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COMMENTO
24/07/2010
  •   |   Marco Bascetta
    Università deformata

    Non è colpa di von Humboldt, padre dell'Università moderna europea, e nemmeno del Sessantotto, padre e madre di ogni vizio e dissolutezza. La miserabile Università italiana che miserabilmente si intende riformare per l'ennesima volta ha una paternità assolutamente certa: i cosiddetti liberisti di sinistra. Da dove proviene, se non da loro, il moltiplicarsi insensato dei corsi di laurea, il fiorire di pseudodiscipline come l' "etica aziendale" o la "consulenza filosofica"? La proliferazione di master e specializzazioni psichedeliche a costi esorbitanti? Il sistema creditizio che ha trasformato il corso degli studi in uno spezzatino insipido e indigesto, in una competizione autistica tra futuri sottoccupati? Il sistema delle lauree brevi, destinato a produrre competenze tanto precarie quanto le occupazioni nelle quali (solo in teoria) sarebbero state impiegate?
    E adesso i responsabili di questo disastro, ormai conclamato, i riformatori, i modernizzatori, i cantori della libera impresa, ci vengono a dire: «non vorrete conservare questa porcheria? Come dare torto a Tremonti e Gelmini che vogliono tagliare il costo esorbitante di questo baraccone, eliminare sprechi e inefficienze?». Di memoria breve, seppur di consulenza lunga, i liberisti di sinistra, hanno già dimenticato quando l'Università La Sapienza di Roma si fregiava, attraverso costose campagne pubblicitarie, del discutibile titolo di "fabbrica del sapere" e gli atenei si rincorrevano nell' inventare specchietti per le allodole e insegnamenti modaioli con lo scopo di attirare il maggior numero di studenti da formare nel tempo più breve e con la minor spesa possibile, mettendo in scena un ridicolo criterio di produttività.
    Hanno rapidamente rimosso le favole sul coinvolgimento delle aziende e delle realtà produttive territoriali che accompagnavano il diffondersi capillare delle sedi universitarie fin nelle più remote provincie, andando incontro a un destino certo di miseria nera e di insignificanza culturale. Non ricordano più, i nostri riformatori, gli insulsi corsi di studio che avrebbero dovuto assecondare la mitica domanda delle imprese, riuscendo a soddisfare tutt'al più nepotismi e clientele.
    Ciò che dovrebbe essere chiaro a chiunque non sia accecato dall'ideologia è che l'Università italiana non è stata devastata da un'assenza di riforme, ma da una sovrabbondanza di cattive riforme a cui quella della ministra Gelmini, ora approdata in Senato, va ad aggiungersi, veicolando inoltre l'invereconda pretesa che il taglio delle risorse possa essere più purificatore del loro migliore impiego, in un improbabile circolo virtuoso tra merito e risparmio. Non avendo idea alcuna della funzione dell'Università di massa nel nostro tempo, o meglio condividendo quella propugnata, con gli esiti che abbiamo visto, dai liberisti di sinistra, incapace di rubricare, secondo una diversa logica, la spesa e l'investimento, l'opposizione di sinistra si troverà a scegliere, ancora una volta, tra complicità e impotenza.
    Del resto, la regola aurea, fin dai tempi di Zecchino e Berlinguer, ribadita ancora ieri da Mariastella Gelmini, è sempre la stessa: «il compito della riforma è il riavvicinamento dell'Università al mercato del lavoro». Obiettivo mancato per più di un trentennio nel vano inseguimento di una visione mitologica del sistema delle imprese e della sua presunta vocazione all'innovazione. Il mercato del lavoro italiano, capriccioso e gretto, è una fotografia del presente, forse addirittura una nostalgia del passato, di certo non una proiezione sul futuro. Anche se, nella precarizzazione del lavoro, nel taglio delle risorse, nel rafforzamento delle gerarchie, il riavvicinamento è certamente arrivato a buon punto. E se fosse invece il mercato del lavoro a doversi adeguare all'università, ai suggerimenti della ricerca e della sperimentazione, al livello culturale della nostra società, dei suoi bisogni e delle sue potenzialità? Per un liberista di sinistra si tratta di una bestemmia. Come voler imporre un artifizio alla legge di natura.


