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Anna Maria Merlo
Francia, "la protesta riesploderà"
Jean-Marie Pernot, politologo e ricercatore all'Ires (Istituto di ricerca economica e sociale), è specializzato in movimenti sociali e sindacali. Da qualche giorno è uscita, per Folio di Gallimard, la nuova edizione del suo «Syndicats, lendemains de crise?» (2005). Nel 2008, con Guy Groux, ha pubblicato La Grève (Presses de Sciences Po).
I sindacati sono in difficoltà a trovare una via d'uscita per questo movimento, perché stretti tra un governo che non cede e una base che chiede di continuare?
Il governo, o piuttosto il presidente - perché è Sarkozy che governa - resta inflessibile. Ma i sindacati non sono incastrati dalla base. Certo, ci sono alcuni a cui non piace molto che le manifestazioni prendano la piega che hanno preso, ma le federazioni di base sono impegnate nella mobilitazione. Non mi sembra che ci sia un'opposizione tra la base e la direzione, molte decisioni provengono proprio dalla base. C'è una radicalizzazione, è vero, ma questa dipende dalla rigidità del governo. Dopo sei grosse manifestazioni e scioperi, il potere continua a dire: ho ragione. Questo ha causato disordine sociale, i giovani sono entrati nel movimento, arrivano i casseurs. Ma la radicalità era già presente, da parte del governo. Villepin, nel 2006, per una riforma certo meno importante, aveva fatto marcia indietro. Uscire dalla crisi non sarà facile: è molto difficile fare previsioni. Possono sbloccare le raffinerie, ma il movimento può riprendere altrove, in altri settori. Si può arrivare a uno sfinimento o a un'accentuazione della protesta, con movimenti larvati qui e là. Siamo di fronte a una situazione inedita.
Con l'irruzione dei giovani, le ragioni della protesta si sono allargate, dal rifiuto della riforma delle pensioni a tutta la questione della difesa dello stato sociale?
Il movimento esprime le tensioni sociali accumulate, che si sono accentuate con la crisi del 2008, la crescita della disoccupazione e del precariato. La riforma delle pensioni non è altro che una nuova regressione. La responsabilità della situazione è di Sarkozy, nella forma paricolare assunta dal suo potere, nel sentimento diffuso che il governo stia dalla parte dei ricchi, difesi dallo scudo fiscale, sia vicino al mondo degli affari e colpisca i più deboli. L'opinione pubblica è al 70% dalla parte della protesta: non si era mai verificato. Sarkozy ha «cristallizzato» molte cose. I giovani vedono i genitori in difficoltà, il tasso di indebitamento delle famiglie è cresciuto di dieci punti negli ultimi 5 anni.
Ma Sarkozy farà passare la legge a tutti i costi. E dopo?
La farà passare contro il 70% dei francesi. È Sarkozy contro il 70%. Ha bistrattato l'Assemblea e il Senato, ha girato le spalle ai sindacati, cioè tutti i corpi di intermediari politici e sociali sono stati messi da parte. Questo non può non avere conseguenze. Sarkozy ha preso troppe libertà dalle regole democratiche. Se la legge passa come un ukase dello zar, questo segnerà Sarkozy a vita e lo porterà alla sconfitta nel 2012. Anche nel suo campo prenderanno le distanze, quando si renderanno conto che non è il buon cavallo per correre nel 2012. Il movimento ha ucciso il capo dello stato, che non potrà rialzarsi nei 18 mesi che ci separano dalle prossime elezioni presidenziali.
Ma se la legge passa, per i sindacati sarà oggettivamente una sconfitta. Sarkozy come la Thathcer nell'86?
Certo, sarà una sconfitta, ma i sindacati hanno dalla loro la condotta nel movimento, che non li mette in una cattiva posizione per il dopo. I sindacati sono rimasti uniti e possono organizzare l'uscita dal movimento. Possono dire: ecco, abbiamo proposto un quadro di azione ai lavoratori, delle manifestazioni durante la settimana e il week-end, degli scioperi, cioè tutti potevano trovare il loro posto nel movimento. Abbiamo fatto il nostro lavoro. Di fronte, abbiamo trovato un potere completamente sordo. I sindacati possono prendere a testimone l'opinione pubblica sul fatto che la legittimità e la condotta democratica sono dalla loro parte. I sindacati, certo sconfitti a breve termine, non lo saranno sul lungo periodo: hanno messo sul terreno il dibattito sulle pensioni, fatto muovere il campo politico e sociale. D'ora in avanti, il potere politico non potrà più puntare sul fatto che in Francia i sindacati sono deboli.
Il basso tasso di sindacalizzazione non è un handicap?
La potenza dei sindacati non si riassume nel numero degli iscritti. E inversamente: ci sono paesi dove i sindacati hanno tanti iscritti, ma sono impotenti. In Francia, anche se non nego certo la bassa sindacalizzazione, non si può dire che i sindacati non siano rappresentativi. A milioni hanno partecipato alle manifestazioni indette da loro. Il potere politico non potrà più puntare sulla debolezza sindacale.
L'opposizione ha da guadagnare da questa protesta, anche se non è stata in prima linea?
Il Ps è al traino. Ma il movimento ha obbligato i socialisti a svelarsi un po' sulla questione delle pensioni. Li ha istituiti come sbocco politico del movimento. È un po' paradossale, del resto, perché non molti manifestanti si riconoscono nella candidatura socialista. Ma ora hanno maggiori possibilità di vincere di un anno fa.
- Purtroppo l'intervistato mi sembra un po' troppo ottimista. La mia sensazione è che alla fine Sarkozy passerà e basta. Forse alle prossime elezioni pagherà un prezzo, forse sarà sconfitto, ma intanto la botta i francesi l'avranno presa, e non si tornerà indietro - non in un futuro prevedibile 23-10-2010 20:15 - top
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