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COMMENTO
14/09/2010
  •   |   Christian Raimo
    Maria Stella l'ottimista

    Alle volte, di questi tempi, in fila alle poste incantati dallo scorrere indolente dei numeri di led luminosi rossi sul display in alto sopra gli sportelli, o nella bolla condizionata di una macchina, nelle città che si rianimano a inizio settembre, si può provare una leggera euforia punk, da repubblica di Weimar, da quiete prima della tempesta. Con i rapporti dell'Ocse o degli altri paternalistici organismi internazionali che continuano a declassarci in classifiche dietro stati di cui conosciamo a malapena la collocazione geografica, con le pubblicità di finanziarie dai nomi bambineschi che sulle pagine delle free-press fanno a gara con quelle dei siti di scommesse on line, con i negozi di alimentari che chiudono e lasciano il campo alle sale giochi con le slot machine o ai rivenditori di oro a diciassette euro il grammo, si ha la sensazione di stare in un punto finale: prima o poi le famiglie non ce la faranno più a fare da paracadute sociale, prima o poi i sindacati non riusciranno più a opporre resistenza di fronte a una deregulation darwiniana del mercato del lavoro, prima o poi la scuola pubblica e l'università non avranno più il fiato per reggersi su delle forze sempre più volontaristiche. 
    Certo, non a tutti il futuro italiano appare così catastrofico. Si respira, per esempio, a leggere le riviste popolari in attesa dal parrucchiere, un altro clima. Su Chi di questa settimana un Piersilvio Berlusconi (chissà che, così per dire, non sia lui o la sorella il prossimo leader del centrodestra) abbronzato e tonico riempie la copertina e ci elargisce consigli quasi-buddisti su come stare bene con se stessi. Sul numero della settimana scorsa invece - negli stessi giorni in cui migliaia di precari con decenni di supplenze alle spalle non ricevevano nemmeno la carità di una chiamata annuale - Maria Stella Gelmini anche lei non si lasciava avvelenare dal pessimismo. E ribatteva in una distesa intervista dalla sua casa di Ischia di non sentirsi schiacciata dalle incombenze del presente, e di avere anzi un progetto ben definito per il futuro: dopo Emma (una bella bimba paffutella, che ha ormai quattro mesi), adesso pensa a un maschietto. È questa, lo ribadiva a chiare lettere, la sua priorità, il centro di tutto - e quest'estate, mentre lavorava certo, si è dovuta occupare di come arredare la sua nuova casa al centro di Roma. 
    Non c'è mica da vergognarsi a pensare un po' ai fatti propri; soprattutto non c'è mica da vergognarsi a volerli raccontare anche a chi magari alla stessa età del ministro non si può permettere altra stanza dove dormire che quella della propria adolescenza, con i poster dei Queen ingialliti alle pareti.
    Ma l'assenza di una fiducia minima nel futuro di questo paese si può riconoscere anche da altre impressioni sparse. Sempre a dar retta agli osservatori internazionali, il tasso di competenze dei lettori sta precipitando di anno in anno, insieme alla libertà di stampa, e agli investimenti nella cultura, eccetera, eccetera. 
    L'elenco del declassamento italiano è una litania che abbiamo imparato a conoscere e a lasciare sfumare. E a dire il vero, non servono neanche tutti questi numeri; si ricava la stessa evidenza, se uno gira a zonzo per la propria città o fa una telefonata a qualche amico tornato dalle ferie. La marcescenza dell'incultura destrorsa che ha contagiato la nostra società ha fatto sì che, nella convinzione comune, si sia introiettata inconsapevolmente l'idea che il pensiero, la riflessione siano occupazioni depressive, che lo studio non serva, che passare tempo sui libri non sia fondamentale, che i luoghi dell'apprendimento siano le reliquie di un'epoca ormai al tramonto.
    Mentre nel tempo d'estate gruppi di studenti organizzati, ricercatori universitari con una tesi di dottorato da completare migrano per un paio di mesi a studiare all'estero, a passare un luglio o un agosto nei campus organizzati dal British Council, o a consultare la bibliografia nella Bncf parigina, nella Library of Congress, nella biblioteca nazionale di Monaco o Berlino (aperte dalle 8 alle 24...), in Italia l'idea che d'estate si studi (anche) è peregrina, obsoleta, bizzarra. 
    A agosto, in grandi città come Roma o Firenze o Napoli, per dire, le biblioteche (nazionali, comunali, universitarie) chiudono del tutto, al massimo lavorano qualche giorno con orario dimezzato fino a pranzo, non hanno l'aria condizionata, l'accesso a internet, etc...; diventano luoghi che non accolgono nessuno.
    Eppure non sarebbe difficile pensare alla questione biblioteche come un punto nodale - non solo simbolico - per un programma di sinistra. Non sarebbe troppo inventivo, per dire, che uno slogan di sinistra fosse: Una modernissima biblioteca pubblica in ogni quartiere oppure Mille nuove biblioteche in tutta Italia.
    Il ventennale disastro civil-culturale, che in assenza di definizioni migliori abbiamo finito per chiamare berlusconismo, ma che è sinonimo di frantumazione sociale, di depoliticizzazione, di cinismo di massa, potrebbe cominciare a essere veramente contrastato (non tanto legittimando la conversione in articulo mortis di una certa destra a una minima etichetta costituzionale ma) provando a immaginare un paesaggio diverso con un po' di inedita lungimiranza. 
