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COMMENTO
25/08/2010
  •   |   Christian Raimo
    Questione di performance

    Rassegniamoci, almeno fino a settembre, ottobre sarà così: le prime pagine di politica saranno colonizzate da questioni del tipo Fini era o meno nella casa a Montecarlo a cambiare i pannolini? Ma, prima che si vada verso elezioni o frankensteiniani rimpasti di maggioranza, magari la sinistra potrebbe trovare il modo per non farsi trovare spiazzata. Lo notava Ida Dominijanni su queste pagine: qui non si tratta di scaramucce estive, questa è una crisi di sistema del centrodestra.
    Per fortuna, chi ha orecchie per intendere (un Vendola, un Civati, un Asor Rosa...) insiste che, oltre che discettare di leadership e alleanze, occorra ricostruire una condivisione su alcuni temi, questione finora sempre marginale. Primo passo giustissimo, ma. Bisognerà anche riconoscere come ci sia un livello più carsico di quello degli obiettivi o dei programmi: una dimensione che uno finisce per chiamare "prepolitico", se il "politico" appunto è ormai lo shopping immobiliare di casa Fini-Tulliani. Non si sente da più parti l'esigenza di una nuova alfabetizzazione, che riesca a minare quella ventennale dittatura retorica di cui Berlusconi è tanto causa quanto sintomo? Mica vogliamo ritrovarci con un Berlusconi politicamente defunto, ma al suo posto tanti zombi clonati dall'orrendo originale.
    Quest'oriente l'ha evocato l'articolo di Fontana (il manifesto,12 agosto) sulla scomparsa del valore della verità dal discorso pubblico. Lo stato di crisi che va affrontato, secondo Fontana, non è solo quello superficiale di una maggioranza che non riesce più a governare col suo mix di corruzione e belletto mediatico. Il trauma che dobbiamo fronteggiare è civile, è sociale, è il nostro. Si tratta di una perdita, da un punto di vista logico e quindi morale, della pratica riflessiva in generale: chi ha più a cuore la verità? L'argomentazione razionale è stata soppiantata dall'opinione, dalla pseudoinformazione. Gossip, mancanza di professionalità in ogni campo, cazzeggio, massoneria di serie b, notizie à la Minzolini: questo è il paesaggio che ci tocca.


    Il punto è nodale, ma la tensione etica rischia di illuderci sulla sua forza strategica.
    Dovremmo essere parresiastici, come facevano gli antichi greci in tempi di crisi politica: ossia contro la finzionalità dell'Italia televisivoide che ci circonda, dovremmo incarnare quella verità bistrattata come in una forma di resistenza morale. L'esortazione è da condividere; ma il nemico è più plastico, e la domanda che ci dovremmo porre è più ampia.
    Ovvero: quale è stato il linguaggio dominante della Seconda Repubblica? Quello che va tenuto presente è che con il berlusconismo si è attuato un cambiamento totale nel nostro modo di parlare, e quindi di relazionarci con il mondo. La Seconda Repubblica non è stato solo un sistema di potere, ma è stato un sistema di potere che si è fatto sistema linguistico, nuovo assetto sociale.
    Qual è stata la più significativa trasformazione che ha portato la discesa in campo del '93, in questo senso? Che Berlusconi ha via via fatto piazza pulita del livello referenziale del linguaggio, sostituendolo con un livello che potremmo definire "performativo vuoto". All'inizio del secolo scorso Wittgenstein sosteneva l'impossibilità di uscire dai limiti che il linguaggio stesso ci impone. Cinquant'anni dopo John Austin mostrava come questo linguaggio in cui siamo immersi comprende anche molte delle azioni che compiamo (come promettere, minacciare, testimoniare...), e chiamava questo livello performativo.
    Oggi possiamo vedere che qualunque cosa Berlusconi dice non si riferisce a una questione in sé (che siano le tasse, il governo, il terremoto, le elezioni...): quello che Berlusconi dice è appunto sempre un fare. È un mostrare di esserci, è rassicurare gli italiani con i «ghe pensi mì», è farsi vedere sorridente o abbronzato o ferito, è insultare l'opposizione, è fare killeraggio mediatico attraverso i giornali di famiglia, è vantarsi dei propri risultati o delle proprie virtù sessuali, è divertire con qualche barzelletta, è promettere cure per il cancro... Finisce con l'essere indifferente se le sue frasi siano sensate, ancorate al reale, non autocontradditorie... Il senso di ciò che dice sta sempre nell'effetto che queste frasi producono.

