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COMMENTO
23/07/2010
  •   |   Nicola Tranfaglia
    Una Fiat senza operai

    È facile di questi tempi trovare chi pensa che le scelte della Fiat a Pomigliano, a Termoli e negli altri stabilimenti della penisola siano espressione di una politica capitalistica moderna e adeguata alla crisi economica europea.
    Oppure che la scelta, solo in apparenza estemporanea, di portare la produzione della nuova monovolume in Serbia piuttosto che a Torino Mirafiori, rappresenti soltanto una variazione sul tema e non il perseguimento coerente del progetto di Marchionne di smantellare dopo la chiusura già decisa di Termini Imerese nel 2012, tutte le produzioni italiane. Per fortuna in nuovo attacco della Fiat non ha colto di sorpresa né la Cgil né il comune di Torino.
    Ma questo fraintendimento politico è possibile soltanto perché il nostro è un paese senza memoria: le classi dirigenti delle generazioni più anziane non sono riuscite a comunicare alle nuove la vicenda centrale dell'industrializzazione italiana, delle lotte operaie e contadine, delle conquiste che hanno cambiato il nostro paese negli anni sessanta ed hanno proposto un modello di capitalismo, almeno in parte, rispettoso dei principi costituzionali e dei diritti dei lavoratori.
    E' quel capitalismo che ha recepito lo Statuto dei lavoratori e ha ottenuto che le imprese, come afferma la costituzione, tenessero conto delle esigenze poste dagli interessi generali della comunità sociale nella nostra economia.
    Non è un caso che oggi l'attacco della destra berlusconiana cerca di intervenire contro lo Statuto dei Lavoratori e gli articoli della costituzione 40-43 che si occupano dei limiti alle imprese economiche.
    In altri termini la Fiat vuole approfittare della crisi europea e italiana per ritornare a un capitalismo che mette da parte ogni limite e ha un dominio assoluto sui lavoratori come sulla gestione delle imprese.
    Lo scorporo, appena avvenuto, del settore auto dalle altre aziende contribuisce a un simile obbiettivo.  E' necessario poter licenziare gli operai che non accettano il ritorno a quel modello di capitalismo e l'esempio, appena dato, di cinque operai licenziati nell'ultima settimana, va nella stessa direzione.
    Ma questo serve in primo luogo per accrescere il profitto dell'impresa, per ritornare all'utile dopo alcuni anni, come dicono oggi i portavoce della Fiat o è piuttosto un aspetto cruciale, centrale del modello di capitalismo che si vuole restaurare?
    Credo proprio che si tratti della seconda ipotesi: senza operai che accettano l'accantonamento della Costituzione e delle leggi repubblicane approvate nei decenni dalle lotte sociali è impossibile ritornare a quel modello di capitalismo degli anni cinquanta che ora riemerge con forza dalla politica Fiat.
    Quel capitalismo prevede appunto i licenziamenti operai e la fine dell'ordinamento costituzionale del 1948. E questo, come direbbero Quagliariello o Gasparri, rientra appieno nel programma elettorale della coalizione formata da Berlusconi nel 2008 come in quella del 1994 e del 2001.
    Un modello che ha come precedente decisivo il Piano di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli, e che riemerge tutte le volte che l'imprenditore di Arcore raggiunge il potere.
    Fino a quando le opposizioni non comprendono il legame di fondo che tiene unite la questione sociale e quella politico-costituzionale, sarà sempre Berlusconi a tenere il bandolo della matassa e a mantenere la sua egemonia culturale nel nostro paese. E intanto la distanza economica tra Nord e Sud aumenta anche se l'impoverimento degli italiani riguarda tutto il paese che avrà sempre di più, i pochi soliti noti sempre più ricchi, e la drammatica discesa nella povertà di tutti gli altri.
    Il partito democratico, che oggi continua ad essere la forza maggiore del centro-sinistra, non ha ancora fatto una scelta chiara a questo proposito, o almeno non la ha esplicitata. Ma bisogna invece farla con chiarezza.
    Soltanto se ci si batte, nello stesso tempo, per la difesa della Costituzione repubblicana, per i principi della democrazia moderna e per una soluzione della questione sociale, soltanto se si portano in primo piano i diritti delle masse lavoratrici e la difesa dello Statuto dei lavoratori come dei principi costituzionali potremo pensare di sconfiggere il modello piduista e convincere gli italiani a scegliere il centro-sinistra come alternativa effettiva al populismo autoritario impersonato da Berlusconi e dalle forze che lo sostengono.
    Non esistono possibilità di accordi stabili con chi, come Casini, cerca disperatamente di essere al centro di uno schieramento politico scompaginato dal populismo e sostenuto dalla Confindustria di Emma Marcegaglia senza esitazioni.
    Ma gli elettori della destra oggi sono divisi e possono essere convinti - tanti anche se non tutti - a ripudiare finalmente un modello come quello berlusconiano, profondamente antidemocratico. Un modello che si pone esplicitamente contro le tradizioni democratiche e repubblicane che hanno percorso, in tanti momenti importanti, la nostra storia e ne hanno fatto il paese che, malgrado tutto, amiamo.


