giovedì 19 settembre 2013
COMMENTO
31/10/2010
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Fabrizio Tonello
Quando il capo rifiuta ogni freno
Sesso e potere hanno una lunga storia in comune dall'antica Grecia fino ai giorni nostri, passando per Machiavelli e Cicerone. L'immaginario collettivo dell'Europa moderna si è nutrito di guerra di Troia (scoppiata per le grazie di Elena), madame Pompadour con Luigi XIV, John Kennedy con Marilyn Monroe e Bill Clinton con Monica Lewinsky. I casi di cui Berlusconi è protagonista a ripetizione invadono quindi i giornali non solo per pruriginosi interessi di cassetta ma perché toccano corde profonde della società.
Oggi non se ne discute più nelle taverne, nelle piazze o sul sagrato delle chiese ma in televisione, il che impoverisce il dibattito e distorce la prospettiva ma, poiché la televisione non può essere disinventata, c'è ben poco da fare se non cercare di capire di cosa esattamente si sta parlando. Forse si farebbe un piccolo passo avanti se si riconoscesse che sul tema si scontrano due visioni del problema: quella dell'etica pubblica e quella della società dei consumi, quella della libertà dei cittadini e quella della libertà dei servi.
Tutto, in realtà, era già stato detto nelle battute iniziali di Antonio e Cleopatra di Shakespeare, dove l'amico di Antonio Filone dice: «Però, questa frenesia del nostro generale comincia a passare la misura. Quei suoi occhi superbi che fiammeggiavano su schiere e coorti come quelli di Marte in assetto di guerra ora li china al suolo (...) il suo grande cuore di condottiero (...) adesso rifiuta ogni freno, è diventato mantice e ventaglio per raffreddare gli ardori di una zingara».
Sta tutto qui, nelle tre parole «reneges all temper», rifiuta ogni freno, un peccato capitale per i generali e i leader politici, che devono dare prova di saper controllare le proprie pulsioni sessuali. Ciò è necessario perché è il test della loro capacità di dominarsi in generale, di saper prendere decisioni sottraendosi all'ira o ad altre emozioni, un ovvio requisito per ben governare. Se così non fosse, i piaceri della carne ben presto farebbero dimenticare i doveri di stato: nella stessa scena Antonio non vuole ascoltare un messaggero e dice: «Si sciolga nel Tevere Roma, crolli il grande arco del suo ordinato impero. Qui è il mio respiro, i regni sono d'argilla». E, così dicendo, bacia Cleopatra.
Ma è possibile coltivare un'etica repubblicana in una società dei consumi che ha il corpo delle giovani donne come passepartout per vendere qualsiasi cosa? Non il denaro ma il corpo femminile è la merce di scambio universale nella società dello spettacolo. Questo non può che saldare l'invidia popolare per chi può realizzare il desiderio maschile con modelli sociali in cui le donne ricominciano a vedere come naturale usare il proprio corpo come strumento di scalata sociale. I vecchi satiri, se dotati di ricchezza e potere, producono giovani aspiranti veline, soubrette e quant'altro: da Noemi a Patrizia D'Addario che voleva sbloccare la sua concessione edilizia fino a Ruby che si fa scarcerare dopo un furto.
Berlusconi trova quindi un ampio consenso sia tra i maschi che vorrebbero essere al suo posto, sia tra le donne che pensano di aver capito le regole del gioco. Un consenso che le deboli critiche sul tema della sua «ricattabilità» non possono scalfire. Dobbiamo quindi rassegnarci a un premier puttaniere? Nel lungo periodo no, a condizione che la maggioranza degli italiani capisca che i motivi per cacciarlo sono più profondi, e più di interesse collettivo, di quanto non facciano credere i giornali che buttano la cosa in ridere.
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