     

    Per questa ragione Berlusconi può permettersi di essere implicitamente violento (considerate quanta violenza sottintesa sta in un'affermazione come quella sul cancro...). E per questa ragione può permettersi di enunciare un giorno una cosa e smentirla il giorno successivo. Le sue affermazioni non devono passare il vaglio della coerenza logica o morale. Quello che andrà valutato del suo discorso - se riconosciamo che il senso coincide con l'effetto - sarà solo l'effetto che farà la smentita il giorno dopo.
    È interessante l'esperimento realizzato da John Bullock, uno scienziato politico dell'Università di Yale (ne parla Wu Ming 2 nella Salvezza di Euridice): Bullock ha preso un gruppo di progressisti americani e gli ha chiesto quanti disapprovassero il trattamento dei prigionieri a Guantánamo. Risultato: il cinquantasei per cento. Quindi ha mostrato alle cavie un articolo di «Newsweek» dove si raccontava di una copia del Corano buttata nel cesso della base americana. La percentuale dei critici è salita subito al settantotto per cento. Infine, ha fatto leggere a tutti la smentita della notizia, pubblicata dallo stesso giornale. La percentuale è scesa, ma solo fino al sessantotto per cento. Dunque: la cattiva informazione ha effetto anche se viene smentita.


    Si capisce forse così perché il richiamo di Fontana a un recupero della verità rischi di essere un'arma spuntata nei confronti della "performatività vuota" del discorso berlusconiano. È questo il gioco linguistico in cui siamo precipitati. Nell'indifferenza del senso, vale chi fa più effetto. A questo gioco siamo costretti a giocare da ormai vent'anni. È questa la retorica che si impara dai media, e ormai spesso anche a scuola, in famiglia, in tutta la società.
    Se la sinistra prova a praticare un'altra retorica, se la sinistra propone le sue ragioni, Berlusconi ha sempre una gran facilità a controbattere. Sa semplicemente giocare meglio a quel gioco linguistico che lui stesso ha contribuito a rendere sistemico. Gli basta performare atti linguistici vuoti, ma vincenti: fare la vittima anche se è l'uomo con più potere di tutti, tagliare corto quando il confronto tocca questioni reali, urlare più forte, sorridere, surclassare, contrapporre sempre la propria auto-promozionalità...
    Bisognerebbe allora forse - da parte di chi vuole sconfiggere il berlusconismo anche quando Berlusconi in carne e ossa non ci sarà più - imparare a maneggiare un po' meglio questa retorica "performativa vuota" e rovesciarla a proprio vantaggio. Facciamo tre esempi.


    1) Si tratta di mettere sempre in evidenza la non-neutralità del contesto in cui parliamo. Confrontiamo la nettezza di un Pasolini nella famosa intervista tv con Biagi quando sottolineava come la televisione di massa fosse comunque una macchina antidemocratica, con l'aplomb di un Bertinotti che si accomodava placido sulle poltrone di Anna La Rosa o di un Veltroni che ha condotto l'ultima intera campagna elettorale in cui appena poteva faceva l'elogio preventivo del contesto, dello studio televisivo in cui veniva ospitato. E poi facciamo un ulteriore accostamento: quello di un Berlusconi che interviene a gamba tesa in diretta tv e comincia a insultare conduttori e programmi. Notate la differenza dell'effetto, e quindi del senso? Forse si dovrebbe ricordare continuamente a chi ascolta come la cornice della comunicazione condizioni il messaggio, fino a sovradeterminarlo.