I COMMENTI:
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  • Tutti pronti a criticare la FIAT e a imprecare la delocalizzazione in Serbia e la mancanza di senso della nazionalità italiana dell'azienda. VORREI PERÒ FAR
    NOTARE A TUTTI, SINDACATI
    OPERAI FIAT E GIORNALI COME IL MANIFESTO O REPUBBLICA O LA STAMPA CHE QUANDO SI CRITICA
    [CON RAGIONE] SI DEVE ANCHE ESSERE COERENTI. E CIOÈ CHIEDERE UN PÒ PIÙ DI SENSO DELL'ITALIANITÀ QUANDO SI FANNO
    PASSEGGIARE IN AUTO DI LUSSO STRANIERE PAGATE DA TUTTI NOI
    [FIAT INCLUSA] I NOSTRI SGOVERNANTI [NON È UN ERRORE]. UN RICHIAMO PARTICOLARE CREDO DOVREBBE VENIRE DAGLI STESSI OPERAI CHE FABBRICANO AUTOMOBILI
    IN QUESTO PAESE E CHE DELLE AUTO
    DIPENDE IL LORO LAVORO E IL LORO
    FUTURO. SE UN DISCORSO COSÌ NON CÈ NESSUNO DISPOSTO A FARLO:
    PER ME LA FIAT È PIÙ CHE GIUSTIFICATA A DELOCALIZZARE.
    IN QUANTO TROVO DIFFICILE DOMANDARE SENSO PATRIOTTICO A UNA MULTINAZIONALE PIÙ CHE AI
    SGOVERNANTI DELLO STESSO.
    UNA SEMPLICE DOMANDA: QUANTO COSTA ALLA FIAT IN PUBBLICITÀ
    NEGATIVA [O A QUALSIASI AZIENDA] IL FATTO CHE I GOVERNANTI DEL PAESE USINO E COMPRINO MANUFATTI ESTERI CHE IL PAESE STESSO PRODUCE?
    SARKOZY, MERKEL, BROWN O OBAMA
    NON FANNO LO STESSO ERRORE, MA
    LORO HANNO UN'OPINIONE PUBBLICA
    E DEI CITTADINI INFORMATI CHE
    ESIGGONO ONESTÀ E COERENZA. 24-07-2010 18:24 - Rocco Crocitti
  • simone sono perfettamente d'accordo con te; i tipi come fabio appartengono alla categoria dei lacchè; il loro sogno e la loro massima aspirazione è diventare servi per rimanervene in eterno, in fondo poveretti fanno proprio pena; io un invito la farei a fabio e camerati: guardatevi allo specchio e poi dopo attenta riflessione comportatevi di conseguenza; 24-07-2010 14:59 - roberto grienti
  • caro Fabio, mi sa che di sindacato non capisci proprio niente. e neanche di dignità. La Fiom non è un'entità astratta, siamo operai seri ed intelligenti e non ci facciamo mettere i piedi in testa da grassi milionari. Deficente! 24-07-2010 14:44 - massimo
  • la prosa di tranfaglia dovrebbe piuttosto essere definita poesia:diritti costituzionali, statuti dei lavoratori e poi P2 e complotti antidemocratici.

    Ma tranfaglia sa o no che quando si scriveva lo statuto dei lavoratori per fare 1 milione di auto ci volevano duecentomila persone e oggi per lo stesso milione ce ne vogliono 10 000?
    Sa, tranfaglia, che le macchine oggi sono fatte dalle macchine?
    Sa che lo sparuto drappello di operai necessari per il milione di auto possono essere reperiti ognidove perché non devi cercare tornitori, fresatori, aggiustatori meccanici, ma semplici sorveglianti del ciclo produttivo?
    Sa , questo professore, che nonostante l'esiguità della manodopera impiegata è meglio per il sistema paese avere un'industria automobilistica che non averla?
    Sa, egli, che per avere questa industria conta di più il sistema paese che garantisca la certezza della produzione che i bassi salari (infatti Fiat è disposta a spostare la Panda dalla polonia a pomigliano)?

    E' sul sistema paese che dobbiamo agire perché l'industria sia ancora possibile in Italia.
    Berlusconi se ne sbatte del sistema paese; un po' piu' sorprendente che lo faccia anche la sinistra, specialmente la sinistra cosiddetta di classe che si rifugia, come tranfaglia, nei miti di un passato operaista morto e sepolto.
