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COMMENTO
15/10/2010
  •   |   Alberto Asor Rosa
    Il lavoro nell'era senza Cristo

    La vicenda Marchionne-Pomigliano è stata analizzata da par suo, fin dal suo primo manifestarsi, da Eugenio Scalfari, in due articoli su la Repubblica (20 giugno e 29 agosto 2010). La sua tesi di fondo è che, per la teoria dei vasi comunicanti, la globalizzazione impone all'industria una linea di condotta non molto dissimile da quella di Marchionne, con la quale perciò è inutile polemizzare. Scalfari cita anche direttamente Marchionne, con una frase diventata da allora famosa: «Io vivo nell'epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa» (ci tornerò sopra più avanti).
    E però Scalfari aggiunge che la teoria dei vasi comunicanti, per funzionare senza sfracelli, dovrebbe valere in qualsiasi caso. E cioè: onde evitare che si creino nell'area dell'ex-benessere mondiale insostenibili perdite di diritti (libertà ed eguaglianza), bisognerebbe provocare pressoché contestualmente «analoghi trasferimenti di benessere sociale all'interno dell'area opulenta tra ceti ricchi e ceti poveri», questi ultimi, oggi, già di per sé fortemente svantaggiati, e per giunta molto, molto più esposti ai rischi della ventilata trasformazione marchionniana. Potremmo definire, quella di Scalfari, la risposta solidaristica e riformistica alla perdita di potere delle classi subalterne. Comporterebbe, per realizzarsi, un ampio e solido schieramento di forze politiche nazionali e sopranazionali a suo favore. Ci sono? Dove sono? Per restare ai casi nostri, ci sono in Italia? Qualcuno ha risposto, pubblicamente consentendo, al saggio appello di Scalfari? E nel frattempo?
    In questi mesi ha pubblicato una serie di articoli sul manifesto (per quanto mi consta, ma potrebbero essercene degli altri, il 16 giugno, il 1 luglio e il 15 settembre) Guido Viale, con il quale è difficile non consentire pressoché integralmente. Anche secondo lui al piano A di Marchionne, preso in sé, non c'è alternativa: perché l'alternativa va cercata altrove. L'alternativa, infatti, per essere efficace, non può essere parziale: dev'essere globale e radicale, almeno quanto la linea cui si oppone. Essa consiste nella «conversione ambientale del sistema produttivo - e dei nostri consumi - a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti e nocivi, tra i quali l'automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti...». Come potrei non essere d'accordo con questa limpida prospettiva strategica (la quale anch'essa, peraltro, gode per ora di adesioni e perfino entusiasmi assai limitati nelle popolazioni interessate, e quasi nessuno nei ceti politici conseguenti)? Sì, va bene, anzi benissimo, ma nel frattempo?
    Riprendo ora il ragionamento, imboccando però tutt'altra strada. Uno degli aspetti più immediatamente positivi delle scelte operate recentemente dal dottor Marchionne è di aver consentito nella maniera più facile e rapida un ritorno (persino estremizzato) all'obliato Marx (altro che Machiavelli, altro che Hegel).

    Ricordate? «Se occorre soltanto mezza giornata lavorativa per mantenere in vita un operaio per un'intera giornata lavorativa, allora il plusvalore del prodotto risulta automaticamente, perché il capitalista ha pagato soltanto il prezzo di mezza giornata lavorativa, mentre ne ottiene una intera oggettiva nel prodotto; dunque, per la seconda metà della giornata lavorativa egli non ha scambiato nulla. Ciò che solo può fare di lui un capitalista non è dunque lo scambio, ma un processo in cui egli senza scambio riceve tempo di lavoro oggettivato, ossia valore» (Grundrisse, III, 1). Solo che, andando in estrema sintesi, e quindi rischiando mostruose (ma anche, forse, utilmente semplificanti) approssimazioni, il dottor Marchionne vorrebbe oggi ridurre il prezzo dell'intera giornata lavorativa, che paga all'operaio, non più alla mezza giornata dell'esempio marxiano, ma a due ore, un'ora e mezza, un'ora, forse in prospettiva dieci minuti. E cioè: in cambio della promessa della conservazione del posto di lavoro (tutt'altro che certa, Viale), la riduzione dell'operaio italiano, anzi in prospettiva occidentale, al paria indiano, al coolie cinese.