    2) Imparare a essere più bravi dei berluscones, diventare dei perfomer più brillanti. Sia rispetto a quegli ambiti in cui Berlusconi è chiaramente carente - perché nessun leader di sinistra lo invita a esprimersi in inglese in pubblico? - sia in quegli ambiti che vengono sempre stigmatizzati come i suoi lati folkloristici. Berlusconi fa ridere perché racconta barzellette, le storielle come le chiama lui? Occorre allora sapere essere più comici, più paradossali, più persuasivi. Avete presente Jòn Grarr, per fare un nome, il nuovo sindaco che ha vinto a Reykjavik?
    3) Mettiamo che invece di provare a opporre delle ragioni logiche, un discorso fondato, a un Berlusconi che fa proclami deliranti sul cancro sconfitto in tre anni, noi scoprissimo le carte di questo stile pubblicitario: esasperandolo, prendendolo alla lettera. Un leader di sinistra potrebbe dire: «Tre anni sono troppi: la sinistra lo farà entro l'autunno». Oppure: rispetto a Berlusconi che disegna un qualsiasi progetto politico, si potrebbe replicare: «Apprezziamo molto le posizioni di Berlusconi, l'unica nostra preoccupazione è che Berlusconi puzza, stargli vicino è un problema». Berlusconi è brutto, Berlusconi puzza, Berlusconi è vecchio, Berlusconi non sa l'inglese, Berlusconi si mangia le parole, Berlusconi c'ha le orecchie a sventola, Berlusconi ha la pelle grassa, etc... Se non fosse per queste ragioni, sarebbe un valente statista.
    Questo non è abbassarsi al suo livello, questo è comprendere il suo habitus linguistico. Che è perennemente aggressivo, insultante, parossistico. Se quando Berlusconi si riferisce a Rosy Bindi può liquidarla senza troppi pudori come una lesbica racchia, se il suo Giornale può titolare a nove colonne «Boffo frocio», perché non pensare di opporsi a questo stile provando a disinnescarne la violenza evidente e implicita? Non basta fare i signori. Non è sufficiente esibire un altro stile. E non si tratta neanche di rispondere a violenza con violenza. Occorre invece mostrare l'inefficacia di quest'aggressione, sabotando la violenza. Pensate al riutilizzo della parola queer come forma di rivendicazione identitaria: l'insulto che si trasforma in uno slogan. E con il linguaggio berlusconiano il passaggio di cui abbiamo bisogno è ancora più radicale: rispetto a un linguaggio che non è dialettico ma performativo, l'unico contrasto possibile è fare fallire il suo atto.


    Come? Se qualcuno fa un'affermazione, io posso oppormi replicando che è vera o falsa, condivisibile o meno: mi confronto con il contenuto di quest'affermazione. Ma se io voglio oppormi a qualcuno che non enuncia un'affermazione, ma fa una minaccia, una promessa, una testimonianza, non ha senso che io mi confronti con il contenuto di questo atto. Posso piuttosto mostrare che questa promessa non è valida, che questa minaccia non è efficace, che questa testimonianza non è credibile. Posso insomma invalidare l'atto linguistico. Così con Berlusconi non ha senso criticare questa o quella sua affermazione, ma ha più forza delegittimare costantemente il suo discorso. Smettiamo di porre questioni morali (a che è valso scandalizzarsi perché frequentava minorenni o perché la sua ricchezza è in odore di mafia?) o di disprezzare il suo progetto politico (quale?): ciò che serve per smontare Berlusconi è semplicemente mostrare che si tratta di un pessimo performer, un attore di quart'ordine, un cantante da crociera floscio a cui spetta la pensione. È un vecchio rompipalle, neanche una cattiva persona.


I COMMENTI:
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  • Caro Manifesto,
    sono lieto di constatare che le mie due mail di protesta contro Questione di performance, di Christian Raimo, hanno sortito un effetto positivo. L’articolo di Raimo che avete pubblicato ieri in prima pagina è un bell’articolo condivisibile, tranquillo, ben scritto, accettabilmente ironico, e persino propositivo (l’idea delle biblioteche in ogni quartiere, che Raimo cita dal libro di Antonella Agnoli, non sarà sua ma è buona).

    Vi ringrazio molto, quindi, per aver finalmente convinto Raimo a lasciar perdere le “provocazioni”, specialmente quelle filosofiche, che non gli vengono col buco.