    Il mondo è cambiato, dobbiamo cambiare anche noi o siamo solo dei cadaveri ambulanti. 24-07-2010 14:30 - valerio caciagli
  • Alcuni commenti mi sembrano partoriti dall'ufficio stampa della FIAT...io credo che un'azienda come la FIAT debba avere la responsabilità sociale. Così come credo che lo Stato debba aiutare la FIAT. Quest'ultima cosa è avvenuta con sussidi di ogni tipo negli ultimi 20 anni. Ora che la situazione economica italiana è quella che è anche la FIAT farebbe bene a restituire allo Stato - e quindi ai lavoratori - un pò di quello che in passato ha ricevuto con tanta generosità. Se la FIAT vuole produrre un'altra auto "del grande orgoglio italiano (ricordate la pubblicità della 500, auto prodotta in Polonia?), può farlo, nessuno glielo impedisce. Ma la prossima volta che dovrò cambiare l'auto, forse io come tanti altri, saremo meno propensi ad entrare in un concessionario FIAT. 24-07-2010 12:01 - stefano
  • Finchè esite un sindacato come la cgil, che pensa solo a proteggere gli interessi suoi e degli amici scansafatiche e parassiti che per anni hanno impestato il sitema industriale in questo nostro Paese, noi saremo sempre la ruota di scorta dell'economia, mai quella trainante. Ora la palla passa agli operai, quelli veri, che se ne devono liberare prima possibile, perchè il danno, oltre che al Paese è anche il loro. 24-07-2010 11:40 - Matteo
  • il problema è di tutti noi cittadini e lavoratori , sarebbe opportuno togliere tutte queste separazioni , tra lavoratori .Non capisco cosa serve oggi avere 30 categorie sindacali , non potremmo farne 3 o 4 come nel resto dei paesi in cui i sindacati hanno potere.
    basta fare 4 sindacati , industria, servizi, trasporti, pubblico impiego. vedi poi come ci si unisce , ma noi italiani non ci riusciamo , ognuno gurda il proprio orto, e non aiuta chi ha l'orto malato di fianco .
    se fossimo uniti nel difendere i nostri diritti conquistati dai nostri padri e nonni con fatica e sangue, li difenderemo anche x i nostri figli , difendersi oggi per il nostro futuro.
    E poi cosa importante europa unita ma non nei diritti e doveri ,il gioco della vita e dignità deve valere ovunque. 24-07-2010 11:31 - giorgio
  • Fabio, complimenti, ci tieni tanto al futuro medioevale delle nuove generazioni... ma quanto ti pagano ad ogni commento o cazzata che scrivi?
    Penso poco, meglio sfruttato che disoccupato, tanto a te va bene così no?! 24-07-2010 10:42 - Simone
  • Negli anni 90 l' Albania, fino a ieri o quasi la Romania, oggi la Serbia, il capitalismo ha deciso di invadere con la sua selvaggia ingordigia del profitto anche questo paese, dove la disoccupazione è quasi al 60% e quindi dove la gente,
    pur di sopravvivere, è costretta ad accettare paghe da fame! Il capitalismo, la borghesia e l'intelighentia vanno abbattuti e sradicati dalla faccia della terra ! 24-07-2010 09:46 - ermanno
  • al solito si rovescia causa ed effetto: non è la fiat che approfitta del capitalismo per tornare a uno sfruttamento assoluto dei lavoratori. al contrario, è la crisi che costringe a tale sfruttamento in cerca di reddittività. nella prima ipotesi si cerca di restaurare, da sinistra, una democrazia del welfare e dei diritti: la crisi sarebbe passeggera, l'ennesima crisi ciclica a cui seguirà un nuovo boom dell'accumulazione, e quindi occorrerebbe salvaguardare i ceti più vulnerabili per evitare che la crisi diventi pretesto di un nuovo assetto oppressivo del capitalismo. ma nella realtà nuovi settori produttivi potenziali espansori dei mercati e della crescita non si vedono, e chi aspira alla difesa della "democrazia del lavoro sorta dall'antifascismo" si dovrebbe degnare di indicarli, altrimenti occorre dichiarare l'insostenibilità di una tale prospettiva. nella seconda ipotesi, quella secondo cui siamo in una crisi sitemica globale inesorabile senza via d'uscita, si avanza invece una proposta di emancipazione dal capitalismo: se la crisi è sistemica e segna addirittura una crisi di civiltà è da questa constatazione che occorre partire per un qualsiasi pragma di ampio respiro e non perdente in partenza. paradossalmente, per quanto l'articolo affermi che la volontà restauratrice è della Fiat e del capitale, è la stessa sinistra che rimanendo alla prima ipotesi fa un discorso conservatore e reazionario, con velleità restauratrici: se infatti l'accumulazione del capitale non è più possibile (vedi disoccupazione, finanziarizzazione dell'economia e imprese che si sostengono col debito pubblico), aspirare alle tutele e ai diritti della moderna democrazia di mercato, significa non muovere un passo verso la logica sistemica di esclusione e (detto in termini generici) di oppressione avanzanti. in questo senso, a mio modestissimo avviso, la p2 e la p3 hanno funzioni diverse in contesti mutati. la p2 si muoveva nel mondo diviso in blocchi sul solco dell'anticomunismo. la p3 è qualcosa che ha più a che vedere con la 'mafiosizzazione' della vita istituzionale proprio in virtù di quella crisi di accumulazione cui accennavo e che si traduce in aumento smisurato dela corruzione e nell'accaparrazione dell'accaparrabile senza strategia e futuro a lungo termine (e direi neanche medio), in un continuo movimento di fuga in avanti. 23-07-2010 22:46 - lpz
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