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Marco Bascetta
L'editoria non è zona franca
«Mi lasciano scrivere ciò che mi pare, ci lavorano persone capaci e intelligenti, mi danno la possibilità di raggiungere molti lettori». Questi, in estrema sintesi, i tre solidissimi argomenti che gli autori pubblicati dai grandi oligopoli editoriali, compreso quello berlusconiano, oppongono a chi chiede loro conto della scelta di contribuire, con le proprie opere, ai profitti e alla crescita di quei potentati editoriali. Le tre affermazioni (cui converrebbe aggiungere anche la menzione di qualche beneficio economico) sono assolutamente vere. Ma non è questo il punto. Le società per azioni non esercitano censure ideologiche, se non contro chi non dovesse raggiungere i tassi di rendimento desiderati.
Ciò di cui un autore, o un editor, devono davvero preoccuparsi non è di essere un cattivo autore, o un cattivo editor, ma un cattivo investimento. E in effetti se ne preoccupano. Ma non è affatto detto che questa «preoccupazione» sia del tutto priva di conseguenze culturali. Nel senso che l'imperativo del profitto non lo si elude a chiacchere.
Una grande azienda quanto più è vicina al potere - e quando appartiene al presidente del consiglio gli è vicinissima - tanto più cercherà di sfruttare la situazione, come ha fatto la Mondadori. E il governo amico di facilitarle le cose. Non è poi così sorprendente. Ma gli autori, per parte loro, più che interrogarsi sulla moralità aziendale e fiscale della propria casa editrice, dovrebbero chiedersi a favore di cosa o di chi se ne amministreranno i proventi, se certi autori e certi manager valgano davvero quello che li si paga, se sia lasciato spazio e quanto all'innovazione, se lo strapotere oligopolistico dei gruppi editoriali non spazzerà via dal mercato la galassia degli indipendenti e la loro funzione. Per non parlare di come e perché tanta letteratura scadente verrà a intasare le nostre librerie. Di tutto questo converrebbe parlare, e poi prendere posizione senza fare finta che esista un campo unitario e "neutro" della produzione culturale, dove tutti agiscono in piena libertà, come fossimo in un mercato libero e senza padroni. Non è, insomma, una questione di dentro o fuori, non lo è alla Mondadori come non lo è a Pomigliano d'Arco o Melfi. Il problema è come si sta, dentro o fuori, fino a che punto e fino a che prezzo e con quali risultati.
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2) il prodotto finale e' quello che conta: nel caso di un libro si valuti il contenuto e quindi il livello di limature che l'editore applica.
3) viviamo in un mondo capiotalista, dove il porere e i mezzi di produzione sono in mano alla borghesia. Cosa pensiamo, che si possa superare questo problema con un po' di coerenza? 24-08-2010 16:30 - murmillus
donatella castellucci 24-08-2010 14:57 - donatella
Mi sembra lapalissiano. Nessuna colpa ai giovani autori che devono cercarsi un editori, ma per quelli affermati e per i politici, io dico che si tratta di collusione. Idem per i registi che vanno con Medusa. 24-08-2010 14:42 - Vito A.