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Giorgio Boatti
Muore Ventura, la verità si allontana
Muoveva solo gli occhi. Colpito da una distrofia muscolare che nel giro di tre anni ne aveva minato il fisico, ultimamente non poteva più comunicare se non chiudendo e aprendo gli occhi. Giovanni Ventura, il co-fondatore con Franco Freda della cellula padovana di Ordine Nuovo collocata al crocevia della stagione stragista culminata con la bomba di Piazza Fontana, anche avesse voluto, prima di andarsene, dire la verità su quell’insanguinato pezzo della nostra storia non ne sarebbe stato più in grado.
È morto lunedì scorso a Buenos Aires, la capitale argentina dove Ventura era arrivato nel 1979 al tempo dei generali, in fuga da Catanzaro. Nella città calabrese la Corte di Cassazione aveva catapultato il processo per la strage milanese del 12 dicembre 1969 ritenendo che la città calabrese offrisse le «migliori garanzie di controllo da parte dell’autorità di polizia».
Il 16 gennaio del 1979 Ventura, in soggiorno obbligato, elude invece tranquillamente il controllo della polizia e fa rotta verso il Sud America con tempismo perfetto. Il ministro dell’interno Rognoni fa saltare il capo della polizia e il responsabile della Digos locale ma, intanto, l’ex-libraio di Castelfranco Veneto è approdato nel suo nuovo rifugio. Al sicuro dalla sentenza che giungerà di lì a qualche settimana, quando, il 23 febbraio, i giudici di Catanzaro infliggeranno a lui, a Franco Freda e all’agente del Sid Guido Giannettini, l’ergastolo.
Sentenza che il 20 marzo 1981 verrà mutata in appello quando i tre saranno assolti per insufficienza di prove dall’imputazione di strage ma, al tempo stesso, i due fondatori della cellula padovana verranno condannati a quindici anni di reclusione per associazione sovversiva e per gli attentati dell’aprile del 1969 alla fiera campionaria e dell’agosto dello stesso anno ai treni. Azioni terroristiche, addebitabili in modo inconfutabile alla cellula padovana, che preparano l’ultimo atto del trittico stragista che si concluderà a dicembre con la bomba di piazza Fontana. Di fatto con un nuovo processo che verrà celebrato, per volontà della Cassazione, a Bari, nel 1985, arriverà per Freda e Ventura una nuova sentenza assolutoria per la strage. Una deliberazione che in base al principio del «ne bis in idem», ovvero non si può essere processati due volte per la stessa imputazione, li metterà al sicuro da altri guai giudiziari.
Anche quando con le successive inchieste, come quella caparbiamente perseguita dal giudice milanese Salvini in un isolamento che non fa onore al Palazzo di Giustizia di Milano di quegli anni, giungeranno nuovi elementi probatori contro la cellula padovana e i suoi principali esponenti. Ma ormai Ventura aveva messo l’Atlantico tra sé e il proprio passato. A Buenos Aires gestiva un ristorante, si era fatto una famiglia e non aveva nessuna voglia di riandare agli anni in cui era stato uno dei primattori della pianificazione terroristica che aveva avuto la sua base in quel di Padova.
Eppure ogni volta che si era stati a un passo dalla verità sulla strage del 12 dicembre la figura di Giovanni Ventura prendeva corpo e aleggiava, assieme a quella di Freda, sugli eventi che si stava cercando di ricostruire. Già a tre giorni dalla strage, il 15 dicembre 1969, un testimone - compagno di collegio di Ventura e suo amico sin dai tempi in cui frequentavano il convitto Pio X di Borca di Cadore - bussa alla porta di un avvocato per deporre la propria verità. A parlare, dopo mille dubbi di coscienza, è un timido professore cattolico. Si chiama Guido Lorenzon e Ventura - in uno dei flussi di incontenibile loquacità che ne fanno oltre che un operativo dentro la trama del terrore anche un inquieto e straziante personaggio della provincia veneta, quella fissata in certi film di Germi - gli ha rivelato non pochi passi della pianificazione bombarola. Nonché dei camuffamenti con cui ha cercato di dare una copertura di sinistra alla propria navigazione cospirativa.
Contro Lorenzon si scatenerà una sorta di linciaggio psicologico e sui dati che ha porto si alzeranno non poche paratie sino a quando, con l’intervento deciso della magistratura di Treviso, e poi l’azione continuerà con i giudidi di Padova e di Milano, non si tireranno le dovute conseguenze. Sino al primo arresto di Ventura e del suo sodale Freda.
Forse il momento in cui Ventura è stato più vicino a dire quello che sapeva - e certamente è molto, se non tutto - sulla trama stragista è nel marzo del 1973, quando in carcere a Monza, viene lungamente interrogato dal giudice D’Ambrosio. Il giudice milanese con un lavoro certosino ha prodotto una serie di reperti che fanno cadere il castello difensivo del librario, la spudorata ostentazione con cui giunge a non riconoscere la propria voce nelle registrazioni telefoniche che lo accusano. D’Ambrosio incalza. Produce prove. Ventura è in difficoltà e chiede al giudice una tregua. È il momento in cui la madre di Giovanni Ventura affermerà - secondo un testimone - «Se Giovanni parla non lo vedrò più».
Ma qualcuno è all’opera per rafforzare il silenzio dell’accusato. Sono gli uomini del Sid, il servizio segreto militare che in una sua diramazione operativa, la società cinematografica romana Turris, sta già provvedendo ad ospitare, e poi a esfiltrare dall’Italia, elementi della cellula padovana che potrebbero essere interrogati dal magistrato.