I COMMENTI:
  • Sono abbastanza d' accordo con l' articolo. L' università italiana ha innumerevoli e smisurati problemi: centuplicare i corsi, creare formule seduttive e "cosmetiche" per attirare studenti è qualcosa che serve solo all' Università stessa per auto-sostenersi ed auto-promuoversi. Fosse per me, applicherei un unico programma: "back to the basics!". Non sono neppure contrario ai tagli della Gelmini: se un' istituzione non funziona, molto meglio tagliare (almeno così non si sprecano risorse). Inoltre, ci vorrebbe un minimo di programmazione sui corsi di laurea e sui posti: a cosa serve avere innumerevoli laureati in lettere antiche / filosofia, etc. se poi il massimo cui possono ambire è una cattedra di prfessore in un liceo? Invece occorrerebbe far prevalere le materie economiche, scientifiche e tecniche, maggiormente funzionali e rivendibili sul mercato del lavoro. Infine, le aziende e l' Università dovrebbero "contaminarsi" maggiormente, anche se non è facile: all' Università la ricerca applicata interessa poco, mentre alle aziende invece interessano quasi solo i profitti; ergo, un reale punto di possibile contatto è sempre molto aleatorio ad trovare... 26-07-2010 21:30 - Fabio Vivian
  • Non concordo con il taglio fazioso e assieme molto generico dell'articolo. L'Università italiana non sta certo bene, tuttavia non merita queste posizioni preconcette ed ideologiche. Se la situazione è così grave, perché molti risultati sono ampiamente positivi (statistiche OCSE), a fronte delle magre (oggi risibili) risorse assegnate? Di sicuro bisognerebbe approfondire l'analisi, anche distinguendo percorsi e risultati delle discipline scientifico-sperimentali e delle aree economico-sociali.
    Infine, il DDL 1905 si guarda bene dall'affrontare il cuore del problema: lo stato giuridico dei professori universitari. E' curioso, ma mettere mano all'attuale regime non è argomento di discussione e non sembra interessare, né a destra né a sinistra. Che vada bene a tutti i garantiti è evidente, meno evidente perché i precari rivolgano le loro giuste critiche ai "baroni", quando i privilegi discendono dallo stato giuridico attuale. La mancanza di etica pubblica e la bulimia da incarichi extra-universitari che vediamo in alcuni dovrebbero appunto essere frenati e non favoriti dalla legge. 25-07-2010 09:04 - Fabiano Miceli
  • Articolo molto interessante e pieno di verità. Osservo soltanto:
    1) che Luigi Berlinguer non era un liberista di sinistra, categoria, credo, inventata dopo.Le colpe vanno alla straordinaria presunzione di questo studioso di storia del diritto sardo che ha avuto l'ardire di cimentarsi con Giovanni Gentile e, in generale ai "riformisti" di sinistra (concordo, quindi, con il commento di Bartolo Angliani);
    2) che l'Italia tutta e non la sola università è stata distrutta dalle troppe riforme. L'ideologia riformistica, infatti, è sintomo di depressione. Chi vuol cambare tutto della propria vita è depresso;
    3) che, pur essendo falsa la pretesa che il taglio delle risorse possa essere più purificatore del loro migliore impiego, è tuttavia vero che il taglio dei corsi di studi, dei curricula e dei contratti imposto dal taglio delle risorse importa un miglioramento netto dell'offerta formativa. Nel mio consiglio di Facoltà proponevo queste modifiche da anni, tra i sorrisi di molti colleghi. Ora la crisi - sia benedetta - impone quel miglioramento. 25-07-2010 07:31 - appelloalpopolo.it
  • l'università italiana è ormai alla canna del gas, quello che servirebbe veramente in italia non è una riforma universitaria ma una riforma del mondo del lavoro alcune professioni sono più simili a caste che a gruppi di professionisti. inoltre si potrebbero spostare il peso fiscale dal lavoro alla rendita incentivando i lavori innovativi e quelli che rispettano l'ambiente. 25-07-2010 01:49 - massi
  • Complimenti per l'articolo: fotografia perfetta, che pochi, per un motivo o per l'altro, hanno il coraggio di mostrare. 24-07-2010 23:49 - Fabio, ricercatore universitario
  • Fino a che siva in cattedra per cooptazione eil barone e' inamovibile sara' solo merda.
