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Gabriele Polo
Tre mesi per vivere
Da alcuni mesi il governo ha azzerato il finanziamento pubblico dell'informazione cooperativa e politica, cancellando la legge sul diritto soggettivo, sostituendola con un «fondo» per l'editoria, ancor oggi del tutto indefinito. La conseguenza, per quel che ci riguarda, è il dissolversi del 25 per cento delle entrate.
Da alcuni anni le nostre vendite sono in costante flessione e - per dare qualche cifra - nei primi nove mesi del 2010 le copie diffuse in edicola sono scese quasi del 20 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009, mentre gli abbonati sono il 10 per cento in meno dell'anno precedente.
Tra finanziamenti dissolti e copie perse stiamo soffocando: se non riusciremo a invertirne il corso, questi due fatti - soprattuto il primo, per rilevanza quantitativa - porteranno in pochi mesi alla chiusura del manifesto.
Sul primo punto c'è poco da aggiungere a ciò che è stato detto mille volte e che i nostri lettori conoscono quasi a memoria. Cancellando un diritto di legge e sostituendolo con una concessione di bilancio, il governo in carica non fa altro che perseguire per via amministrativa uno dei suoi obiettivi politici di fondo, la distruzione del pluralismo e l'omologazione dell'informazione.
In «cambio» dei quasi quattro milioni di euro che la legge ci garantiva, l’esecutivo ha promesso (a noi e a tutte le altre testate cooperative e politiche) qualche briciola tra gli avanzi di cassa di fine anno: quanto e quando non è dato sapere e così non possiamo nemmeno chiedere un prestito bancario. Di più: la volubilità della promessa governativa ci impedisce qualunque programmazione di bilancio. Il tutto avviene nel quasi totale silenzio o, persino, con la complicità di chi - avendo in odio l’intervento pubblico in economia - si affida alle capacità regolatrici del mercato e finge pure di credere che sia libero perdavvero. Liberali autentici - curiosamente tra loro ci sono i più focosi avversari del premier in carica - e rigorosi assertori della legalità come soluzione per tutti i mali. Dicono sciocchezze, ma al momento parecchio diffuse. Contro cui continueremo a batterci finché avremo voce. Nello specifico chiedendo il ripristino del «diritto soggettivo» e dei relativi finanziamenti pubblici.
Sul secondo punto della nostra crisi il discorso sarebbe parecchio più lungo, editoriale e politico: dalle rivoluzioni in corso nel mondo dell’informazione - e della pubblicità - alle involuzioni in cui si è avvitata la sinistra europea, quella italiana in particolare. Noi stiamo dentro l’uno e l’altro corno del problema, al tempo stesso vittime e protagonisti. Non possiamo venirne fuori da soli, ma non possiamo nemmeno considerarci immuni da responsabilità. Se il giornale «perde copie» e appare meno utile di un tempo è perché il nostro «media» funziona male e il nostro mestiere ha perso in vivacità e curiosità; perché siamo diventati politicamente pigri, fino a rischiare reiterazioni e conformismi. Siamo parte (in causa) di una crisi generale, la cui risoluzione è tutta da costruire. Cosa che non avverrà dall’oggi al domani, che non dipende solo da noi, ma che non possiamo attendere con le mani in mano sperando ci cada adosso dal cielo. Di tutto questo dovremo continuare a parlare, «cercando ancora», come diceva Claudio Napoleoni.
Se saremo ancora vivi. Cosa non certa, perché i numeri ci porterebbero da tutt’altra parte. La «congiuntura» sopra descritta parla di collasso imminente. Per affrontarlo non basta nemmeno più lo stillicidio degli stipendi in perenne ritardo: non basta cioè continuare a lavorare in una condizione che da qualunque altra parte avrebbe portato al blocco totale delle attività (l’ultimo stipendio pagato quest’anno risale ad aprile e da lì si è andati avanti a piccoli acconti). Né è risolutivo lo stato di crisi che lo scorso 16 settembre abbiamo chiesto al ministero del lavoro, per cui - da quella data - venticinque di noi sono in cassa integrazione (a rotazione) per due anni e quattordici soci della cooperativa andranno in prepensionamento nel corso dei prossimi mesi (portando il numero dei dipendenti sotto quota 70, mentre solo cinque anni fa eravamo 120). Ma, si diceva, non bastano né i risparmi, né i nostri sacrifici, perché la fine del finanziamento pubblico mette in discussione la stessa continuità aziendale.
E’ in questo panorama che dovremo ripensare il nostro lavoro (il quotidiano che facciamo, il sito, i supplementi e gli speciali), il suo senso, la sua utilità, la nostra relazione con i lettori e con il «nostro mondo»: cioè il come esserci e fare politica nella particolare forma di un giornale. Coscienti che l’esito non è scontato. E, contemporaneamente, dovremo essere capaci di tenerci in vita facendo quadrare almeno un po’ i nostri malmessi conti. Questo è lo stato dell'arte. Semplice quanto brutale. La cosa più urgente, dopo il taglio dei finanziamenti pubblici, è sostituire l’editore pubblico che si defila - lo stato - con l'unico altro editore pubblico possibile - i lettori. Per questo oggi «riapriamo» una sottoscrizione che non dovrebbe finire mai e anticipiamo l’avvio della campagna abbonamenti 2011, chiedendo a tutti di partecipare e di promuoverla. Entro i prossimi tre mesi, per evitare che con la fine del 2010 arrivi anche la fine del manifesto.