    Non è polemica, anche questo è un dato di fatto. Si riscopre cioè oggi - e anche questo è un dato storico ricorrente - che in tutti quei momenti in cui si tratta di superare un passaggio epocale (e questo, certo è uno di essi), sotto la maglietta negligentemente sbottonata del padrone più disinvolto e à la page, batte il cuore eterno dell'accumulazione primitiva, quella che, quando non se la può più prendere con nessun altro, se la prende con il lavoro. Si sa che il sogno del capitalista moderno, da che mondo è mondo, e finché esisterà il mondo, è: macchine che producono macchine, la soppressione della fastidiosa, intollerabile, ribelle riluttante, forza lavoro umana (non mi soffermo, ma si potrebbe, sugli effetti sistemici castrofici che tale prospettiva comunque produrrebbe, magari ne parliamo un'altra volta). Fin quando, però, sussiste forza lavoro umana, la compressione finale avviene lì, è lì che deve avvenire.
    Uno potrebbe dire e/o pensare (e molti, oggi, moltissimi dicono e/o pensano): ma in fondo chi se ne frega degli operai, se, purché il sistema regga? Dubito che il sistema regga, se ce ne freghiamo degli operai. Alcune considerazioni nel merito del valore generale di tali ragionamenti.
    Checché se ne dica, e checché se ne pensi, è proprio la leggendaria «condizione operaia» che è tornata in questi mesi (pur sempre faticosamente, e in mezzo a clamori assordanti d'interdizione) al centro dell'attenzione. La domanda è: è proprio vero che la «condizione operaia», il modo d'essere operaio, il «punto di vista» di classe, il suo rapporto non solo economico ma anche «sociale» con il resto del mondo, sono estranei alla «condizione generale», «sociale» e «civile», «politica» e «istituzionale», del nostro paese, dell'Europa, del mondo? Si direbbe, - anzi, questo con sicurezza si può dire, - che, per stare al gioco, gli operai dovrebbero rinunciare alla contrattazione; al diritto di sciopero; ai diritti di cittadinanza; al diritto di mangiare, cagare e pisciare in fabbrica. Più che di un'«epoca dopo Cristo», come dice Marchionne, sarebbe giusto parlare di «un'era senza Cristo»: un'era in cui l'unica legge torna ad essere, appunto, quella feroce dell'accumulazione primitiva, e le altre leggi, giuridiche, politiche e civili, e persino, sullo sfondo, quelle religiose, si dissolvono come neve al sole.
    (Domanda: e gli Stati uniti? Non me ne intendo per parlarne, ma a naso mi pare che Ron Getterlfinger non abbia la stoffa dei nostri Giuda e Barabba: in ogni caso la Uaw lì possiede la maggioranza delle azioni Chrysler e due colossi finanziari come i fondi pensione e quello sanitario, e dunque, comunque la si voglia giudicare strategicamente, forse la situazione è diversa. Se mai sarebbe interessante approfondire in questo contesto quel che scrive Giulio Sapelli sul Corriere della sera, 18 giugno u.s., in un articolo rimasto anch'esso ingiustamente defilato. L'operaio cinese alza (finalmente) la testa: descrivendo il movimento esattamente opposto a quello che Marchionne vorrebbe imprimere agli operai italiani, e cioè i coolies cinesi che diventano operai coscienti, operai all'occidentale, e dunque, anche, cittadini diversi da come il regime vorrebbe che fossero. Questa è la terza strada da battere, l'Internazionale operaia, che risorge proprio dalle ceneri infeconde e avvelenate del comunismo-capitalismo di Stato, più utopica, certo, delle altre due, ma in compenso più seducente).