    Ossia? Ossia si potrebbe impegnarsi a invertire quel processo iniziato negli anni '80 per cui la gente ha preso a ritirarsi dai luoghi pubblici dentro le mura delle proprie case, ha progressivamente evitato il confronto con il resto del mondo, ha imparato a consumare cultura e intrattenimento in forma privata: si è - per farla breve - trasformata da società civile in audience.
    C'è un libro di Antonella Agnoli, uscito da Laterza un anno fa, che s'intitola Le piazze del sapere e che - partendo dalla questione apparentemente tecnica di come ripensare le biblioteche pubbliche in una società in trasformazione come la nostra, dove comunità è sinonimo di facebook e dove la lettura è un'attività in progressivo declino - prova a buttare nell'ambito della riflessione sociale un'idea modestamente rivoluzionaria: «Ricostruire luoghi di dibattito, di conoscenza, di informazione: piazze ma anche biblioteche intese come piazze coperte dove la possibilità di incontrare amici sia altrettanto importante dell'opportunità di prendere in prestito un libro o un film».
    A mali estremi, piccoli rimedi. E il vero male estremo - proviamo a capirlo una volta per tutte - non è neanche il federalismo d'accatto che si vuole approvare entro la fine dell'anno, e nemmeno la volontà di riformare l'intero apparato giuridico italiano per far sfuggire un sol uomo ai processi.
    Il vero male estremo non si data nel presente, ma nell'eventuale futuro: ed è la riduzione delle ore nei licei, la sparizione degli spazi di dibattito politico, la chiusura dei teatri, la riduzione dei posti di ricercatori all'università, il mancato investimento nelle biblioteche pubbliche... 
    Stiamo diventando, senza accorgercene, un paese senza futuro: prima di innamorarci di questa cupio dissolvi, potremo anche avere un istante di ripensamento.


I COMMENTI:
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  • Mi sento anch'io a Weimar da un po' di anni. Niente da aggiungere, complimenti a Christian Raimo... e a Livia. Tutto vero, doloroso e ormai per me (e spero non troppi oltre a me) insostenibile. 14-09-2010 17:36 - Federico 73
  • un ricercatore universitario con una tesi di dottorato ancora da completare è una bestia rarissima e molto molto fortunata dato che ha già un posto stabile dentro l'università... chi fa una tesi di dottorato, ha ancora normalmente un paio di lustri di precariato instabile davanti prima di diventare ricercatore universitario e solo una piccola parte ci riesce! ciò detto, le biblioteche come piazze del sapere non sono una cosa nuova, se ne parla da decenni, negli anni'70 i bibliotecari si animavano parecchio su questi temi. Ma non è questo il problema principale, né che le biblioteche chiudano qualche giorno o settimana il mese di agosto (anche se sarebbe meglio il contrario). Purtroppo anche in pieno inverno le biblioteche, soprattutto quelle del Ministero dei beni culturali anche se sono aperte, ciò che non sempre avviene, distribuiscono i libri conservati nei magazzini, cui i lettori non possono accedere, con orari ridottissimi, praticamente solo la mattina, per pochissimi volumi per volta (due o poco più rispetto ai 15 di Parigi ad esempio, mentre chi studia magari ha solo una riga o una citazione da controllare su quel testo e per il resto del giorno poi non può fare nulla), non danno accesso a internet per completare le ricerche su notizie, personaggi e libri che non posseggono in sede e senza le quali il lavoro non prosegue - bisognerebbe uscire, trovare una connessione, controllare e rientrare, un bel risparmio di tempo!, permettono di accedere solo a pochi cataloghi e non ai database stranieri commerciali ecc. ecc. Il tutto con una maleducazione media del personale altissima, cui nessuno ha mai spiegato le esigenze di chi studia, cioè che fare ricerca non è leggersi un libro dalla prima all'ultima pagina senza chiedere altro per giorni e settimane (in genere quel tipo di libro lì si compra e si tiene in casa). Per chi studia e lavora insieme, non intendo in pizzeria, ma altri lavori minimamente più qualificati, orari del genere, solo la mattina, no il sabato pomeriggio, mai la sera ecc. ... significano né più né meno l'impossibilità di fare ricerca in Italia. 14-09-2010 14:46 - Livia
  • Mi piace questo modo di scrivere e di indignarsi.
    Ma non so perché ho l'impressione che non vada al cuore del problema. Mi lascia un po' insoddisfatto. Infine ho capito: e se parlassimo dei rapporti di classe, oggi, almeno in Europa? 14-09-2010 14:16 - Luca
  • Un articolo bellissimo, complmenti all'autore. Una fotogria molto chiara del tracollo culturale, esistenziale, ma non solo (anche economico, sociale, morale), dell'Italia e degli italiani. Sullo specifico della questione "biblioteche" mi sembra emblematico il caso della Biblioteca Europea di Informazione e Comunicazione di Milano, che avrebbe dovuto essere la prima e la sola biblioteca italiana di livello europeo, vicina a quelle straniere citate da Raimo. A progetto approvato ( e pagato), dopo che si era già aperto un sito internet etc. la BEIC al 99% non si farà più perchè il governo non la finanzia e il Comune di Milano sta cedendo l'area a qualche ostruttore privato. Il tutto nella sostanziale indifferenza dei milanesi. nemmeno un segno di protesta per questo scippo alla comunità. Ma a che serve una biblioteca? Non è più interessante un centro commerciale, una Disneyland, uno spazio per le sfilate di moda etc? 14-09-2010 13:01 - Maurizio Disoteo
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