- 31/10/2010 [19 commenti]
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Giornale di oggi, pagina 10 o 12, micro-rubrica NdR: " «I giocatori serbi fanno il segno del 3-0 ai tifosi, hanno paura di perdere la partita a tavolino per gli incidenti» così Marco Mazzocchi commenta le fasi concitate prima della partita Italia-Serbia, ignaro del fatto che il segno in questione è lo storico simbolo dell'unità per il popolo serbo. "
Ecco, vedete: io trovo che il dramma del manifesto attuale stia TUTTO ed ESATTAMENTE qui.
Perché sarà anche vero che le tre dita alzate sono "lo storico simbolo dell'unità del popolo serbo": ma nessuno di voi è in grado di dire se sia davvero quello il motivo per cui i giocatori serbi lo rivolgevano verso i propri spalti. Così com'è, la vostra non è che una congettura.
Due, invece, sono i dati di fatto: che le partite si perdono "a tavolino" giusto per 3 a 0; e che i disordini erano provocati per lo più dai tifosi serbi. Dunque, la probabilità che la congettura di Mazzocchi fosse corretta è MAGGIORE della probabilità che sia corretta la vostra. E la spiegazione di Mazzocchi era appunto, SULLA BASE DELL'INFORMAZIONE DISPONIBILE IN QUEL MOMENTO, la più ovvia e semplice. Se vogliamo, era quanto di più vicino ci potesse essere ad una spiegazione "scientifica" di un certo comportamento osservato.
Ora, voi per poter provare di avere ragione e che Mazzocchi aveva torto - cosa del tutto possibile, sia ben chiaro - invece di avanzare congetture alquanto dietrologiche, più o meno campate per aria e fondate solo, nella migliore delle ipotesi, sulla "secolare" conoscenza che della cultura balcanica hanno i membri della redazione-esteri, potete fare soltanto UNA cosa: scovare il capitano della nazionale serba, o il suo allenatore, e domandargli il perché di quel comportamento. E, sperando ovviamente che non vi menta, basare su quell'ulteriore informazione ogni eventuale ricostruzione dei fatti.
Chiaramente, stiamo parlando di una questione del tutto marginale: eppure, come ripeto, la trovo un'ottima metafora dello stato in cui versa il giornale.
E infatti la vera critica che vi si dovrebbe fare, più che sul piano editoriale o formale o imprenditoriale (manca questo... non fate abbastanza di quest'altro... non vi dedicate a sufficienza a quest'altro ancora...), a mio parere si dovrebbe concentrare proprio sul piano epistemologico: ed è da lì che dovre(s)te ripartire. Dalla domanda ineludibile: cosa può - e DEVE - voler dire "fare un giornale di sinistra" oggi, in particolare in questo paese? E, come corollario: perché lettori, che pure si professano di sinistra, ci hanno abbandonato? Tutti "venduti traditori", tutti "passati al nemico"? O non sarà piuttosto che il giornale che facciamo, così com'è, serve ormai solo a noi stessi, per farci sentire "vivi" e "a posto con la coscienza"?
Per come la vedo io, la risposta è semplice - seppure a sua volta solo congetturale: i lettori vi abbandonano proprio perché le vostre spiegazioni di quello che succede nel mondo, di quello che CI accade addosso, sono (quasi) sempre inesorabilmente e incomprensibilmente involute. Involute: NON complesse. L'impressione è che voi non sappiate più leggere i fenomeni, abbiate smarrito la bussola e siate diventati tremendamente miopi: il che, poi, vi porta a dichiararvi certi di cose che certe non sono, mentre siete drammaticamente incerti, addirittura balbettanti, su cose sulle quali si dovrebbe essere NETTI e TAGLIENTI come rasoi.
Di esempi se ne potrebbero citare fino alla nausea: ma, come ho scritto stamattina altrove, questo non è - con vostra buona pace - né il luogo né il momento adatto per farlo. Evito quindi di dilungarmi.
Di una cosa sono però ultra-certo: che fino a quando non attuerete una vera e propria "rottura di paradigma", una vera e propria rivoluzione copernicana nel rapportarvi al mondo, e insomma, fino a quando la "cassetta degli attrezzi" continuerà ad essere quella attuale - e i contenuti del giornale pure -, servirà a ben poco chiamare a raccolta i lettori una volta al semestre con la solita, immancabile, mozione degli affetti ;)
Con affetto e stima, da uno che vi legge da quasi vent'anni... 13-10-2010 17:09 - Harken
Prendete esempio ed emancipatevi.
Il quotidiano lo dovrebbe pagare chi lo legge non tutti i cittadini indistintamente. 10-10-2010 11:59 - Gianluca
@edoardo: quoto tutto, ci vuole vera informazione e giornalismo coraggioso (manifesto evolviti!) 10-10-2010 11:45 - faz
Speriamo bene, cavolo ne ho 37 e sono almeno 22 anni che siete il mio quotidiano 08-10-2010 15:36 - SPERANZA
e comunque ti sostengo ancora, non preoccuparti, anche da quaggiu', ma per favore, Manifesto... un abbraccio.
edoardo 08-10-2010 15:13 - edoardo
Io ci sono 08-10-2010 15:10 - Massimo
resistere! 08-10-2010 13:46 - Simone