    Facciamo a questo punto, e una volta tanto, «mente locale». La contrattazione significa che due soggetti siedono al medesimo tavolo con le medesime, potenziali opzioni (e possibilità) di partenza (almeno fino a quando, cosa di cui per ora, giustamente, non c'è quaestio, non si potrà pensare ad un capitale senza lavoro o a un lavoro senza capitale). La civiltà giuridica europea, la civiltà europea tout court sono fondate su questo presupposto (non a caso garantito esplicitamente dalla nostra Costituzione). La mia tesi è che se si mette in discussione questo caposaldo, vien giù tutto il resto. Forse è ancora vero (M. Tronti, La fabbrica e la società: 1962, ahimé) che quel che si verifica e si modella nel lavoro produttivo allargato (forse oggi più allargato e differenziato che allora: diciamo più genericamente, e provvisoriamente, il mondo del lavoro oggi, all'interno del quale, tuttavia, il lavoro operaio continua a occupare una posizione centrale e decisiva), il giorno dopo lo ritrovi nei rapporti sociali, nelle forme e nei programmi della politica, nei valori da perseguire o da rigettare e, alla fine, nelle nuove regolamentazioni giuridiche del sociale. Ci vorrebbe, insomma, una società diversa, e molto, molto peggiore, nonostante tutto, di questa, una società di due o tre secoli fa (e infatti c'è già chi ci pensa), perché il dottor Marchionne possa fare tranquillamente il suo lavoro.
    Tutto, insomma, alla fine si tiene (come sempre, nei momenti decisivi). Se passa la prospettiva Marchionne, non sola la «condizione operaia» peggiorerà intollerabilmente, - il che, forse, qualche considerazione «umanitaria» dovrebbe sollevarla, o no?, - ma scompariranno dalla scena sia l'ipotesi solidaristica e riformistica (la ridistribuzione politico-sociale della ricchezza) sia l'ipotesi ecologista (la conversione ambientale del sistema produttivo), per non parlare, ovviamente, di quella internazionalistico-operaia (quella, cioè, dell'operaio cinese che comincia a ragionare e comportarsi come l'operaio occidentale a patto che intanto l'operaio occidentale non sia stato ridotto nelle condizioni dell'operaio cinese).
    Nel frattempo,dunque, difendere i diritti operai, impedire la loro completa mortificazione, sforzarsi al contrario di fare della loro lotta una battaglia generale, significa difendere i diritti di tutti, i nostri diritti, la prospettiva di una società sostanzialmente (e non solo formalmente) più libera ed eguale. Per una volta tanto diciamo, rischiando l'enfasi, che la «condizione operaia» è anche la nostra condizione, ne è anzi il presupposto, politico e civile. Dopo si potrà ragionare più ordinatamente sul «che fare». Ora si tratta di dire con chiarezza e con forza ciò che non si può fare, e che dunque non si deve fare.


