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Ida Dominijanni
Il passo avanti di Obama
Un elettorato che non è in grado di distinguere fra Al Quaeda e l'Islam non sarà certo in grado di distinguere fra il diritto di esercitare liberamente qualsivoglia culto e l'opportunità di costruire proprio quella moschea proprio in quel luogo. E dunque più che come un passo indietro, la precisazione del presidente suona come un passo avanti nel ribadimento del concetto principale sotteso al suo breve discorso all'iftar della Casa bianca: il dopo-11 settembre è per la sensibilità americana un campo minato ad altissima densità simbolica ed emotiva, ma proprio per questo va affrontato con i lumi della ragione ed esercitando l'arte delle distinzioni. Lo stesso concetto che sottostava al celebre discorso pronunciato all'università del Cairo il 3 giugno 2009, del quale il pronunciamento sulla moschea è un conseguente corollario.
Prima di tornare a quel discorso è bene sostare un momento su questo rapporto fra emotività popolare e razionalità politica, con un occhio rivolto alla scena americana e uno a quella italiana. Perché se è vero che Obama corre sempre il rischio di scontentare tutti, oppositori e sostenitori - in questo caso: i fanatici dello scontro di civiltà che gli rimproverano la mollezza verso gli islamici da una parte, i pacifisti che gli rimproverano le vittime della guerra in Afghanistan dall'altra - è altrettanto vero che ha il dono di spiazzare sempre tutti: in questo caso, come già in altri, la vasta schiera di critici di destra e di sinistra che ha voluto vedere nella sua elezione l'apoteosi di quel rapporto di identificazione puramente emozionale fra la folla e il leader che caratterizza il populismo del XXI secolo e uccide l'arte della politica. Eccoci invece di fronte a un presidente americano che rivendica la tradizione costituzionale contro gli umori delle masse, difende un diritto in punta di principio contro quello che gli consiglierebbero di fare i sondaggi in punta di calcolo, si affida alla razionalità politica contro la dittatura della pancia del paese. Certo lo fa anche, come ha già scritto Marco D'Eramo sul manifesto di domenica, per recuperare i consensi di una parte del suo elettorato, deluso a torto o a ragione dal suo governo; ma sfidando l'ostilità di quel centro moderato che invece, dalle nostre parti, schiavizza qualunque leader o aspirante tale della cosiddetta sinistra di governo o aspirante tale, e imbavaglia qualunque pronunciamento non sovversivo ma vagamente progressista. Pare che negli Stati uniti rimproverino Obama di essere un presidente troppo europeo - ovvero: troppo socialdemocratico -, evidentemente sulla base dello stereotipo di un'Europa che non c'è più; ma forse siamo noi italiani ed europei ad essere diventati troppo americani, anche noi sulla base di un'idea stereotipata dell'America e delle tecniche di conquista del consenso importate dall'America.
Che gli faccia riguadagnare o perdere ulteriormente punti nei sondaggi per le elezioni di novembre, comunque, il discorso sulla moschea conferma che Obama non demorde dall'obiettivo strategico di più lungo periodo di archiviare il discorso dello scontro di civiltà dominante nell'immaginario politico americano del dopo-11 settembre; e di ridisegnare di conseguenza l'identità e il ruolo degli Stati uniti nel mondo globale. Del resto, se le elezioni di novembre segnano il «mid term» del suo primo mandato presidenziale, non va dimenticato che è sempre all'interno di questo primo mandato che cadrà il decennale dell'attacco alle Torri gemelle, un anniversario con ogni probabilità decisivo per la praticabilità di un secondo mandato. Più che sull'azzardo pro-moschea del presidente, varrebbe allora la pena di interrogarsi su quel 68% di elettori che di quella moschea non ne vogliono sapere, segno evidente di una staticità o quantomeno di una lentezza preoccupante della società americana nell'elaborazione della ferita di Ground Zero. Cui fanno da perfetto e simmetrico contraltare lentezze e staticità del mondo islamico. Conviene allora rileggersi il discorso del Cairo, per valutare, oltre al tasso di realismo e idealismo del «nuovo inizio» allora proposto dal presidente americano, le risposte che ha ottenuto e quelle che non ha ottenuto dai suoi interlocutori, interni ed esterni al suo paese. «È più facile dare inizio a una guerra che porvi fine – disse allora Obama -, più facile accusare gli altri che guardarsi dentro, più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune». Fra le cose in comune mise l'interdipendenza del mondo globale, la necessità di pensare soluzioni condivise a problemi incancreniti e di non restare prigionieri delle ferite del passato, non ignorando «i motivi di tensione» ma fronteggiandoli «senza indugio e con determinazione». Separò nettamente già allora la violenza estremista di una minoranza, «esigua ma forte», di musulmani dall'Islam, smontò la teoria dello scontro di civiltà sulla base del multiculturalismo della stessa società americana, ricordò che paradossalmente musulmane erano moltissime vittime dell'attentato dell'11 settembre. Poi snocciolò sette condizioni politico-programmatiche del «nuovo inizio», che riguardavano l'uscita dalla guerra in Afghanistan e in Iraq, la soluzione del conflitto israelo-palestinese, i rapporti con l'Iran, i diritti fondamentali, la libertà femminile, il dialogo interreligioso, l'investimento nell'istruzione e nello sviluppo. Per ciascuna chiese e cedette qualcosa. Non si può dire che la sua strategia in Afghanistan sia stata conseguente a quel discorso. Ma tantomeno che a quel discorso abbia ricevuto risposte conseguenti.
