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COMMENTO
06/08/2010
  •   |   Fausto Bertinotti
    La rivoluzione reazionaria di Marchionne

    La serie impressionante di mine che la Fiat ha disseminato e fatto esplodere l'una dopo l'altra nel precario ordinamento che ancora governa, seppure male, le relazioni sociali del paese, sta producendo una drastica rottura storica che ne cambia la natura.
    È in campo una rivoluzione reazionaria provocata dall'impresa multinazionale
    che può avere esiti più generali sconvolgenti. La lunga mutazione regressiva degli assetti democratici e istituzionali intervenuta nell'ultimo quarto di secolo, da un lato, e la potenza imprevista del colpo di maglio sul regime d'impresa ora agito dalla Fiat, dall'altro, fanno sì che non ci sia più nulla di scontato o di  facilmente prevedibile, a partire dal campo della resistenza democratica. Perciò le reazioni alla sfida di Marchionne non debbono essere sottovalutate. C'è, innanzitutto, una resistenza operaia che è andata al di là delle aspettative e che va indagata e capita. Quel 37% di no a Pomigliano e gli scioperi alla Fiat sono la base di un lavoro politico di ricostruzione dell'agire collettivo possibile e
    necessario. C'è la lucida, coraggiosa posizione della Fiom: un investimento sul futuro, difficile ma possibile, di un sindacato di nuovo autonomo.
    E c'è, si è venuta formando, una corrente di pensiero che, sebbene assai diversificata al suo interno, non si è piegata alla pretesa di indiscutibilità dell'operazione Marchionne, dando vita a un arcipelago di forze critiche non trascurabili. La consistenza politico-culturale e la capacità di iniziativa, di azione e di espressione di queste forze di resistenza può già essere un primo programma politico.
    La preparazione della giornata di lotta della Fiom del 16 ottobre può diventare
    l'avvio di un percorso. Bisogna fuoriuscire dallo stato di sorpresa. Dopo l'accordo separato sulle relazioni sindacali, le pratiche contrattuali che ne sono seguite, le prese di posizioni del governo e della Confindustria, era del tutto prevedibile la messa in discussione del contratto nazionale. Ma ci si aspettava che l'attacco provenisse dalla forze motrici del patto neocorporativo e nella modalità che esso era venuto definendo, con il consenso di una parte rilevante
    del sindacato. Invece la precipitazione è intervenuta sulla sollecitazione di una dimensione internazionale, la globalizzazione, ed è stata promossa da un'impresa multinazionale. C'è stato un rovesciamento di fronte; non più dal generale allo specifico, ma dallo specifico dell'impresa al generale della ridefinizione delle relazioni sociali e delle regole (o dell'uccisione) della democrazia.


    Il comando dell’impresa
    L'attacco al modello sociale europeo, messo all'ordine del giorno della politica attraverso le risposte dei governi nazionali alla crisi economica, vede ora l'impresa prenderne il comando. Anzi, una certa impresa, quella forgiata sul modello nordamericano. Il che lascia intravedere, oltre alla drammatica demolizione dei diritti dei lavoratori già in atto, qual è il rapporto tra lavoratori e impresa a cui si vuol giungere, fino all'annichilimento della persona che lavora.
    L'obiettivo, dal punto di vista padronale, è molto ambizioso, ma non bisogna
    compiere l'errore di considerarlo di facile realizzazione. La caduta verticale delle vendite di auto, e di quelle Fiat in particolare, ci dice tutta la debolezza delle fondamenta del piano e dà una qualche consistenza alla tesi che prevede l'uscita della Fiat dall'Italia. Certo, l'ambizione dell'impresa è grande, fino a proporsi il rovesciamento delle relazioni sociali e della filosofia che hanno presieduto ai contratti e alle leggi che hanno inverato il diritto al lavoro ispirato alla Costituzione repubblicana.


    Pomigliano non è un caso a sé
    Per porsi all'altezza della contesa il variegato partito critico, quello cioè di chi non sta con la politica di Sergio Marchionne, dovrebbe riuscire a rimuovere gli errori interpretativi che, se mantenuti, gli impedirebbero la crescita. Il primo è quello di chi ha considerato Pomigliano un caso a sé e come tale isolabile. Gli sviluppi delle scelte dell'amministratore delegato della Fiat, a cominciare dalla delocalizzazione in Serbia per arrivare alla proposta di contratto scissionista, passando per i licenziamenti di rappresaglia ne hanno abbattuto ogni attendibilità. Non ne hanno però cancellate le conseguenze operative, quali la grottesca richiesta di salvare quel contratto nazionale che è proprio ciò che per prima cosa si vuole demolire. Il secondo atteggiamento da superare è quello che critica Marchionne ma ne fa risalire la responsabilità al governo nazionale.
    Ora, il governo Berlusconi ha pesantissime responsabilità nell'aggravamento
    della condizione sociale e nel proseguire della crisi, dalle scelte macroeconomiche restrittive alla demolizione di qualsiasi ipotesi di politica
    industriale pubblica, ma la scelta della Fiat non deriva da tale deplorevole
    contesto, bensì dalla collocazione scelta da parte dell'azienda nella competitività internazionale e dalla sua autonoma decisione di quale modello d'impresa perseguire.