I COMMENTI:
  • Intanto... sì. Ma a che serve citare Marx se non si dice che il problema sono i rapporti capitalistici di produzione? Che, come dice Asor, tutto si tiene e la catastrofe non è solo sociale e politica? Che difesa la "condizione operai" (ma come?), restano tutte le altre sventure connesse alla ricerca del profitto come fine ultimo del sistema? 16-10-2010 08:22 - outis
  • Fabio Vivian, il punto è che l'operaio cinese è più competitivo perchè è sottopagato, cioè quindi produce per l'esportazione. e allora: se gli aumenti il salario non è più competitivo. e a furia di delocalizzare strangoli la domanda interna. da qui si può capire l'indebitamento stratosferico degli Usa (il mercato nazionale più grande del pianeta) basato sull'importazione di merci da tutto il pianeta. 15-10-2010 20:58 - lpz (operaio)
  • Sintetizzando la situazione da un punto di vista puramente economico: l' operaio cinese pretende il cosiddetto dividendo dello sviluppo e della crescita. Quello occidentale, inceve, cosa si deve aspettare??? Il dividendo del declino può essere solo un peggioramento sia della qualità del lavoro che della relativa paga. Non mi sembra poi così strano, da un punto di vista puramente economico, sebbene sia difficile accettarlo quando lo si viva sulla propria pelle. La disamina di Asor Rosa è apparentemente impeccabile, ma come sempre evita di parlare dell' elemento più importante, ovvero la realtà nuda e cruda (che invece NON difetta nelle visioni di Marchionne): se le auto costruite in Europa sono all' incirca come quelle cinesi ma costano il doppio o il triplo se non di più, dove volete che a medio termine si produrranno le auto? Al massimo si può sperare che l' operaio cinese riesca ad ottenere significativi miglioramenti salariali e magari anche che il reinmimbi si rivaluti, riducendo così il nostro gap di competitività (di costo) verso i paesi emergenti, ovvero quelli del BRIC in particolare. Il vero dramma insomma è uno solo e si chiama globalizzazione, ovvero il fatto che non esistano più isole felici, ma solo un enorme villaggio globale dove tutti competono contro tutti. Insomma, non ci sono più tante barriere, rendite di posizione, dazi ed altri meccanismi a "proteggerci". Il vero tema è questo e Marchionne l' ha capito perfettamente, mentre Asor Rosa(ed anche la FIOM, tutto sommato!) forse iniziano anche a sospettarlo (e magari lo sanno perfettamente!), ma ancora preferiscono non ammeterlo, non essendo ciò funzionale ai loro interessi / visione ideologica ... 15-10-2010 20:17 - Fabio Vivian
  • Può apparire l'articolo di Asor Rosa(specialmente a chi è arrivato alla politica dagli anni '80 in poi) un remake del vecchio operaismo, dunque considerato dai più anacronistico in virtù della pari dignità rivendicata dai soggetti antagonisti "plurali". Io credo invece che assumere la "condizione operaia" come paradigma dei rapporti sociali in genere e delle forme politiche sia il presupposto di una controffensiva culturale a sinistra che debelli definitivamente il neo-liberismo e ponga le basi di un "senso comune" alternativo a quello che ci ha schiacciato negli ultimi trent'anni. Può persino apparire una banalità, ma in fin dei conti, é sul terreno culturale che si è consumata la nostra sconfitta politica. Dal punto di vista della "battaglia delle idee" Marchionne, evidenziando il nocciolo duro del contendere, ci offre paradossalmente l'opportunità di una rivalsa. Politicamente parlando, occorre però che si riescano a costruire rapporti di forza tali da impedire che "l'operaio occidentale sia ridotto nelle condizioni dell'operaio cinese". La condizione operaia va assunta ormai nella sua realtà mondializzata:il sistema-mondo é l'unica, possibile "unità di analisi". 15-10-2010 18:53 - giacomo casarino