    Una volta un professore di chirurgia, figlio di un ex ministro democristiano, mi disse che i professori sono piu' potenti dei miistri perche i ministri passano i professori restano. E' solo un esempio che credo possa illuminare
    Se sei bravo ti tagliano le gambe e l'unica cosa che devi fare e' portare la borsa, accompagnare in macchina e fare il facchino nella attivita' privata del barone, fatta naturalmente a scapito e a spese della cosa pubblica. Posso fare nomi e cognomi ma non e' il caso in questa sede.
    tutto il resto sono chiacchiere.
    la proliferazione delle cattedre e'stata voluta per dare ancora piu potere di scambio e di ricatto ai baroni. nessun altro motivo. inoltre in questa melma l'ignoranza e la presunzione domina incontrastata. le pubblicazioni? se sei bravo non ti mettono in condizione di produrre a meno che non sevano per tirare la baracca del barone, se non vali nulla beh ti puoi sempre inventare i dati giusti e portare molte borse co lingua pesante. Posso fare nomi e cognomi ma non e' il caso in questa sede. 24-07-2010 23:28 - Murmillus
  • Non erano solo i liberisti di sinistra a cianciare di università utile e di rapporto col mercato del lavoro. C'erano anche molti che ora stanno a sinistra, molto a sinistra, i quali erano convinti che quella cosiddetta riforma fosse una cosa molto progressista. Lo sfascio inaugurato da Berlinguer (da non confondere con il Berlinguer "grande") fu accompagnato da motivazioni molto di sinistra. Sarebbe utile tornare a sfogliare le cronache di quel tempo per evitare che adesso qualcuno che è stato responsabile delle peggiori scelte demagogiche si trovi all'improvviso a manifestare contro la Gelmini, cercando di nascondere il fatto che in quella strategia di distruzione dell'università pubblica la Gelmini non ha fatto altro che procedere sulla strada segnata da Berlinguer cancellando certe apaprenze progressiste ma conservando intatto il nocciolo di quel progetto: distruggere la scuola pubblica. Va bene protestare contro la Gelmini, ma non dimentichiamo chi è stato il primo autore di questa situazione. Bascetta ha cominciato ma bisogna approfondire perché tutto il veleno berlingueriano è, ben distillato, presente nelle elaborazioni (per fortuna del tutto teoriche, tanto al governo non ci torneranno mai più) dei Democratici. Se un ipotetico prossimo governo di centrosinistra avesse un ministro della scuola e dell'università proveniente dal PD, ci toccherebbe rimpiangere la Gelmini. 24-07-2010 19:17 - Bartolo Anglani
  • Abolire il titolo di "dottore"
    dovrebbe essere il primo passo
    di una riforma. Si cominci con l'eliminazione del ridicolo
    di "dottori" semianalfabeti. 24-07-2010 17:31 - Rocco Crocitti
  • Mi sono laureato in architettura alla Sapienza nel 1981. Cosa mancave in quel tempo? L'obbligo del tirocinio, che credo sia fondamentale per la crescita professionale di un neo-lureato, e per piccoli-medi studi professionali, che avrebbero avuto collaboratori freschi di laurea, e con tanta voglia di "capire" la professione, e di imparare il mestiere dell'architetto. Cos'è rimasto di tutto cio? Niente, se non inutili corsi di laurea triennali o quinquennali con nomi fantasmagorici. Avanti il prossimo DEformatore dell'università 24-07-2010 16:49 - Franco
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