-
|
Ida Dominijanni
Due nodi al pettine
Prendiamo le due ipotesi che vanno per la maggiore, voto anticipato (sponsor Berlusconi) o governo di transizione (sponsor il Pd). Il voto anticipato, si dice, sarebbe l'arma finale in mano al Cavaliere, quella che gli consentirebbe di riprendere in mano la partita e di trascinare il paese nel solito gioco, a lui favorevole, della campagna elettorale permanente con relativi toni plebiscitari, appelli al popolo, promesse di miracoli e via dicendo. Ma sarà poi vero che gli conviene, e fino a che punto?
Intanto, se lui dice che è vero c'è da giurare che sia piuttosto, rubo l'espressione a Mario Tronti, «veramente falso». Infatti le controindicazioni pesantissime sono almeno quattro. Uno, la curva discendente dei consensi al premier, che con la cacciata di Fini può risalire, come Berlusconi millanta, ma può anche scendere di più. Due, il federalismo incompiuto: senza decreti delegati niente voto, parola di Bossi. Tre, il pericolo Vendola: Berlusconi lo teme (giustamente) e sul punto è ancora in attesa di sondaggi. Quattro, se è consentito introdurre una variabile extrapolitica, la crisi: che se negli Usa è stata capace due anni fa di chiudere il trentennio reaganian-bushiano, potrebbe pure essere in grado di chiudere in Italia il ventennio berlusconiano. Dunque il voto anticipato sarà pure l'arma finale del Cavaliere, ma è un'arma meno carica di quanto sembri.
Passiamo al governo di transizione (nelle sue diverse e imprecisate variabili: tecnico, istituzionale, politico, di scopo, eccetera). Lo vuole il Pd e - pare - il presidente della Repubblica. Ma, a parte le controindicazioni istituzionali – la situazione in cui opera oggi Napolitano è molto diversa da quella in cui operò nel '94 Scalfaro -, siamo sicuri che il Pd, che non è pronto alle elezioni essendo in perenne fase costituente di se stesso, sia invece pronto come dice di essere a questa ipotesi? Franceschini giura di sì («Se riusciamo a far cadere Berlusconi nel Pd ci mettiamo d'accordo in cinque minuti; occorre un governo di transizione che prepari una nuova legge elettorale e apra le porte a un bipolarismo europeo moderno»), ma basta leggere Veltroni per capire che di minuti ce ne vorrebbero parecchi di più, perché nel Pd non c'è alcun accordo su che cosa sia «un bipolarismo europeo moderno» e di conseguenza su quale sia la legge elettorale da fare. Veltroni è ancora convinto di essere stato lui, non Berlusconi dal predellino, il meritorio artefice del bipolarismo bipartitico e bileaderistico che oggi crolla da centrodestra e che, secondo lui, bisogna tenere in vita da centrosinistra con una legge elettorale nettamente maggioritaria; D'Alema guarda al proporzionale e al modello tedesco per aprire spazi di manovra e di coalizione parlamentare con il centro e il futuribile terzo polo (Casini, Fini e simili). E poi: un governo di transizione, con chi? Per Rosi Bindi, anche con «alleati innaturali», leggi Fini, Tremonti, nonché un Bossi garantito sul federalismo: ma - a parte il fatto che uno di questi alleati non vale l'altro, per via della questione Nord-Sud che ci si mette di mezzo: vedi Luca Ricolfi su «La Stampa» di ieri - nel Pd hanno fatto un conto approssimativo dei costi di queste «alleanze innaturali» in termini di consenso e di tenuta del partito?
