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Alberto Burgio
La radice profonda del razzismo in Europa
È una buona cosa che, sullo sfondo della persecuzione razzista dei rom in Francia, si sia aperta una riflessione teorica sul razzismo. È tutt'altro che scontato che se ne sappia abbastanza (su ciò che lo produce e lo alimenta e, prima ancora, su ciò che il razzismo è) per reagire all'altezza dei suoi devastanti effetti attuali e potenziali. Gli interventi di Etienne Balibar e Jacques Rancière sul manifesto hanno fatto luce su aspetti rilevanti. Il primo si è incentrato sul nesso tra cittadinanza ed esclusione, mettendo in risalto come esso operi anche nel quadro dell'Europa comunitaria; il secondo ha insistito sulla natura artificiale (non spontanea) di un razzismo frutto dell'iniziativa di «imprenditori politici».
Entrambi condividono una prospettiva politico-centrica e meriterebbero un approfondimento: in particolare Rancière sembra sbarazzarsi troppo precipitosamente della scaturigine sociale della paura (e del risentimento) che l'intervento politico alimenta e incanala contro gruppi umani rappresentati come pericolosi. Ma lo spazio è tiranno e, piuttosto che dedicarlo a un confronto interno, conviene utilizzarlo per ampliare lo spettro della discussione, prospettando un'ipotesi differente e complementare, incentrata sulle dinamiche sociali responsabili della produzione di stereotipi inferiorizzanti: un'ipotesi per dir così socio-centrica.
Quando parliamo di razzismo siamo soliti pensare ai margini della società o a popolazioni straniere. Il razzismo appare al senso comune una faccenda riguardante gli «altri», i «diversi» (o i «devianti»), insomma non-persone abitanti la periferia (fisica o morale) delle nostre metropoli. Naturalmente questo modo di pensare ha le sue buone ragioni. Oggi le «razze» (poco importa se rinominate con termini meno impresentabili come «etnie» o «culture») sono in primo luogo i migranti, variamente considerati invasori, nemici, delinquenti naturali, terroristi potenziali, barbari e così via connotando. Oppure sono i rom (e i sinti), cioè gli «zingari». O ancora gli ebrei (checché se ne dica, resiste il pregiudizio che li configura come una «razza»). In una parola, minoranze a vario titolo percepite come estranee al corpo (sano) della collettività. Come eccezioni (patologiche) rispetto alla norma e alla normalità. Tuttavia, se non vogliamo rimanere prigionieri del razzismo, non possiamo limitarci a sfogliare il catalogo dei gruppi umani trasformati in «razze», dobbiamo anche chiederci a che scopo il razzismo li «razzizza».
Con ogni probabilità, l'obiettivo è legittimare trattamenti discriminatori e persecutori che possono arrivare sino allo sterminio. La violenza che difficilmente la società accetterebbe di subire, appare tollerabile (motivata e giusta) se colpisce un gruppo raffigurato come portatore «per natura» di uno stigma morale. Quella violenza è percepita come legittima difesa poiché è messa in relazione alle caratteristiche perverse attribuite a quel gruppo. In una parola, il razzismo è la fabbrica delle identità negative, un operoso cantiere antropologico che, producendo stereotipi (cioè letteralmente creando le «razze»), sforna ininterrottamente argomenti utili a giustificare la violenza che una parte della società scarica su altre componenti più deboli e a vario titolo subordinate.
Se le cose stanno così, lo sguardo dovrebbe disinteressarsi del dito (gli argomenti specifici - tutti, indistintamente, pretestuosi - addotti dal razzista di turno) e rivolgersi alla luna che esso indica, cioè alla radice profonda di questa violenza. Dovrebbe cercare la fonte «strutturale» dell'insaziabile fame di discriminazione che ossessiona la nostra società, poiché soltanto così è possibile capire perché da due o tre secoli a questa parte l'occidente capitalistico non può fare a meno di inventare «razze» inferiori, parti infette dei corpi sociali che meritano di essere cauterizzate o addirittura amputate. E soltanto adottando questa prospettiva si può capire perché il razzismo torna sistematicamente in auge nelle fasi acute di crisi economica e sociale, quando le dinamiche riproduttive esasperano la propria connotazione gerarchica, mobilitando un surplus di violenza e di brutalità.
Il punto è che la «razza inferiore» (quella di chi - stando alle mitologie razziste - ruba o stupra per incoercibili propensioni «naturali» o è «per natura» refrattario alla civilizzazione) incarna e mette in scena non soltanto le ragioni della propria discriminazione, ma anche, soprattutto, la legittimità del discriminare come meccanismo generale della relazione sociale. Certo, la violenza che si scatena contro i rom cacciati via da una palude infestata dai topi all'altra, evitati come appestati sugli autobus e sui treni e finalmente deportati oltre confine nel nome della sicurezza e sanità del corpo sociale, è diversa da quella che gli italiani (o i francesi) doc - quanti tra loro lavorano sotto padrone o nemmeno riescono a trovare un lavoro - sono costretti a subire. Questi ultimi sono (ancora) protetti da qualche diritto. Ma un denominatore comune c'è, e consiste nel dipendere dall'arbitrio altrui. Per questo è importante che assistano alla cacciata dei rom, spettacolo estremamente istruttivo che rammenta (e rappresenta come una condizione inemendabile) la loro radicale subalternità.
