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Marco Bascetta
Università deformata
Non è colpa di von Humboldt, padre dell'Università moderna europea, e nemmeno del Sessantotto, padre e madre di ogni vizio e dissolutezza. La miserabile Università italiana che miserabilmente si intende riformare per l'ennesima volta ha una paternità assolutamente certa: i cosiddetti liberisti di sinistra. Da dove proviene, se non da loro, il moltiplicarsi insensato dei corsi di laurea, il fiorire di pseudodiscipline come l' "etica aziendale" o la "consulenza filosofica"? La proliferazione di master e specializzazioni psichedeliche a costi esorbitanti? Il sistema creditizio che ha trasformato il corso degli studi in uno spezzatino insipido e indigesto, in una competizione autistica tra futuri sottoccupati? Il sistema delle lauree brevi, destinato a produrre competenze tanto precarie quanto le occupazioni nelle quali (solo in teoria) sarebbero state impiegate?
E adesso i responsabili di questo disastro, ormai conclamato, i riformatori, i modernizzatori, i cantori della libera impresa, ci vengono a dire: «non vorrete conservare questa porcheria? Come dare torto a Tremonti e Gelmini che vogliono tagliare il costo esorbitante di questo baraccone, eliminare sprechi e inefficienze?». Di memoria breve, seppur di consulenza lunga, i liberisti di sinistra, hanno già dimenticato quando l'Università La Sapienza di Roma si fregiava, attraverso costose campagne pubblicitarie, del discutibile titolo di "fabbrica del sapere" e gli atenei si rincorrevano nell' inventare specchietti per le allodole e insegnamenti modaioli con lo scopo di attirare il maggior numero di studenti da formare nel tempo più breve e con la minor spesa possibile, mettendo in scena un ridicolo criterio di produttività.
Hanno rapidamente rimosso le favole sul coinvolgimento delle aziende e delle realtà produttive territoriali che accompagnavano il diffondersi capillare delle sedi universitarie fin nelle più remote provincie, andando incontro a un destino certo di miseria nera e di insignificanza culturale. Non ricordano più, i nostri riformatori, gli insulsi corsi di studio che avrebbero dovuto assecondare la mitica domanda delle imprese, riuscendo a soddisfare tutt'al più nepotismi e clientele.
Ciò che dovrebbe essere chiaro a chiunque non sia accecato dall'ideologia è che l'Università italiana non è stata devastata da un'assenza di riforme, ma da una sovrabbondanza di cattive riforme a cui quella della ministra Gelmini, ora approdata in Senato, va ad aggiungersi, veicolando inoltre l'invereconda pretesa che il taglio delle risorse possa essere più purificatore del loro migliore impiego, in un improbabile circolo virtuoso tra merito e risparmio. Non avendo idea alcuna della funzione dell'Università di massa nel nostro tempo, o meglio condividendo quella propugnata, con gli esiti che abbiamo visto, dai liberisti di sinistra, incapace di rubricare, secondo una diversa logica, la spesa e l'investimento, l'opposizione di sinistra si troverà a scegliere, ancora una volta, tra complicità e impotenza.
Del resto, la regola aurea, fin dai tempi di Zecchino e Berlinguer, ribadita ancora ieri da Mariastella Gelmini, è sempre la stessa: «il compito della riforma è il riavvicinamento dell'Università al mercato del lavoro». Obiettivo mancato per più di un trentennio nel vano inseguimento di una visione mitologica del sistema delle imprese e della sua presunta vocazione all'innovazione. Il mercato del lavoro italiano, capriccioso e gretto, è una fotografia del presente, forse addirittura una nostalgia del passato, di certo non una proiezione sul futuro. Anche se, nella precarizzazione del lavoro, nel taglio delle risorse, nel rafforzamento delle gerarchie, il riavvicinamento è certamente arrivato a buon punto. E se fosse invece il mercato del lavoro a doversi adeguare all'università, ai suggerimenti della ricerca e della sperimentazione, al livello culturale della nostra società, dei suoi bisogni e delle sue potenzialità? Per un liberista di sinistra si tratta di una bestemmia. Come voler imporre un artifizio alla legge di natura.
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Infine, il DDL 1905 si guarda bene dall'affrontare il cuore del problema: lo stato giuridico dei professori universitari. E' curioso, ma mettere mano all'attuale regime non è argomento di discussione e non sembra interessare, né a destra né a sinistra. Che vada bene a tutti i garantiti è evidente, meno evidente perché i precari rivolgano le loro giuste critiche ai "baroni", quando i privilegi discendono dallo stato giuridico attuale. La mancanza di etica pubblica e la bulimia da incarichi extra-universitari che vediamo in alcuni dovrebbero appunto essere frenati e non favoriti dalla legge. 25-07-2010 09:04 - Fabiano Miceli
1) che Luigi Berlinguer non era un liberista di sinistra, categoria, credo, inventata dopo.Le colpe vanno alla straordinaria presunzione di questo studioso di storia del diritto sardo che ha avuto l'ardire di cimentarsi con Giovanni Gentile e, in generale ai "riformisti" di sinistra (concordo, quindi, con il commento di Bartolo Angliani);
2) che l'Italia tutta e non la sola università è stata distrutta dalle troppe riforme. L'ideologia riformistica, infatti, è sintomo di depressione. Chi vuol cambare tutto della propria vita è depresso;
3) che, pur essendo falsa la pretesa che il taglio delle risorse possa essere più purificatore del loro migliore impiego, è tuttavia vero che il taglio dei corsi di studi, dei curricula e dei contratti imposto dal taglio delle risorse importa un miglioramento netto dell'offerta formativa. Nel mio consiglio di Facoltà proponevo queste modifiche da anni, tra i sorrisi di molti colleghi. Ora la crisi - sia benedetta - impone quel miglioramento. 25-07-2010 07:31 - appelloalpopolo.it
Una volta un professore di chirurgia, figlio di un ex ministro democristiano, mi disse che i professori sono piu' potenti dei miistri perche i ministri passano i professori restano. E' solo un esempio che credo possa illuminare
Se sei bravo ti tagliano le gambe e l'unica cosa che devi fare e' portare la borsa, accompagnare in macchina e fare il facchino nella attivita' privata del barone, fatta naturalmente a scapito e a spese della cosa pubblica. Posso fare nomi e cognomi ma non e' il caso in questa sede.
tutto il resto sono chiacchiere.
la proliferazione delle cattedre e'stata voluta per dare ancora piu potere di scambio e di ricatto ai baroni. nessun altro motivo. inoltre in questa melma l'ignoranza e la presunzione domina incontrastata. le pubblicazioni? se sei bravo non ti mettono in condizione di produrre a meno che non sevano per tirare la baracca del barone, se non vali nulla beh ti puoi sempre inventare i dati giusti e portare molte borse co lingua pesante. Posso fare nomi e cognomi ma non e' il caso in questa sede. 24-07-2010 23:28 - Murmillus
dovrebbe essere il primo passo
di una riforma. Si cominci con l'eliminazione del ridicolo
di "dottori" semianalfabeti. 24-07-2010 17:31 - Rocco Crocitti