  • La societa' alla Marchionne e' gia' stata programmata prima di lui dalla Fiat di Valletta. Per costui gli operai erano solamente merce. Quella societa' riferita alla condizione dei lavoratori non e' da ricercarla molto lontano ma si riferisce allo schiavismo dell'ottocento che si protrae anche agli anni del novecento sino alla rinascita del movimento operaio , che inizia nel 1945.Le minacce di Marchionne passeranno se i sindacati cisl e uil , continueranno ad assecondarlo nelle proposte di far diventare gli operai,"non persone". Il capitale ha bisogno del lavoro ma non viceversa ,. Lo dimostrano le grandi e medie industrie dove il capitalista HA SOLO IL CAPITALE ma poi si affida alla capacita' di un maneger.Il lavoratore ha la forza di cancellare, il sistema,"MARCHIONNE" <<il dopo cristo>>, compagine, di un moderno schiavismo.Il lavoratore non deve cedere sui diritti che non sono minimamente derogabili. 15-10-2010 17:02 - pasquino
  • condivido l'analisi di Asor Rosa ma credo siamo giunti ad un punto in cui non basterà difendere diritti bisogna attaccare il diritto di Marchionne a fare regredire la storia e contestare non solo il capitalismo ma il sistema a cui dà vita 15-10-2010 16:32 - pietro ancona
  • La classe operaia è attaccata, avviene una lotta tra mentalità dietro cui ci sono precisi fattori involutivi.Si mente spudoratamente e si sostengono sciovinisticamente due cose, l’una che si voglia difendere il passato contro il progresso l’altra che si difendano dei privilegiati.La classe operaia è la contraddizione-errore-dei rapporti borghesi di sfruttamento.E la forma sociale del lavoro la classe il sociale astratto.Come lavoro sociale come storia e legame come-coscienza di classe-la base degli sfruttati ha portato solidarietà nella società anarchica nei suoi rapporti, nei suoi rapporti egoistica.Stiamo attaccati alla classe operaia sistematicamente sfruttata e portatrice di una condizione di estraneità alienazione rispetto al lavoro più ingrato-schiavi salariati-Ma non c’è altro lavoro per vivere non c’è in questi rapporti angusti che quello e la lotta materiale a partire da ciò.I senza classe gli sbandati e su di loro le idee dominanti della borghesia insinuano argomenti contro la classe operia-quando noi combattiamo per la patria voi siete in fabbrica-camicie nere!La centralità operai rispetto alla appropriazione e riproduzione capitalistica viene ricacciata nel suo stesso impianto logico perché la finanziarizzazione che produce denaro dal denaro emargina ogni discorso sul futuro e sugli interessi della collettività.Un po di socialismo perfino di riformismo dice e decanta alla Kautsky parlando di cosa sarebbe vecchia economia.La società deve ripartire e riparte se c’è investimento se il denato compra lavoro macchine materie prime.La classe operaia e la rivoluzione industriale passa per il concetto e gli errori del mito della de-indistrializzazione per l’allargamento del ceto medio ed in mezzo la stessa classe operai che si vuole conservatrice entrava nei ceti medi.La nuova borghesia ci ha fatto senza interesse per il progresso sociale e guardando solo ai propri profitti vedere a occhi asciutti ed in chiarezza che la fame di molti l’assenza di un reddito vuole che la si ricusi e cacci.La politica d’investimento i piccoli capitali non si attua quando la caduta tendenziale dei profitti dimostra che il surplus che si prende diminuisce, la politica degli stati è impotente se i rapporti sono ormai sopranazionali.Questo sistema non garantisce quello che serve per la vita delle persone che invece mette in lotta scatenando sui mercati una feroce concorrenza tra ma merce lavoro e chi continuamente prova ad entrare-miliardi di persone-sul mercato del lavoro.Serve il partito classe questa lotta per le sue proporzioni chiama in causa la stato e l’attacco delle borghesie adesso mira alla costituzione stessa prima legge che regola lo stato e la vita nazionale essendone impalcatura perfino futura e non realizzata ma a veniere-perché il lavoro è un diritto costituzionale-e non è detto che la classe operai non abbia ancora da insegnare addirittura alla parte colta del paese, alle università ai giovani. 15-10-2010 15:39 - fila
  • E strano che questo scivolamento verso il passato voglio dire a l'epoca della schiavitù aviene da quando è caduto il muro di Berlino. 15-10-2010 15:25 - carpette
  • il discorso di Asor Rosa porta dritto alla sconfitta e alla rassegnazione: "intanto difendiamo i diritti poi si vedrà". e perchè mai non ci si è pensato prima? c'è stata forse un'amnesia collettiva? ma il 'soggetto' non era 'oggettivamente' portato a un aumento della coscienza? che è successo di questo paradosso del soggetto-oggetto?

