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Giuseppe Di Lello
A tutti i costi
Berlusconi ha posto la riforma della giustizia come uno dei cinque punti essenziali alla sopravvivenza del suo governo e non può demordere dall'impresa per varie ragioni concomitanti. È una riforma che mira innanzitutto alla sua salvezza personale, essendogli chiara la inutilità di detenere un immenso potere politico ed economico se poi corre il rischio di perdere tutto per una qualche malaugurata sentenza definitiva. Ci sta provando da tempo ma non ha ancora raggiunto la sicurezza assoluta perché se da un lato ha racimolato alcune prescrizioni, dall'altro sa che lodi e scudi protettivi gli finiscono sempre male: oltre a perderci la faccia, rischia di perdere anche l'impunità. I tempi incalzano, i processi Mills e Mediaset pendono inesorabili e allora bisogna approvare ad ogni costo la legge sul processo breve nel testo già approvato al Senato, con la norma transitoria che ne prevede l'applicazione ai processi in corso per reati commessi prima del 5 maggio 2006 e con pena inferiore ai dieci anni di reclusione. A tutti i costi addio ai processi Mills e Mediaset, appunto: anche a costo della fine di questa legislatura per poi riprovarci con una maggioranza più fedele?
Il ministro Alfano è stato molto chiaro nell'indicare questo come il primo obbiettivo da raggiungere alla ripresa dei lavori parlamentari, fingendo di ignorare che il processo breve è stato ripetutamente criticato da Fini perché utile solo a Berlusconi ma disastroso per l'organizzazione giudiziaria complessiva e, pertanto, uno dei principali punti di rottura tra i due. Certo Fini non aveva attenuato la sua ostilità quando inizialmente Alfano aveva assicurato che la riforma avrebbe interessato solo l'uno per cento dei processi in corso: come documentarono vari uffici giudiziari, non era vero e, di fronte a cifre catastrofiche, ora il ministro cambia la strategia persuasiva e assicura che reperirà i fondi per l'attuazione della riforma.
Chissà se Fini ora farà finta di crederci, anche se si tratta di una sciocchezza simile alla prima, dato che il problema non è solo di fondi ma di una macchina giudiziaria al limite del collasso, incapace di gestire i processi per carenze organizzative e per una legislazione finalizzata alla prescrizione più che alle sentenze definitive. In ciò c'è tutta la contraddittorietà - tenacemente voluta - dei governi berlusconiani e dei guardasigilli alla Alfano che hanno accorciato a dismisura i tempi della prescrizione per i reati commessi prevalentemente dai "colletti bianchi" e hanno messo in campo riforme che mirano ad allungare ulteriormente i tempi dei processi penali.
Questa riforma è incostituzionale in quanto attuerebbe una vera e propria amnistia e, per di più, con carattere permanente tagliando costantemente la testa ai processi che si protraggono per più di due anni. Ovviamente è una riforma di "classe" perché salverebbe solo chi può permettersi una difesa efficace e costosa, in grado di "allungare" il processo fino alla mannaia dei due anni. Bisogna ostacolarla, non tanto per far cadere Berlusconi, quanto per salvare quel minimo di eguaglianza che è rimasta nel nostro sistema. Bisogna, però, avanzare anche proposte di riforma che ridiano fiducia nella giustizia e nei suoi tempi altrimenti Berlusconi su questi temi aggregherà sempre consenso per poi usarlo pro domo sua.
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La dimostrazione?
Un esecutivo improntato a risolvere i problemi del premier a fargli aumentare a se ed a pochi conviviali gli utili fin quì avuti.
La popolazione è lasciata alla mercè della crisi, viene lentamente, inesorabilmente e definitivamente espropiata della sicurezza sociale e di quel poco che ha.
Si stà creando un andamento sociale incerto, un'esistenza nazionale vacillante atta ad ogni tipo di governo comprerso uno autoritario-disfattista, il cammino che si delinea è quello, ed a sinistra ancora a discutere sul tipo di foglie e di olio da usare?
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