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Ma come,il nostro pecorino,paragonato con il formaggio fuso giallo, che sta su quel pezzo di carne tritata di dubbia composizione.
i sardi sono dei buon gustai e per questo sono gente in gamba!
Eccetto alcuni che si sono ammalati e sono morti proprio perche mangiavano le merde amerikane.
Gente che stava più con gli americani, che con noi.
Gladiatori! 17-08-2010 19:54 - mariani maurizio
Obama in Italia sarebbe di destra,perche` sicuramente meno socialista di Berlusconi Tremonti Brunetta e meno sociale degli altri cattolici(non che ci voglia molto), pero` rispetto ai valori americani e` evidente che e` un europeo socialdemocratico.
Tranne il loro presidente,(ripeto un europeo di quelli latini e quindi socili/socialisti) gli americani sono in larga parte orgogliosi del loro paese e della loro cultura della loro storia e della loro tradizione.
Di conseguenza, ovviamente, un presidente che rinnega i valori del proprio paese, (voglio trasformare radicalmente questo paese disse in Missouri prima dell`elezione)un presidente essenza del politically correct del terzomondismo,delrelativismo culturale e` amato in Europa e` amto dalle elite radicals europeiste ma non puo` esserlo tra il popolo americano.
Scommette che se ne tira fuori un`altra di questo tipo i candidati democratici iniziano a smarcarsi da lui per Novembre?
Comunque,nonostante non condivida la sua posizione,le faccio i complimenti per il fatto di essere onestamente di parte senza faziosita` offensive,cosi` tipiche purtroppo del giornalismo italiano degli ultimi tempi.
Mr Mariani
Un`arroganza ed un razzismo simili sono difficili da condensare in un commento, quindi complimenti Mr Mariani.
E` incredibile la sua pressapochezza la sua ignoranza nei confronti della cultura americana che lei riduce a degli stupidi hamburger.Coem se uno dicesse che i sardi sono delle bestie cavernicole perche` mangiano il formaggio con i vermi.
Veramente imbarazzante.
Innanzitutto,comunque impari che gli Stati Uniti sono:
1) il paese della liberta` religiosa, dove le fedi sono rispettate a differenza di quello che viene fatto nell`Europa latina.
2)a NYC ci sono gia` cento moschee e la questione riguarda l`opportunita` di costruire la 101 da parte di un gruppo con posizioni estremiste laddove` dei terroristi islamici hanno ucciso oltre 300 persone di tutte le fedi.
3)E` ridicolo e irreale affermare che gli americani sono scettici nei confronti di chi prega.Semmai sono scettici nei confronti dei senzaDio(questo il significato letterale di ateo) che essendo senza Dio devono inventarsi degli idoli.
4)Dire che tutte le religioni sono uguali e` come dire che una bottiglia di champagne e` uguale a una di coca cola per il emplice fatto che il contenitore si chiama allo stesso modo: bottiglia.Potrei continuare dicendo che l`hamburger e` uguale alla fiorentina perche` sempre carne e`.Oppure che il marxismo e` uguale al liberalismo semplicemente perche` entrambe sono teorie filosofiche 17-08-2010 18:38 - Selebad
Giusta la libertà di religione, ma giusta anche la libertà dalla religione 17-08-2010 17:36 - paolo1984
Non basta essere un operaio per essere un comunista e non basta avere una testa sulle spalle per dire che capisci tutto.
Obama, come la media dei cittadini, che lo hanno votato, è scettico, su ogni turbante e su ogni persona che si inchina per pregare al suo Dio.
Ho saputo che in America si guardano male anche certi cattolici, che stanno vicini ai mussulmani e che permettono a questi di usare le loro sedi di culto per pregare il lor Dio.
Una civiltà che mastica panini e patatine alla grande M,non ha molte capacita mentali per distinguere le cose.Come hanno perduto il palato con quelle merde fritte,stanno perdendo anche la ragione e non capiscono tra Islam e Bin Laden.
Povera gente, senza più vitamine.Solo grassi e fritto gli circola per le vene.
Obama ci ha portato anche le delegazioni estere a mangiare la sua merda, in quei ristoranti con la emme gigante.Meno che Berlusconi.Quando lo frechi il nano.Quello gli vomita in faccia.Troppo abituato ai piatti italiani e genuini.Ecco perche il Berlusca a differenza di Obama parla con quelli con il turbante.Specialmente se ricchi e con tanto petrolio. 17-08-2010 16:37 - mariani maurizio