    Coi migliori saluti

    Edoardo Acotto

    PS: Non capisco una cosa: visto che mi avete dato ascolto, almeno una mia mail potevate pubblicarla, no? 15-09-2010 11:26 - Edoardo Acotto

    la redazione: Non abbiamo certamente "convinto" Raimo a scrivere una cosa invece di un'altra. Siamo lieti che il secondo articolo le sia piaciuto. Quanto alla pubblicazione dei commenti, vale la risposta data al suo commento precedente.
  • Caro Manifesto,
    avete pubblicato alcune righe di una lettrice che si dice entusiasta delle "provocazioni" di Raimo. Qualche giorno fa io vi avevo spedito una serie di critiche indignate per la grave insipienza di “Questione di performance”, ma non mi risulta che abbiate pubblicato neanche un rigo. Se non volete sembrare un po’ autoelogiativi, perché non pubblicare accanto alla mail entusiasta almeno una mail di critica?
    Fermo restando che da voi non mi aspetterei inutili "provocazioni" (ma a quali soggetti, poi?) bensì intelligenti analisi e proposte politiche. Come quelle cui mi avete abituato nel corso degli anni.
    Coi migliori saluti

    Edoardo Acotto 15-09-2010 11:24 - Edoardo Acotto

    la redazione: Il suo commento è stato regolarmente pubblicato il giorno stesso. Se non volete sembrare un po' prevenuti, perché non guardare prima di protestare?
  • Arrivo tardi perché ignoravo la possibilità di commentare gli articoli online.

    Copio qui di seguito tre mie mail inviate al Manifesto...

    Cari amici e soprattutto compagni del Manifesto,
    mi dispiace dovervi dire che l’articolo di Christian Raimo in prima pagina l’altro ieri (http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2010/mese/08/articolo/3286/), Questione di performance, a meno che si tratti di uno scherzo saccente di cui non colgo il senso, fa gran torto all’intelligenza del vostro giornale e dei suoi lettori.
    Non basta certo essere scrittori per saper formulare pensieri sensati su qualsiasi argomento, specie volendo attingere alla filosofia (specie conoscendola in modo approssimativo e superficiale come sembra essere il caso di Raimo).
    Le stupidaggini snocciolate nell’articolo sono numerose e gridano vendetta: le elenco in ordine sparso.

    1) Citando Wittgenstein (che non ha mai sostenuto che non possiamo uscire dai limiti del nostro linguaggio) e Austin (non “cinquant’anni dopo Wittgesntein” ma trenta: la sua teoria è formulata negli anni ’50 mentre il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein è pubblicato nel 1921), Raimo prova a farci una lezioncina scarsa scarsa sugli atti linguistici ma fraintende completamente il “performativo” e lo stravolge in un concetto posticcio e assurdo quale quello di “performativo vuoto”. Se il lettore non conosce l’argomento non ne capirà nulla, mentre se lo conosce si metterà a ridere. L’atteggiamento di un comunicatore serio non dovrebbe essere quello di sforzarsi di mettere il lettore in grado di capire o, nell’impossibilità di farlo, lasciar perdere?
    2) Raimo ci spiega la sua finissima strategia per rovesciare l’impero berlusconiano: non dobbiamo prendere in considerazione il contenuto di quello che dice Berlusconi perché quello non farebbe mai vere dichiarazioni ("il senso di ciò che dice sta sempre nell'effetto che queste frasi producono": formula generica che si adatta benissimo all'intero linguaggio). Ora, è chiaro che Raimo non sa di che parla: un atto linguistico performativo ha ovviamente un contenuto semantico che lo distingue da altri performativi (provate a registrare vostro figlio all’anagrafe come Piersilvio per poi pretendere che il suo vero nome sia Agostino…) mentre un “performativo vuoto” è un mostro concettuale che esiste soltanto nella testa di Raimo. Il punto è che ai berlusconiani PIACE IL CONTENUTO di ciò che Berlusconi dice, nella maggior parte dei casi ben sapendo che si tratta di affermazioni false. Berlusconi gioca con il becero immaginario fascistoide di chi lo vota sapendo che toglierà tasse ai ricchi, non combatterà l’evasione fiscale, aiuterà la mafia, spezzerà le reni al lavoro dipendente e operaio, ecc. Il problema sono i berlusconiani, non il linguaggio che Berlusconi usa per farli ridere.
    3) Raimo dice che il danno fatto da Berlusconi dipende dal suo linguaggio che avrebbe addirittura mutato radicalmente lo scenario della comunicazione. C’è qui – nella migliore delle ipotesi – una visione superficiale e intellettualistica del linguaggio come se non fosse incarnato negli individui che compongono una società. Raimo direbbe forse che il regime mussoliniano durò vent’anni grazie alla retorica di Mussolini anziché per il consenso datogli dagli italiani, da spiegarsi in sede storiografica? Il punto è che molti italiani votano Berlusconi perché sono berlusconiani, ossia fascisti, e il linguaggio non ne può nulla, limitandosi a rispecchiare la disgustosa rozzezza di questi fascisti, siano essi borghesi o proletari, del nuovo millennio. Di nuovo, il problema sono i berlusconiani, non il loro linguaggio.
    4) Raimo dice che dobbiamo delegittimare Berlusconi lanciando spiritose sentenze come: “Berlusconi puzza, non sa l’inglese” ecc. E’ un consiglio talmente stupido da far venire il dubbio di una presa in giro. Spero di vedere presto Raimo affrontare Berlusconi in piazza urlandogli le sue frasi strategiche. (Nota personale: nel 2001, subito dopo Genova, fui aggredito dagli scagnozzi marettimani di Gasparri quando osai disturbare una pubblica festa in suo onore, irrompendo con una maglietta che recava la scritta “Gasparri noglobal”. Una simpatica cazzata situazionista che non farei più e che mi guardo bene dal proporre come modello di azione politica per sconfiggere il berlusconismo).
    5) Raimo dice che Berlusconi non ha un progetto, quindi non possiamo attardarci a combatterlo. Se quello che Berlusconi ha fatto in questi 15 anni non è la distruzione della Repubblica e di ogni servizio pubblico, allora vorrei che Raimo mi spiegasse che diavolo ha fatto e sta facendo Berlusconi da 15 anni: il gioco dei performativi?
    6) Infine, Raimo dice che Berlusconi “non è nemmeno una cattiva persona, ma soltanto un vecchio rompiballe”. Quando non si sa più chiamare col suo nome il fascismo berlusconiano, allora il fascismo ha davvero vinto.