Qualcuno ha un piano per Ventura. Gli si fa avere in cella una chiave che - appurerà il magistrato - è in grado di aprire le porte delle celle della sezione maschile del carcere di Monza. Gli troveranno anche una bomboletta, analoghe ad altre in possesso del Sid, che dovrebbero servire per neutralizzare le guardie in vista di un’evasione.
Ma all’ultimo momento Ventura non si fida di questi preparativi. Forse teme più di essere in balia dei suoi «soccorritori» che della magistratura alla quale racconta l’incredibile versione di essersi avvicinato a Freda, e alla cellula nera, per «tenerne d’occhio» le attività. Non verrà creduto e, alla fine, si porterà l’imputazione di strage davanti ai giudici di Catanzaro. Prendendo il volo, lui e le sue verità indicibili ma niente affatto misteriose, col solito perfetto tempismo. Quasi che un angelo custode vigilasse sugli artefici della trama terroristica. Così da farli uscire indenni dalla bufera. Tenendo, in cambio, le labbra sigillate. Fino alla morte.
gboatti@venus.it
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Basta gia' questo per capire che l'organizzazione non consisteva piu' di due sole persone. Basta gia' questo per farsi venire il sospetto che due sole persone , di Padova, non potevano reperire un sosia, che vive altrove.
Sembra chiaro che c'e' dietro una struttura piu' organizzata. 07-08-2010 17:44 - Massimilaino Adamo
Sono stati attentati di 'stile' fascista messi in atto da apparati dello stato con la complicità di comuni criminali o pseudopolitici (avete mai letto i loro comunicati? o i loro scritti 'politici'? magari proprio di Ventura e Freda? slogan farneticanti e insulse dottrine 'sociali').
Dalla rivoluzione socialista e dalle lotte di massa, i grandi poteri della borghesia si sono sempre mossi per arginare e fiaccare il fenomeno, con ogni mezzo.
Gli attacchi anni '70 a banche treni e stazioni è stata una delle mosse messe in atto da tali poteri per arginare l'avanzata delle sinistre, punto.
Quale verità dobbiamo ancora accertare? i timer? il tipo di esplosivo? oppure la valigia?
che cosa conta più ormai?
Contro l'avanzata socialista operaia e proletaria della fine degli anni '60 c'erano solo le bombe, in quanto il modello di regime fascista non poteva essere più ripercorso, mentre un regime autoritario finto-democratico poteva risultare più efficace.
POi se non bastava, ci potevano stare anche qualche formazione 'rivoluzionaria' di 'sinistra', perchè tutto faceva brodo a quella politica.
Terza fase: la mafia, ancora più spiccia.
Quello che conta nei fatti di natura politica è il fine non i particolari sulla loro dinamica fisica, questo può interessare la giustizia burocratica e la letteratura (spazzatura) criminale, non la politica.
Oggi il socialismo è cadaverico, ma allora no. E faceva paura. 06-08-2010 12:01 - emanuele
Indagini sofisticate e ora anche grazie al DNA,siamo in grado di sapere chi ha maneggiato la bomba, ma ecco che muore un testimone chiave.
Mannaggia,che disgrazia!
Peccato,ma il solente funzionario preposto continua a indacare.Come il suo predecessore,morto di vecchiaia,vuol arrivare a una conclusione prima di andare anche lui in pensione.Ci sono strumenti oggi, in grado di trovare in un solo capello, tanta di quell'informazione che non solo si scopre il bombarolo,ma anche chi cè lo ha mandato!
Il seguggio,non molla la presa e segue la traccia come un cane da caccia!
Pare che il bombarolo prima di collocare la bomba abbia fatto una defecata al bagno della banca.Con questi reperti potremo cominciare a tracciare un percorso.
La scientifica italiana ha fatto passi da gigante in questi ultimi anni.Pensate che sono stati in grado di scoprire due DNA su un vecchio materasso che stava nella chiesa dove è stata ammazzata la giovane religiosa.Successi su successi,che ci porteranno a breve a conoscere tutto sulle stragi che hanno massacrato il popolo italiano in questi 40 anni.
Bravi! 06-08-2010 08:56 - mariani maurizio
Fatevi un giro nel loro sito. Nella bibliografia pubblicizzata e recensita figurano una serie di titoli che fanno letteralmente rabbrividire:
- "Mein Kampf" di Adolf Hitler
- I protocolli dei Savi di Sion (ve lo ricordate questo falso storico usato per legittimare l'Olocausto?)
- Tutte le opere di Julius Evola
piu' tutta una serie di libri revisionisti al cui confronto quelli di Pansa sembrano opera di un bolscevico.
Raccogliamo le firme per chiudere questa casa editrice infernale? 05-08-2010 21:40 - Democratico preoccupato
Purtroppo, succede anche che leggendo questo tuo articolo, ho come l'impressione che tu mi abbia anticipato l'epilogo del tuo racconto (mi mancano ormai le ultime 100 pagine).
Consiglio pertanto ai lettori del libro, di NON leggere questo articolo.
Raccomando invece, a coloro i quali non lo conoscessero, la lettura del libro di Giorgio Boatti: "Piazza Fontana" "12 dicembre 1969: storia dell'innocenza perduta".
Va detto che il libro è "noioso", ma che non potrebbe essere altrimenti, poiché, se mancassero tutti quei dettagli che lo rendono "noioso", il libro non sarebbe in grado di fornirci le informazioni necessarie per poter sapere tutto ciò che c'è da sapere su questa storia.
La narrazione è pertanto, precisa, lucida e dettagliata come non mai.
Qual è la marca dei timer comprati a bologna e quale la marca degli orologi e la marca delle 4 borse vendute a Padova?
I miei complimenti a questo grandissimo autore! 05-08-2010 17:19 - Massimiliano Adamo