    La macchina da guerra
    Questo preciso terreno di conflitto, che chiama in causa, in primis, la scelta del gruppo torinese, non è sormontabile, se non consegnandosi all'imperio padronale. Né regge il «ma fanno tutti così». Bisognerà fare un'inchiesta seria, una comparazione approfondita delle diverse realtà aziendali in Europa. Il quadro non è a prima vista brillante, ma è difficile sostenere che a Pomigliano d’Arco si farà come si fece alla Volkwagen nel 2006 dove, purtroppo, si prolungò
    consensualmente l'orario di lavoro, ma da 28 a 35 ore settimanali e da 4 a 5 giorni lavorativi alla settimana, con una retribuzione netta che è quasi doppia di quella alla Fiat.
    Porta fuori strada anche insistere sul grande ritorno, quella di un Marchionne
    come Valletta o come Romiti. Non solo perché per questa via si rischia di perdere l'essenziale della nuova contesa (l'attuale conflitto tra capitale e lavoro, nella globalizzazione capitalistica e nella crisi del capitalismo finanziario globalizzato), ma anche di non vedere una differenza storica rilevante. Valletta e Romiti hanno fatto ricorso a ogni mezzo, anche il più detestabile, per prevalere in un duro conflitto di classe di cui tuttavia almeno veniva riconosciuta
    l'esistenza. Marchionne invece la nega e con essa nega ogni autonomia del sindacato come dei lavoratori per proporre la nuova impresa come una macchina da guerra, autoritariamente coesa al suo interno al fine di combattere il competitore-nemico esterno. Perciò il rapporto tra lavoratori e impresa, l'organizzazione del lavoro, il ruolo del conflitto sociale, della contrattazione sindacale e dell'innovazione nel perseguimento dell'aumento della produttività - così come la democrazia nel lavoro - occupano il centro di questa scena. Dunque non convince l'idea di poterlo aggirare per la via di una sostituzione,
    qui ed ora, dell'auto con nuove produzioni ecologiche.


    L’incognita ecologica
    Guido Viale ha scritto, su il manifesto, cose molto pregevoli e di grande interesse. La critica al paradigma del Pil, l'irrinviabilità di una riconversione ecologica dell'economia, l'individuazione dei punti di attacco della transizione sono, a me pare, del tutto convincenti. Come lo è la necessità di pensare a una radicale riforma della mobilità. Ma, nella transizione, nella quale pure sarà decisiva la connessione tra l'impianto ecologista e il conflitto operaio, non si
    può sfuggire al problema. Nell'auto, come negli altri settori maturi dell'industria,
    si gioca, nel mondo, per la classe operaia e per le popolazioni lavoratrici, una partita cruciale. Da noi, in questa parte del mondo, essa riguarda né più né meno, la possibilità per il lavoratore salariato di avere riconosciuta la dignità di persona e la possibilità di agire come coalizione lavorativa per farlo valere nell'impresa e nella società.
    I costituenti antifascisti avevano capito bene che democrazia ed eguaglianza
    stanno insieme e che l'azione dei lavoratori è decisiva per far valere concretamente questa relazione. Marchionne, e i suoi compagni di avventura, hanno deciso che questo impianto va demolito fin dalle sue radici, per affrontare su basi del tutto diverse la competizione mondiale. La sua scelta non è fuori dal Contratto e dalla Costituzione; essa è contro il Contratto e contro la Costituzione. Bisognerebbe intenderlo bene e trarne tutte le conseguenze sociali, politiche e istituzionali. Altrimenti la sinistra non rinascerà.