    Concludo invitandovi a non abbassare la guardia: è da tempo che la stupidità e l’ignoranza stanno distruggendo la Sinistra. Uno scivolone può andare (siamo ad agosto, lo so), ma se anche voi iniziate a dare spazio all’italica onnivora cialtroneria, siamo davvero fottuti.

    Edoardo Acotto 14-09-2010 23:35 - Edoardo Acotto
  • I linguisti credono che i problemi di lingua siano problemi di sostanza. Risolti quelli, la realtà muta. Chi vota Berlusconi, però, non lo fa perchè sa gestire meglio la conversazione, ma perchè gli garantisce solidi vantaggi: poche tasse, o nessuna; manodopera abbondante e a poco prezzo; cartolarizzazioni che assomigliano a espropri, etc. etc
    La cura dell'immagine, poi, è storia vecchia. Ai tempi di Eisenhower, uno dei suoi consiglieri disse che non c'era differenza tra promuovere un presidente e un detersivo. Da allora, infatti, abbiamo visto i detersivi in scatole dai colori sempre più splendenti, e presidenti sempre più scenografici. ma, alla fine dei conti, quel che conta è l'efficacia. Se un demostene di sinistra sconfiggesse Berlusconi nei salotti, e poi proponesse programmi che mettono in primo piano il mercato, la finanza, e le imprese, cosa cambierebbe? Zero. Purtroppo, se non sbaglio, sono proprio queste le priorità del Pd, passato dal Capitale a La Ricchezza delle Nazioni senza battere ciglio.
    Per esser chiari: il sottoscritto è un dipendente statale che negli ultimi dieci anni ha visto dimezzato il suo potere d'acquisto; che vedrà bloccato per tre anni il suo stipendio; che un ente finora mai chiamato in causa, l'ARAN, ha accusato di avere avuto un aumento di emolumenti del 39% in dieci anni (anche se fosse vero, sarebbe la fantasmagorica cifra del 3, 9% annuo, inferiore all'inflazione reale, e non alle stime sterilizzate dell'Istat. E, poi, non è neanche vero); i giovani della mia classe fanno gli schiavetti in cambio di pochi soldi per quelli che votano per Berlusconi.
    Ergo, io mi aspetto dei rappresentanti che tutelino i miei interessi - compatibilmente con quelli generali - e non dei semiologi che spaccino il nero per bianco, e poi suonino la stessa musica che si sente da quasi tre decenni
    Non me ne importa niente se la prossima elite di sinistra sarà fatta di 'performatori' in grado di incenerire con lo sguardo gli avversari, se, poi, dietro i brillanti colori, ci sarà il solito prodotto. Preferirei gente meno splendida, ma assai concreta, che mi dia risposte reali. Siamo in parecchi milioni ad aspettarcele. E non credo che potranno venire dalle stesse lingue capaci dei giochini dialettici auspicati dall'editorialista.
    Distinti saluti. 26-08-2010 12:19 - bruno di prisco
  • l'art di Raimo è meno surreale di quello che si pensi. Mi viene in mente la campagna elettorale di Vendola per le regionali del 2005.
    Vendola spiazzò tutti, non solo gli avversari, enfatizzando il suo essere "estremista", "diverso", "comunista". fece diventare punti di forza quelle che sarebbero state le critiche prevedibili dei suoi avversari, non dimentichiamo che in quella campagna elettorale vendola nn aveva un signor nessun come rocco palese ma un uomo tuttora potente come fitto e chi è pugliese sa di cosa parlo.
