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Francesco Paternò
L'ultimo modello
L'ultimo modello di Marchionne è uno schiaffo in faccia a sindacati amici e nemici, al governo ombra di se stesso, a tutti i lavoratori. Un modello che impone una nuova società per la fabbrica di Pomigliano d'Arco, disdetta il contratto dei metalmeccanici e porta di fatto la prima industria del paese fuori dalla Confindustria. Una Fiat rivoltata sottosopra, come fosse finita in bancarotta alla stregua della controllata Chrysler e della General Motors.
Marchionne ha fatto tutto questo alla vigilia dell'incontro di oggi a Torino tra le parti, governo e regioni, svuotato di qualsiasi significato (se mai ne avesse avuto) e dove avrebbe anche potuto non presentarsi. Tanto domani a Detroit avrà un bagno di folla con il presidente Obama, per la prima volta in visita a una fabbrica della Chrysler salvata proprio con l'aiuto del manager. Una coincidenza molto simbolica, perché al di qua dell'Atlantico Marchionne continua a ignorare l'inutile governo Berlusconi e vuole mandare in bancarotta i diritti dei lavoratori italiani. Non a caso l'unico a dirsi ottimista è il ministro Sacconi.
La newco a Pomigliano permetterà alla Fiat di licenziare tutti e riassumere solo chi è d'accordo con il nuovo contratto. La disdetta del vecchio contratto - dovrebbe essere comunicata domattina ai sindacati, nuovamente convocati a Torino - significherà imporre le nuove regole in tutti gli stabilimenti italiani del gruppo. Senza bisogno di fare un referendum, che poi per lui vale zero come si è visto nella fabbrica campana. L'uscita obbligata da Confindustria, causa disdetta unilaterale del contratto nazionale con i lavoratori, sarà invece il modo dell'amministratore delegato del Lingotto di festeggiare il centenario dell'associazione. Marcegaglia e altri suoi colleghi non saranno contenti.
John Elkann, il presidente della Fiat e principale azionista del gruppo, lo dovrebbe essere ancora meno: è appena diventato vicepresidente di una Confindustria che il suo manager ridicolizza. Ma forse a Elkann va bene così. Perché a lui e al resto della famiglia al volante, l'automobile interessa sempre meno. Messe via in un'altra società le parti più solide del gruppo con lo spin off, operativo dal prossimo gennaio, le quattro ruote saranno vendute, più prima che poi.
Sarebbe riduttivo pensare che questo Marchionne spaccatutto abbia in mente soltanto di far fuori la Fiom. Il nuovo contratto nazionale scade il 31 dicembre 2012 e formalmente la Fiat uscirà da Confindustria il primo gennaio 2013. Lo stesso anno entro il quale Marchionne si è impegnato a restituire ai governi statunitense e canadese i 7,4 miliardi di dollari in prestiti agevolati. A quel punto, se la Chrysler sarà davvero rilanciata, il patto di ferro con la Casa Bianca risulterà onorato. E il manager italiano potrebbe anche andarsene alla Ben Hur, con un bel bye bye all'auto del Lingotto e ai diritti calpestati dei suoi lavoratori.
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Il primo aspetto da esaminare è: come si fa a convincere o costringere un imprenditore ( in questo caso la famiglia Agnelli ) a mantenere un attività in Italia ( o a crearne una nuova ), sapendo che il suo scopo non è la filantropia ma il profitto?
Il secondo è: quali sono le condizioni che devono essere assicurate ai lavoratori?
La risposta che viene data con l’accordo su Pomigliano è: per mantenere le fabbriche in Italia, i lavoratori devono stare peggio di prima sotto vari profili ( condizione di lavoro, diritti ); un bel pezzo di salario è già andato per tutti. Questa risposta non riguarda solo la FIAT, ma è destinata a fare scuola in Italia, almeno in quelle aziende dove i lavoratori non stanno ancora malissimo, sapendo che in molte altre già stanno così (ed anche peggio, si pensi solo ai milioni di “neri “) . E a cambiare la Costituzione materiale anche senza cambiare quella formale.
La FIOM ( e un bel po’ di lavoratori ) ha detto NO: un po’ peggio va bene, ma sino a un certo punto.
Considero normale che ci sia disaccordo tra sindacati e anche tra lavoratori; l’unanimità non c’è mai.
Considero meno normale invece che ci sia un accordo quasi totale tra i partiti; significa che le loro politiche reali sono quasi le stesse. Non so chi sia peggio tra Ichino e Sacconi.
E allora cosa fanno quei pochi che non sono d’accordo? Non ho udito quasi nulla; ed anch’io non so dare risposte.
Una cosa credo si debba fare per prima: dobbiamo globalizzarci anche noi, superare la dimensione nazionale e passare ad una europea, tessere alleanze con quelli che in Europa la pensano allo stesso modo , ricostruire un progetto di Europa ( e di mondo ) antagonista al liberismo consumista. La strada è lunga e difficile, ma non c’è alternativa; purtroppo, mi sembra che non abbiamo nemmeno iniziato. 28-07-2010 13:53 - pieroeffe