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Alberto Burgio
Cacciamo Berlusconi e il berlusconismo
A Berlusconi che minaccia la fine anticipata della legislatura il Pd risponde con un argomento formalmente ineccepibile: la nostra è una repubblica parlamentare, il presidente del Consiglio non decide dell’esito finale della crisi. Peccato che in questi vent’anni tutte le forze politiche oggi in parlamento abbiano fatto a gara nello svuotare la Costituzione alla quale adesso ci si richiama.
Perché nessuno insorge quando i ministri in carica ripetono che gli elettori hanno eletto questo governo? Perché il nostro paese – unico al mondo – regola da due decenni la propria vita politica (e non solo quella, come dimostra la sistematica violazione dell’art. 11) in base a una Costituzione che non c’è, considerando eversore chi cerca di applicare quella vigente (il presidente Scalfaro fu messo alla gogna per avere avallato la soluzione parlamentare della crisi del primo governo Berlusconi).
L’orgia di decreti-legge e voti di fiducia sui maxi-emendamenti non è un’esclusiva della destra, in questi vent’anni anche i governi di centrosinistra hanno contribuito a declassare le Camere a organi di ratifica. Lo stesso dicasi
per le riforme elettorali in senso maggioritario che hanno causato la personalizzazione della politica, la deriva populistica e lo squilibrio di potere a vantaggio dell’esecutivo che Berlusconi sfrutta mettendo a rischio la tenuta del sistema democratico.
Veniamo così al nocciolo del conflitto che in questi giorni divide i partiti: se il governo cade, si deve votare subito o è meglio cambiare prima la legge elettorale? Anche in questo caso sulla posizione del Pd, formalmente impeccabile (la legge è pessima, quanto prima la si cambia, tanto meglio è) pesa un non-detto grande come una casa. A sostegno della proposta di votare
al più presto non militano soltanto considerazioni di ordine politico (in materia elettorale nello stesso Pd c’è chi difende il bipolarismo, chi sogna il bipartitismo e chi tornerebbe volentieri al proporzionale) e urgenti ragioni di carattere sociale (la devastazione dei diritti e delle condizioni materiali di vita e di lavoro di milioni di persone, prodotta non già dalla crisi economica, ma dalla sua gestione reazionaria ad opera di un ministro dell’economia che qualcuno, anche nel Pd, vedrebbe con favore alla guida di un governo «di transizione»). A questi dati di fatto si aggiunge un tema su cui non per caso si preferisce sorvolare.
Non risulta che chi in questi giorni mette in cima all’agenda politica la modifica della legge elettorale si interroghi criticamente sulla principale finalità che ha presieduto alle riforme elettorali susseguitesi a partire dai primi anni Novanta.
La retorica della governabilità è servita a privare di influenza i settori sociali (a cominciare dal lavoro dipendente) destinati a pagare il prezzo della modernizzazione neoliberista. In vista di questo risultato hanno operato tutte le forze politiche bipolariste, essendo il bipolarismo nient’altro che un sistema dell’alternanza tra opzioni moderate concordi sui fondamentali della politica sociale ed economica (oltre che sulla politica estera).
Oggi siamo alla bancarotta della seconda repubblica. Intanto, nel giro di vent’anni, siamo diventati il paese più ingiusto e diseguale d’Europa. Il paese che registra l’attacco più brutale ai diritti e alle condizioni del lavoro. Il paese
meno libero nell’informazione e più privatizzato non soltanto sul piano economico, ma anche sul terreno del welfare e dei beni comuni. E stiamo per battere il record anche per ciò che riguarda la scuola, l’università e la ricerca. Anche per queste ragioni gran parte del paese non va più a votare. Ma di tutto ciò non vi è traccia nelle preoccupazioni di quanti reclamano a gran voce una nuova legge elettorale. Al contrario. Invece di prendere atto dell’implosione di un sistema oligarchico, lo si vorrebbe blindare, utilizzando nuovamente l’ingegneria istituzionale a suon di vincoli e di sbarramenti.
In una battuta, l’idea è allontanare Berlusconi per tenersi stretti i risultati del berlusconismo. Contro questo progetto la sinistra deve tornare alla lotta, ritrovando al più presto unità e chiarezza di intenti. Settembre è vicino e vi è
un solo modo per impedire che la crisi politica si chiuda rafforzando le posizioni di chi opera per preservare lo status quo: ridare voce al conflitto, chiamare alla mobilitazione i settori sociali più colpiti dalle politiche neoliberiste a cominciare
dai lavoratori ricattati dal padronato, dai giovani destinati a un futuro di precarietà e povertà, e dal popolo dei beni comuni. Se vi è chi continua a concepire la politica come un’arma puntata contro la società, la società può salvarsi soltanto tornando padrona della politica.
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Nel 1944 a Trieste durante l’occupazione nazista un’amica di mia madre soleva dire che non vedeva l’ora che finisse la guerra, e che sarebbe stata felice anche se a Trieste fossero arrivati addirittura gli Zulù, bastava che venisse la pace e se ne andassero via i tedeschi. Poi quando la guerra finì ed arrivarono i soldati dell’esercito jugoslavo, che secondo alcuni storici si comportarono peggio degli Zulù, lei non vedeva l’ora che se ne andassero via pure loro. Poi non le andavano bene neppure gli anglo-americani, e così via. Incontentabile. Codesto esempio paradossale serve per illustrare la situazione di quanto rimane della sinistra italiana. Come si fa a mettere d’accordo i vari Franceschini, Veltroni, D’Alema, Bersani, Fassino, eccetera eccetera ? E’ impossibile. Nel 1994 con tutta l’unità sindacale che c’era si fece una fatica immane a buttare giù Berlusconi, che stava facendo già dei seri danni, ma poi nel governo Prodi che aveva una maggioranza consistente cominciarono subito le baruffe in famiglia, fino alla crisi ed alla caduta nel novembre del 1998 avvenuta grazie a quel gran pezzo di incosciente di Fausto Bertinotti. Stesso discorso per il secondo governo Prodi nel periodo 2006- 2008. Prima grandi giuramenti ed impegni di serietà per combattere la destra, poi le polemiche interne sempre più feroci, la crisi di governo e le elezioni anticipate. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. La verità è che gli elettori sono stufi. Senza un programma chiaro della sinistra che metta d’accordo tutti i vari galli del pollaio, e senza una modifica della legge elettorale, se si fanno le elezioni anticipate, stravince Berlusconi. 07-08-2010 21:48 - gianni
Responsabilitè si chiama. 07-08-2010 21:38 - monica
Per quanto riguarda questo berlusconismo,non vorrei che al suo posto rinasca la vecchia DC che abbiamo processato da anni insieme ai vecchi socialisti di Craxi.Questa volta non dobbiamo fare i cretini utili a altri.La lotta al berlusconismo è lotta di classe e non si sostituisce un ladro con un altro ladro!
Via tutti i ladri e diamo fiato alle lotte degli operai.Facciamo andare in parlamento cento operai! 07-08-2010 19:38 - mariani maurizio