I COMMENTI:
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  • Ma perche' i sindacati americani appoggiano marchionne ed i nostri Lo vedono come un Valletta???? E' vero o no che a pomigliano c'e un efficienza in fabbrica mediocre?ma perché la FIAt dovrebbe conTinuare a perdere soldi in Italia con un sindacato che pensa solo ai diritti???e mai ai doveri? 19-08-2010 01:29 - Carlo
  • E' la storia della sinistra italiana che può tranquillamente passare da una posizione all'altra senza mai l'onere della verifica. Cosi Vendola-Bertinotti, come gli altri d'altronde, votano la privatizzazione della scuola, della cultura dell'industria e dell'amministrazione. Vota il pacchetto Treu, il finanziamento della guerra e tutte le schifezze del centro sinistra. E ora?
    Al congresso cgil sostiene la mozione l DI EPIFANI, OGGI SOSTIENE LA FIOM NEMICA DELLA CGIL?
    Sono loro stronzi o noi ciuccioni che basta agitarci davanti al naso la schifezza di Berlusconi per allinearci" al meno peggio" così che chiunque è meglio del puzzone? 13-08-2010 21:23 - Flora
  • Pertinotti, dovresti aver capito che del tuo sindacalismo perdente la gente ne ha le palle piene. Non hai piu' credibilita', qualunque cosa tu dica. Forse potresti andare in qualche talk show americano. Pagano anche molto bene. Comunque tu e D'alema dovreste avere il buon senso di tacere. Invece entrambi, always there, attached to the trough. 07-08-2010 17:53 - Murmillus
  • emiliano hai ragione, ma come si può dare credito ad un opportunista, il quale, vedendo che la classe operaia sta tentando di rimettere il conflitto sociale al centro della politica, cerca di approfittare per mettersi in mostra, magari tentando di racimolare qualche voto all'altro voltagabbana di vendola anch'egli comunista pentito; inevitabilmente poi con il suo forbito linguaggio l'ex segretario prc, tenterà in nome del realismo fare ingoiare agli operai più della metà di ciò che il capitalismo vuole imporre; per poi farne ingoiare tutto il resto; ti ricordi del pacchetto treu votato anche dal prc?, e la missione di pace, di pace che ridere!, in afghanistan? suvvia emiliano, i compagni non ne possono più di rinnegati! 07-08-2010 15:22 - roberto grienti
  • A leggere i vostri commenti capisco perchè mi capita di rimpiangere Bertinotti.

    E dalla virulenza dei commenti, scagliati come pietre su di un compagno, forse si capisce anche una delle ragioni della crisi della sinistra.
    Che è la crisi della sua stessa base militante.

    Una base sempre in cerca di modelli a cui aggrapparsi (adesso il Venezuela e la Bolivia! Ma per favore!!) perchè incapace di immaginarne di propri.
    Una base che sembra aver imparato dalla storia solo una cosa: l' attacco personale. E l' ha imparata bene: da Stalin.
    Una base senza argomenti critici: ormai più in là del maglione di cachemire e del salotto non sa andare.

    Al compagno Bertinotti, della cui lucidità c'è più che mai bisogno, tutto il mio rispetto. 07-08-2010 15:16 - Fausto (un altro)
  • x Emiliano: non ne hai le palle piene dei commenti ? FATTI CI VOGLIONO E NEI FATTI BERTINOTTI NON HA PORTATO NULLA DI BUONO 07-08-2010 15:10 - Cristiano52
  • L'analisi e' lucida e condivisibile, quello che manca alla sinistra e' un progetto convincente per affrontare la situazione. Purtroppo pare inutile se non controproducente sperare in prese di coscienza o conversioni esterne, da parte del fronte sindacale o dell'attuale rappresentanza parlamentare. 07-08-2010 15:05 - Giro
  • una domanda per Bertinotti: esiste una cosa -dicesi una- fatta da quello che si definiva di sinistra a favore dei più deboli? ad esempio un treno pendolare che funzioni meglio od un autobus in più o un mille lire ai deboli? se si ricordatemelo perchè io ne ho perso il ricordo ... PAROLE TANTE FATTI ZERO 07-08-2010 15:04 - Cristiano52
  • bertinotti, fai come tognazzi; smetti i vestiti di lusso, indossa un saio e rinchiuditi in convento, facendo voto di mutismo, e comprati una zappa e lavora; non usare più la penna e la favella che di danni ne hai fatti fin troppi; ti ricordi il libro da te scritto dal titolo "il nostro marxismo"?; il tuo volevi ben dire!, con il quale hai tentato di cancellare la presenza dei comunisti nel paese e nel parlamento; nel paese per fortuna i comunisti ci sono ancora ed in paralmento ci ritorneranno per tua sfortuna!; datti alla meditazione e non provocare più con le tue disquisizioni opportuniste; e ripassati bene lenin e marx così capirai che presunzione era la tua di gabbare le tue idee per un nuovo marxismo rivoluzionario. 07-08-2010 15:04 - roberto grienti
  • Bertinotti ha scritto qui un commento (lo dice anche il titolo)ed ai commenti si risponde parlando del contenuto del commento. Qui, invece, si sta commentando sull'autore del commento.... No comment 07-08-2010 13:27 - Emiliano
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