnostici e umanisti laici che avremmo qualche lamentela da fare. 18-07-2010 00:43 - paolo1984
Da parte mia nessuna simpatia per le gerarchie cattoliche e per l' uso distorto della fede che viene fatto in Italia da parte di tanti politici bigotti, parrucconi e molto ipocriti (si professano fedeli della chiesa, poi ne fanno di peggio di Bertoldo; ma la cosa clamorosa e peggiore è che pretendano pure di fare la morale agli altri!). Tuttavia non si può non notare che (finalmente, almeno dal mio punto di vista!) l' evidente secolarizzazione della società italiana e più in generale occidentale riesce talvolta a porre un freno alle pretese "educatrici" ed ai tentativi impropri d' ingerenza della chiesa cattolica stessa. Lo so benissimo anch' io che loro ci provano sempre a condizionare ciò che non dovrebbbero, ma per fortuna la società civile è sufficientemente autonoma e forte da non farsi manipolare più di tanto. Detto ciò, mica si può far finta di non vedere cos' è l' islam e come viene usata questa religione, spesso come "arma contundente", semplicemente per ottenere potere e prestigio, altro che religiosità praticata e sentita!
Per Mariani:
Anch' io sono cattolico, nel senso di battezzato, ma da molto tempo ho smesso di credere, non dico in una divinità, ma per lo meno nelle varie istituzioni religiose (cattolica, ebraica, islamica, induista, ecc. ecc.). Non avrei nulla da eccepire, ad esempio, se le gerarchie ecclesiastiche si attenessero sscrupolosamente al precetto evangelico "date a Cesare ciò che è di Cesare ed a Dio ciò che è di Dio". Noto semplicemente che si guardano bene dal farlo. Se poi guardiamo all' islam, credo che lì la fede religiosa sia di fatto un semplice mezzo, usato anche con una certa violenza, banalmente per prendere e mantenere il potere; non accorgersi dell' uso politico che viene fatto in quasi tutto il mondo musulmano della fede islamica sarebbe paradossale, tanto la cosa mi pare evidente.
La religione è l' oppio dei popoli? Per me sì. La cosa peggiore, però, è che a quasi tutte le latitudini ed in moltissimi paesi, c' è sempre qualcuno subito pronto ad ergersi a paladino delle divinità li professata ed ad usare la fede religiosa per scopi molto ovvi, che però nulla hanno a che vedere con la fede: ricerca del potere, arricchimento personale, ecc ecc... 17-07-2010 22:43 - Fabio Vivian
Abbiamo una struttura fatta da battesimi,comunioni e matrimoni.Ci facciamo seppellire con i sagramenti e facciamo questo ai nostri figli.
Conosco degli atei che hanno fatto battezzare i figli e degli intellettuali di sinistra che non mancano in chiesa,per non essere discriminati.
Questo per me è ipocrisia.
Io personalmente,non sono uno di quelli che vanno in chiesa e il prete di zona neanche mi conosce,ma ti posso dire che credo come credono tante persone semplici come me.
Ammiro quei popoli che non si perdono dietro ai progressi scientifici,ma che sanno distinguere la fede con il progresso.
So di molti scienziati credenti e di molti stupidi che fanno il verso a quello che in questa società va più di moda.
Discriminare i credenti.
Io mi sento discriminato in una società come questa!
Eppure comandano i preti!
Ecco quello che ti voglio far capire! 17-07-2010 19:12 - maurizio mariani
Perdonate l'errore comunque la sostanza di ciò che ho scritto rimane invariata 17-07-2010 18:25 - paolo1984
"non desiderare la roba d'altri" è la legittimazione divina della proprietà privata, tra l'altro la roba e la donna sono messe sullo stesso piano. 17-07-2010 17:20 - paolo1984
Sono arrogante se chiedo che la mia miscredenza e il mio agnosticismo siano rispettati?
Prima di Copernico e Galileo tutti credevano che la Terra fosse immobile al centro dell'universo e che il sole le girasse attorno. E non era vero. 17-07-2010 17:16 - paolo1984
Non dico questo perche credo nell'Islam.Io credo,anche con mille dubbi e con mille situazioni che mi fanno pensare male,alla Santa Romana Chiesa,dove sono stato battezzato,cresimato comunionato e un giorno anche benedetto con l'olio dei morti.Dico questo come critica interna alla mia parte.
Come quando facciamo la critica alla sinistra.
Credo che stiamo perdendo e che perderemo ancora perche abbiamo dimenticato il perchè di tutto questo credo.
Io credo!
Sbaglio?
Quindi se credo in un idea o in una chiesa penso che si possa,da credente cercare di capire perche l'Islam cresce e la mia chiesa no?
Per chi non crede questi miei pensieri possono essere assurdi,ma sappiate che a credere siamo ancora in milioni,noi operai. 17-07-2010 15:37 - maurizio mariani
Parlare di regimi islamici tolleranti o meno e' ancora piu' ridicolo visto che gli americani hanno eliminato il secolare Saddam per mettere al potere gli Shia fanatici e hanno appoggiato i taleban quando gli faceva.
La coerenza non e' proprio il forte del mondo pragmatico e capitalista. 17-07-2010 14:57 - Murmillus