Che cosa imparano, a guardar bene, da questo spettacolo che colpisce ai margini della società ma si rivolge al grosso della popolazione, alle «genti meccaniche» cui non è toccata la buona sorte di illustri natali? Apprendono la terribile lezione della modernità: la loro condizione di homines œconomici, di individui soli, costretti a combattere, a proprio rischio e pericolo, la guerra quotidiana degli egoismi individuali. Ciò che il razzismo si incarica di portare a termine mettendo in scena il destino degli ultimi è, in altre parole, l'atomismo sociale e lo sradicamento della solidarietà, fattore antimoderno per antonomasia, incompatibile con lo scatenamento degli «spiriti animali» del capitalismo.
In questo senso - per quanto paradossale ciò possa apparire - se vogliamo capire quale ruolo il razzismo giochi sulla scena europea (e perché esso svolga ancora una funzione così importante), è indispensabile leggere correttamente vicende come quelle di Pomigliano e di Melfi, nelle quali il padrone dichiara in modo esplicito di voler negare qualsiasi diritto a chi per sopravvivere è costretto a vendere il proprio tempo di vita. Gli operai debbono tornare ad essere cose, levarsi dalla testa di essere persone e, soprattutto, membri di un soggetto collettivo. E affinché intendano la musica, niente è più utile del mostrare loro che fine fanno quelli con i quali la buona società si arrabbia per davvero.
Ma se la sorte riservata ai margini serve a educare il centro, allora il problema è la reazione del centro. Non si tratta di stabilire se il razzismo sia o meno spontaneo, certo che non lo è. Il punto è che il razzismo sarà senso comune, benché inculcato dall'alto, finché i corpi sociali assimileranno docilmente la lezione che esso impartisce: la fondatezza delle gerarchie sociali, la legittimità della violenza che esse decretano, la moralità della riduzione a cose dei subordinati. Oggi, esattamente come nel secolo scorso, il problema chiama dunque in causa proprio gli «uomini comuni», spesso complici, più o meno inconsapevoli, della violenza razzista.
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Far costruire ad esempio una moschea è sintomo di intelligenza, apertura, accoglienza etc. e non di stupidità. Se non possiamo costruire una chiesa (la dico alla maniera Padana) a "casa loro" significa che c'è qualcosa che non funziona nella loro idea di democrazia. Ciò non significa però che noi dobbiamo comportarci allo stesso modo. Anzi! Consapevoli della nostra cultura accogliamo e aiutiamo coloro che hanno bisogno.
Ovviamente anche a me da fastidio colui che stupra mia figlia! Ma mi domando quanto il nostro paese sia capace di fornire accoglienza laddove è reato l'immigrazione!
Vede signor ENZO se lei tira un pugno ad una persona non sia aspetti che questa le sorrida.
Impariamo a pensare e a ragionare sugli effetti che molte leggi hanno! Impariamo a documentarci invece di guardare la televisione e pretendere di avere un proprio pensiero! 01-10-2010 18:00 - Luigi
Il razzismo recupera le identità territoriali e psicologiche delle persone e delle comunità, le trasforma in corazze difensive e strumenti offensivi. Riesce a far accettare al cittadino giuridico la sua riduzione a strumento produttivo del capitale, esposto alla progressiva riduzione dei suoi diritti sociali ed economici sotto il ricatto della continua riproposizione del diverso colpevole di essersi posto ai margini estremi della società produttiva e quindi estraneo alla comunità. Zingaro, venditore nero, schiavo dei pomodori: sono il disvelamento dell'essenza celata dei rapporti sociali. Sono la rivelazione, per chi non ha potere, della vera natura del rapporto che intrattiene con i meccanismi di produzione e riproduzione del capitale sociale. Per questo è facile attizzare il razzismo e trasformarlo in strumento di governo politico. Come insegna l'Italia 01-10-2010 15:10 - Alfredo
Oggi i zingari che rubbacchiano, sono dei concorrenti sgraditi al governo.
Avete fatto caso che da quando c'è Berlusconi tutte le organizzazioni mafiose sono state distrutte, eccetto la sua.
Così anche i zingari che devono anche loro sparire.
Pare che Berlusconi voglia entrare nel rachet delle elemosine e dei lavavetri.Dopo aver preso la piazza del gioco d'azzardo e della prostituzione,ecco che la sua banda cerca di allargarsi anche in quei settori dove solo i poveracci e la corte dei miracoli francese aveva l'esclusiva da tempo.
Le elemosine sono un affare da milioni di euro e il Berlusca ha già messo su un bel pò di personaggi pronti a occupare questo spazio.
Presto troveremo uomini e organizzazioni,pronte a sfruttare i sentimenti di pietà della gente.
Offerte per i bambini di Haiti,per la leucemia e per tutti i cani randaggi,già sono passate sotto il suo controllo.
I zingari devono tornarsene in Romania,quì non c'è trippa per gatti.
Dove c'è un affare ecco che arriva il Nano!
Non è per razzismo che vengono cacciati i zingari,ma solo per affari!
Come Al Capone,il nostro Polpo Nano allunga i suoi tentacoli!
Scusa,ma sono solo affari! 01-10-2010 14:53 - mariani maurizio