No, evidentemente, perché da anni ragionare in termini di rappresentanza, o di rapporto fra società e politica, non va più di moda: si portano solo - a destra e a sinistra - o il populismo mediatico o la trama politica. Controprova: c'è qualcuno, nel centrodestra e nel centrosinistra, che si stia esercitando a mettere in rapporto le scosse del Palazzo con gli effetti sociali della crisi, gli aggiustamenti del capitalismo italiano, che so, le mosse serbo-americane di Marchionne, o il divario, non di voti ma di cittadinanza, fra Nord e Sud, o la condizione giovanile o lo stato del lavoro e del mercato del lavoro? Non risulta, salvo i cenni di Vendola. E dunque per una volta ha ragione Piero Ostellino, quando scrive che la crisi di sistema rischia di esplodere come crisi di rappresentanza, con la fine del Pdl che si trascina dietro automaticamente la fine del Pd; e con ogni probabilità la fine altresì non solo del bipartitismo ma anche del bipolarismo. E ha ragione Giuliano Ferrara quando scrive che stavolta non c'è scampo, viene al pettine il nodo del conflitto che tiene in scacco la politica italiana da vent'anni, fra il modello di democrazia parlamentare scritto nella Costituzione del '48 e il modello presidenzial-populista praticato da Berlusconi. Del resto, nella testa dei padri fondatori modello istituzionale e modello di società si tenevano. Sarebbe il caso di ricominciare a pensarli insieme.
- 31/08/2010 [12 commenti]
- 30/08/2010 [6 commenti]
- 29/08/2010 [7 commenti]
- 28/08/2010 [11 commenti]
- 27/08/2010 [30 commenti]
- 26/08/2010 [21 commenti]
- 25/08/2010 [26 commenti]
- 24/08/2010 [18 commenti]
- 23/08/2010 [9 commenti]
- 22/08/2010 [2 commenti]
- 21/08/2010 [10 commenti]
- 20/08/2010 [4 commenti]
- 19/08/2010 [18 commenti]
- 18/08/2010 [32 commenti]
- 17/08/2010 [25 commenti]
- 16/08/2010 [18 commenti]
- 15/08/2010 [13 commenti]
- 14/08/2010 [7 commenti]
- 13/08/2010 [11 commenti]
- 12/08/2010 [7 commenti]
- 11/08/2010 [3 commenti]
- 10/08/2010 [14 commenti]
- 09/08/2010 [7 commenti]
- 08/08/2010 [26 commenti]
- 07/08/2010 [15 commenti]
- 06/08/2010 [30 commenti]
- 06/08/2010 [5 commenti]
- 05/08/2010 [8 commenti]
- 04/08/2010 [8 commenti]
- 03/08/2010 [12 commenti]
-
La Somalia va a pesca
| di Giorgia Fletcher del 21.12.2012 -
La termoelettrica di Huexca
| di Fulvio Gioanetto del 20.12.2012
-
Bob Lutz in Gm, l'eterno ritornoBob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili.7 novembre 2011
-
Lezioni di dissensoDomenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.7 novembre 2011
-
Dogfighters
di Filippo Brunamonti - 19.09.2013 01:09
-
Confronto pubblico a Roma sul decreto 93 (DL femminicidio V parte)
di Luisa Betti - 18.09.2013 15:09
-
La terra dei fuochi come il Vajont
di francesca - 16.09.2013 21:09
-
Ridiamoci sopra, Alberto Perino
di massimozucchetti - 16.09.2013 12:09
-
Larry Summers fuori
di luca celada - 16.09.2013 08:09
-
E’ morto il biologo Albert Jacquard, un grande umanista
di Anna Maria - 12.09.2013 14:09
-
Le sigle televisive – una carrellata
di nefeli - 11.09.2013 11:09
-
Scuola: precari assunti con lo stipendio bloccato
di Roberto Ciccarelli - 11.09.2013 10:09
-
Metà fumetto e metafisica: Valvoline e dintorni sotto il segno inquietante di Giorgio De Chirico
di Andrea - 05.09.2013 16:09
-
Egitto: da Tahrir a Otranto
di giuseppe.acconcia - 05.09.2013 15:09
-
Ghosn, un uomo (sempre più) solo al comando
di fpaterno - 04.09.2013 17:09
-
La foto
di giuliasiviero - 17.08.2013 22:08
-
Arrivano i vostri ovvero la sindrome di Sansone
di gianni - 06.08.2013 06:08












@ Ida > L'articolo è interessante. Tuttavia: "la curva discendente dei consensi al premier, che con la cacciata di Fini può risalire, come Berlusconi millanta, ma può anche scendere di più" è una non-previsione. Come dire (più o meno) che se lancio una moneta, posso fare testa... ma posso anche fare croce.
In questo momento, invece, dovremmo sforzarci di avere sfere di cristallo un po' più affidabili ;D 03-08-2010 19:42 - Harken