    insomma proviamo a ragionare in termini nuovi, nn si tratta di nn dare peso a contenuti e programmi ma di vincere anche sul terreno dell'avversario. 26-08-2010 12:03 - antonio del rosso
  • per quanto concerne il discorso "cancro", il problema nn è curarlo in 3 anni o in sei mesi, ma "prevenirlo" sempre. Quanti sono i costi sociali delle malattie come il cancro che colpiscono in giovane età? Inoltre , se pure da ormai un secolo si considera la natura psicosomatica delle malattie e di quelle degenerative più di recente, negli ospedali trovare uno psicologo nei reparti di oncologia e trapianti è come cercare un ago in un pagliaio. Questa realtà non è mutata purtroppo neanche durante gli anni in cui abbiamo avuto la sinistra al governo e invece ci si concentra sulle cure farmacologiche esui vaccini che pure servono ma che spesso sono solo una ghiotta occasione di "business" per le multinazionali del farmaco 26-08-2010 11:59 - agostino
  • L'idea è buona, anzi ottima. Suppongo che se fosse basata anche su un programma serio ed originale, sarebbe ancora migliore.
    Vorrei aggiungere che sarebbe probabilmente vincente se venisse adottata da persone non compromesse col fallimento del centro-sinistra, con o senza trattino.
    L'idea che chi è riuscito a silurare Prodi cominci a parlare come berlusconi ed i suoi mi farebbe sospettare ancor di più sulla loro consistenza politica, passata e presente .... 26-08-2010 11:29 - Sergio Camiz
  • Ringrazio tutti dei commenti, ma spero che l'articolo non apra a fraintendimenti. Penso che la cosa più importante per la sinistra siano i valori, i programmi, l'impegno delle persone. E' un lavoro lunghissimo, che va fatto attraverso una contro-educazione di cui si vedranno i frutti tra vent'anni. Il punto che cercavo di cogliere è un altro. Provate e a leggere la lettera che ha mandato stamattina Bersani a Repubblica: dice cose abbastanza giuste, perfino ovvie in più di un punto. Ma fa venire il latte ai coglioni. Sembra un comunicato di una sezione di Salsomaggiore Terme nel 1964. Chi mai voterebbe per un programma del genere esposto in questo modo? L'ultimo degli sgherri pubblicitari di Berlusconi avrebbe buon gioco a averla vinta 26-08-2010 09:21 - christian raimo
  • Colto e divertente! Poi, uno si rammenta che il significato delle parole lo decide sempre chi comanda. Velio Abati 26-08-2010 08:43 - Velio Abati
  • Cari amici, vi prego, rileggete l'articolo e provate a riflettere. Se hai di fronte un interlocutore che ti offende o racconta balle, non dico di passare alle offese ma alla famosa affermazione "Vi prometto un milione di posti di lavoro" hai il dovere di opporre "Io due milioni".
    Se B. si vanta di disegnare gioielli da regalare alle sue giovani innamorate subito gli ribatti <<mi darebbe l'indirizzo del suo gioielliere?>>
    O ancora<< Che bel cerone che ha. Mi presenta la sua truccatrice?>> 26-08-2010 07:18 - Giosuè
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