    ora, citare Marx per rammentare che il plusvalore si estrae dal lavoro e poi affermare che il sogno del capitalista è liberarsi della 'riluttante' manodopera è rimanere invischiati nel più stantio e ottuso operaismo. come fa il capitalista a liberarsi del lavoro quando è da questo che estrae plusvalore? il capitalista, semmai, si libera del lavoro per battere la concorrenza! il discorso allora è un altro (ma non lo fa quasi nessuno): se l'imprenditore vuole ridurre la paga a dieci minuti dell'intera giornata lavorativa, non è per semplice perfidia o volontà di arricchimento, ma è perchè l'estrazione di plusvalore dal lavoro è diventata impossibile (da qui la compensazione mediante la simulazione della speculazione finanziaria). allora la sinistra non deve limitarsi alla questione 'umanitaria' e rimanere sul terreno del capitale (lavoro, eguaglianza, libertà, reddito etc). deve criticarlo CATEGORIALMENTE, questo terreno. cioè siamo per la prima volta in una realtà storica in cui i livelli raggiunti di razionalizzazione tecnologica e quindi di eliminazione di lavoro vivo dal processo produttivo sono più rapidi della compensazione mediante l'espansione dei mercati. e allora, cari compagni, la libertè, e ve lo spiegava proprio Marx, è la libertè del rispetto reciproco nella sfera della compravendita, che si fonda sulla non-libertà nella produzione/caserma/prigione, dove si producono merci da destinare ai mercati anonimi. l'egalitè, cari compagni, significa uguaglianza giuridica in quanto soggetti del reddito, cioè con il denaro in tasca, il che presuppone lavoro, mercato, libera concorrenza e, quindi, inevitabilmente disuguaglianza. le categorie moderne degli opposti sono in realtà equivalenti. queste categorie che il movimento operaio ha portato avanti nella sua storia le ha ereditate dalla cultura protestante e dell'illuminismo borghese e rappresentano gli elementi costituenti la forma sociale feticistica al cui centro c'è proprio il lavoro.

    che fare? innanzitutto prassi critica, la quale aiuta a focalizzare obiettivi per le resistenze sociali che inevitabilmente sorgono spontaneamente visto che la dinamica della merce si è rotta (da sola, per dinamica sua propria, e non grazie all'intervento della missione della classe radiosa, la cui lotta è stata in realtà solo un elemento liberalconcorrenziale con il plusvalore come oggetto indiscusso e tacitamente accettato del contendere, lotta che quindi non ha mai avuto nulla di realmente dirompente nei confronti del sistema produttore di merci ma anzi ha agevolato l'inclusione delle masse dentro detto sistema). si dovrebbe cominciare per es (e già lo si sta facendo) a considerare NON NEGOZIABILI determinati beni, a prescindere dalle compatibilità con il mercato. comunque, finchè la sinistra rimarrà sul terreno del lavoro dovrà concedere molto al pensiero liberale e si destinerà all'insignificanza. in nome del lavoro (che non c'è) bisognerà accettare precarietà, immiserimento e demolizione dei diritti, razzismo ed esclusione sociale, degrado culturale, sociale ed emergenza ecologica (d'altronde le nuove tecnologie che eliminano lavoro funzionano tramite combustione dell'energia fossile, con tutto quel che ne segue in termini di catastrofe climatica e ambientale). etc.

    bisognerebbe anche far capire perchè chi proviene dall'accademia spinge molto per una rinascita delle lotte per il lavoro. è inevitabile pensare che sia il riflesso del proprio tornaconto di ceto. 15-10-2010 15:02 - lpz (operaio)
  • Ho seguito ieri annozero.
    non si può obbligare un imprenditore a rimanere in Italia, quindi per me va bene che vada a fare impresa in un altro paese. MA ATTENZIONE, ciò che ha creato qui sul territorio resta QUI SUL TERRITORIO, fabbriche, macchine e lavoratori, insomma l'imprenditore può andarsene ma l'impresa resta... agli operai (logicamente) che hanno lavorato una vita su quel progetto. 15-10-2010 14:58 - antonio
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