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Alberto Piccinini
Il conflitto d'interessi fa cortocircuito
Ain't gonna play Sun City. Oh no no no no, diceva parecchi anni fa una canzonetta di una certa forza e discreto successo, collettivamente eseguita da «artisti uniti contro l'apartheid».
Artisti che effettivamente a Sun City - era il lussoso casinò per soli bianchi nel Sudafrica - non andarono mai a suonare. Parecchi anni dopo - se è consentita un po' d'esagerazione - nessuno sembra esser disposto a cantare qualcosa che assomigli a ain't gonna play Mondadori. Neppure ain't gonna play Einaudi, a dire il vero. E tuttavia qualcosa che assomiglia a un boicottaggio di Mondadori e Einaudi, case editrici di proprietà di Berlusconi, viene vagheggiato, discusso, auspicato, e non da ieri, nei termini di una radicale semplicità ed efficacia comunicativa. Chi può, se ne vada. Preannuncia la riapparizione in extremis dell'intellettuale impegnato (se non ora, quando?). Ma è contemporaneamente smentito con pari efficacia per il «nemico» da quel che sappiamo bene: i libri di D'Alema per Mondadori; le prove della meglio gioventù letteraria italiana per Einaudi; la permanenza di Saviano, frontalmente attaccato da Berlusconi, nella casa editrice di proprietà di Berlusconi, con la rassicurazione di amici e parenti del Capo, libero di scrivere quel che vuole ci mancherebbe e così sia. Manca solo che qualcuno ci metta il sigillo sopra: Saviano se n'è ghiuto e soli ci ha lasciati.
Da ultimo è arrivato il «turbamento interiore» del teologo Vito Mancuso dopo il presunto condono «ad aziendam», cavallo di battaglia dell'ultima Repubblica. Per il folto gruppo di collaboratori di Repubblica e autori Mondadori/Einaudi, ha preso ieri la parola Eugenio Scalfari. Dicendo in sostanza che l'Einaudi non s'è berlusconizzata, quindi lui ci resta. E aggiungendo: «Lo sciopero degli autori, degli operatori televisivi e, perché no, quello dei lettori o dei telespettatori non sono armi facilmente realizzabili». Perché?
Sciopero o boicottaggio che sia, si può fare un calcolo semplicissimo. Il numero di scrittori «di sinistra» che hanno effettivamente abbandonato il gruppo in questi anni (quindici!) si conta ancora sulle dita di una mano: Staiano e Bocca, Cordelli, Sandro Veronesi, da ultimo Don Gallo. Naturalmente Marco Belpoliti, con annesso «caso». E naturalmente Saramago, tolto di catalogo con un «caso» ancor più rumoroso, trattandosi di un Nobel, di un scrittore di popolarità mondiale, e discutendosi della liceità o meno di scrivere «Berlusconi delinquente» in un libro Einaudi.
Tra parentesi: uscirà a breve da Einaudi il nuovo libro di Jonathan Franzen, annunciato più o meno come «il romanzo del secolo». Si può ragionevolmente pensare che l'ottimo Franzen non sarebbe stato contento di uscire, anni fa, con il marchio di una casa editrice di proprietà di G..W. Bush. E qualcuno potrebbe farglielo notare, magari con una bella lettera aperta, nel caso facilissima da scrivere: Bush, Berlusconi. Punto. Ma anche un eventuale allargamento internazionale del boicottaggio (all'estero ci si fanno meno menate sull'Italia berlusconiana, si sa) appare improbabile.
Segno che all'efficacia comunicativa e politica di un simile gesto credono in pochi, tra gli autori. Il che risulta del resto dalla quantità di dichiarazioni e distinguo di intellettuali e scrittori di sinistra (beninteso fuori dalle loro opere, chè questi non sono i tempi di Togliatti e Vittorini) sul ruolo distinto dei funzionari della casa editrice rispetto alla proprietà; dalla parola d'ordine «resistiamo finché ci cacciano»; dalla bizzarra locuzione «cavallo di Troia» applicata a se stessi da scrittori più che radicali i quali continuano a pubblicare per i marchi di Berlusconi.
Che vuol dire? Che i Wu Ming (per dire) pubblicano per Einaudi alla faccia di Berlusconi? Che usano l'hardware del Capo, dalle rotative all'ufficio stampa, all'ufficio amministrazione, come dei diabolici hacker? Gliel'augureremmo di cuore. Davvero.
Niente. L'argomentazione «sei pagato da Berlusconi» non funziona, non turba la coscienza dell'autore di sinistra (al quale non si chiederebbe d'essere povero, ma almeno conseguente), appare anzi naif, giustizialista, un po' cafona. E' un segno dei tempi? Una debolezza della sinistra? Una debolezza degli autori? Se persino il consiglio di ritrovare la decenza seguendo la via più agevole, e andare a pubblicare (chi può), o a lavorare (chi ce la fa) da Rizzoli o Feltrinelli. o da Minimum Fax, è preso più o meno come una furbata tra concorrenti, non stiamo messi tanto bene.
Richiamando giusto quel che scrive Scalfari, il conflitto di interessi del quale Berlusconi è protagonista fin dal giorno uno della sua discesa in campo, ha già devastato - per rimanere al campo della comunicazione - la televisione e la carta stampata in Italia. Ha lambito il cinema e l'editoria che interessano meno dal punto di vista elettorale. E questo è l'abc.
Ma il conflitto resta in piedi, eccome. Se cinema e editoria non sono state arruolate come tutto il resto, mica stanno sulla luna. Stanno nel paese de Il Giornale, e dei telegiornali di Minzolini, fanno girare gli stessi soldi, contribuiscono al prestigio e alla ricchezza dello stesso padrone.
Oppure bisogna concludere che i libri sono più puliti della televisionaccia di propaganda del pomeriggio?
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Saluti.
A. Simone 26-08-2010 13:31 - Antonio Simone